Romero beato, martire della Guerra fredda o costruttore di pace?

 

Alla domanda se con la beatificazione di Romero si può registrare un cambiamento di prospettiva nella Chiesa cattolica, Vattimo risponde che a suo parere si tratta di un passo avanti in senso progressista, anche se non crede che – come qualcuno ha sostenuto ­ Francesco I sia comunista.


Romero beato, martire della Guerra fredda o costruttore di pace?

Alla domanda se con la beatificazione di Romero si può registrare un cambiamento di prospettiva nella Chiesa cattolica, Vattimo risponde che a suo parere si tratta di un passo avanti in senso progressista, anche se non crede che – come qualcuno ha sostenuto ­ Francesco I sia comunista.

di Alessandra Ciattini 

Credo che per comprendere il significato profondo della beatificazione di Oscar Arnulfo Romero (1917-1980), celebrata come un evento mediatico volto a rilanciare l'immagine positiva della Chiesa cattolica in America Latina, dobbiamo partire da una ben nota riflessione di Antonio Gramsci: "Ogni religione, anche la cattolica (anzi specialmente la cattolica, appunto per i suoi sforzi di rimanere unitaria “superficialmente”, per non frantumarsi in chiese nazionali e stratificazioni sociali) è in realtà una molteplicità di religioni distinte e contraddittorie..."
 
A mio parere, in generale ciò significa che, se vuole restare un'istituzione universale e continuare a giocare un ruolo internazionale, la Chiesa cattolica deve accogliere in sé istanze diverse, anche contrastanti, provenienti dalle diverse entità regionali, dai differenti strati sociali, dalle difformi sensibilità culturali, benché non sempre abbia intenzione o alla fine non sia in grado di dare ad essi risposte concrete.
Un altro elemento importante e utile per approfondire l'argomento lo ricaviamo dal concetto di “modello di santità”; concetto utilizzato dagli studiosi del cristianesimo per contestualizzare storicamente e culturalmente le scelte operate dall'istituzione ecclesiastica per individuare coloro che possano rappresentare al meglio lo stile di vita santa, che essa propone e che si fonda sull'imitazione della vicenda umana di Cristo.

A questo proposito può essere interessante riportare brevemente le considerazioni fatte dall'arcivescovo di San Salvador Arturo Rivera Damas, dopo la morte del suo predecessore, così come vengono menzionate da Kenneth Woodward (La fabbrica dei santi, 1991), per spiegare la sua precedente mancata beatificazione e canonizzazione. L'arcivescovo Rivera osservava che la figura di Romero presentava all'epoca delle ambiguità; i movimenti di sinistra, che in America Latina hanno anche praticato la guerrilla, lo consideravano, infatti, un martire della loro causa politica; per questa ragione egli riteneva che non sarebbe stato facile dimostrare che invece era un martire della Chiesa. Pur essendosi sacrificato come Cristo, una serie di considerazioni politiche, dunque, gli impedivano di rientrare in quel modello di santità ritenuto accettabile in quel momento storico.
Dobbiamo a questo punto chiederci se e perché queste ambiguità si sono dissolte, giacché si è deciso di procedere alla beatificazione dell'arcivescovo assassinato.
Secondo la mia opinione, probabilmente non si sono dissolte, ma è cambiato il contesto storico: il disfacimento del cosiddetto socialismo reale, la fine della Guerra fredda, la fine delle dittature militari in America Latina, l’esaurirsi della guerrilla, l'avvio di un processo di integrazione regionale promosso da paesi che si oppongono con forza anche se con difficoltà alle ingerenze statunitensi, la lenta decrescita del cattolicesimo proprio in America centrale (ma anche in Brasile) a vantaggio dei pentecostali, l’adozione da parte della Chiesa cattolica della strategia missionaria dell’inculturazione, un certo protagonismo delle masse popolari in quel continente (vedi per esempio l'opposizione al decreto esecutivo di Obama contro il Venezuela) etc.

In questo contesto, in cui la relativizzazione dei valori, profondamente osteggiata da Wojtyla e da Ratzinger, si fa strada anche tra le masse popolari, la Chiesa deve necessariamente trovare strumenti di mediazione che le consentano di rinnovare la sua immagine, per tanti aspetti screditata, e di mantenere la sua presenza in quello che di nuovo si sta sviluppando in America Latina.
Tale significativo strumento di mediazione è rintracciato nella Teologia del popolo, che costituirebbe una branca della Teologia della liberazione, attaccata e demonizzata per i suoi legami con il marxismo; essa è sorta in Argentina dopo il Concilio Vaticano II ed era legata a quegli ambienti universitari, che si proponevano di individuare categorie non marxiste efficaci per analizzare la società latinoamericana. A tale concezione teologica è assai vicino papa Bergoglio e non solo per le sue origini argentine. 

Ma in che consiste l’elemento che consente alla Teologia del popolo di distinguersi dalla Teologia della liberazione, nota per aspirare ad istituire in terra il regno di Dio? Lo ricaviamo dalle stesse parole del papa riportate da Sandro Magister nel suo blog (A domanda risponde. Bergoglio sulla Teologia della liberazione, 27-09-2013) e con le quali si ribadisce, da un lato, l’importanza dell’opzione per i poveri, scelta praticata con coraggio da molti sacerdoti latinoamericani, dall’altro, la necessità di interpretare tale pratica facendo riferimento all’ermeneutica cristiana e non a quella marxista, che per esempio – aggiungo io – aveva elaborato la teoria della dipendenza per spiegare il sottosviluppo. 

Si potrebbe dire, in termini un po’ brutali, che il riconoscimento dell’esistenza della povertà e l’attività di assistenza nei confronti delle sue vittime sono del tutto legittimi, ciò che crea problema è invece l’interrogarsi sulle ragioni di tale condizione (se lo fai non puoi che essere un comunista).
Vorrei aggiungere qualche parola sulla religiosità o pietà popolare, che la Teologia del popolo valorizza e riscatta dopo secoli di denigrazione e oblio. Si tratta di quella forma religiosa propria delle masse popolari, distinta per certi versi dal cattolicesimo ufficiale, e che in America Latina è il prodotto sincretico di molteplici tradizioni religiose, le quali si sono incontrate non per libera scelta in quel continente. È in questo immenso deposito di esperienze umane e di strategie per affrontare condizioni spesso disperate di vita che la Chiesa va a ricercare nuove energie per rivitalizzarsi e per costruire uno stile liturgico più in sintonia con il linguaggio dei suoi fedeli. 
Sulle ragioni e sull'opportunità della beatificazione di Romero il 23 maggio l'importante canale televisivo latinoamericano Telesur ha intervistato il filosofo Gianni Vattimo (http://www.msn.com/es-ar/autos/noticias/cruce-de-palabras-gianni-vattimo/vp-BBk9Ny2), assai noto in America Latina sia come sostenitore del cosiddetto “pensiero debole” che per il sostegno che egli dà al processo di recupero della sovranità avviato dai paesi del continente. Credo che sia interessante soffermarsi su questa intervista, perché – mi pare – in essa non si colga l'importante differenza tra l'analisi politica – diciamo progressista ̶ e l'interpretazione evangelica, finendo con l'assimilare la prima alla seconda, perché entrambe si focalizzano sul problema della povertà e dell'emarginazione.

Alla domanda se con la beatificazione di Romero si può registrare un cambiamento di prospettiva nella Chiesa cattolica, Vattimo risponde che a suo parere si tratta di un passo avanti in senso progressista, anche se non crede che – come qualcuno ha sostenuto - Francesco I sia comunista. Da parte sua, egli auspicherebbe addirittura la beatificazione del Che, benché probabilmente chiedere che il papa proceda in questo senso sarebbe certamente eccessivo. Ciononostante, egli ritiene che oggi, dinanzi ai colpi di coda dell'imperialismo statunitense in declino, bisognerebbe costituire una Internazionale religiosa di sostegno alle lotte dei poveri del mondo; qualcosa che definisce “Papaintern”, in analogia al Cominter, perché dovrebbe essere presieduta e diretta dal papa, giacché nella sua opinione il papato costituisce l'unica istituzione che può portare avanti tale progetto, senza essere sospettato di voler affermare la sua egemonia sugli altri Stati del mondo. Tale battaglia dovrebbe essere condotta contro il potere finanziario internazionale, che ha imposto ai popoli le devastanti politiche neo-liberali, alle quali si stanno ribellando solo alcuni Stati latinoamericani come il Venezuela. 

Lo stesso Vattimo riconosce che la prospettiva che egli delinea è utopica e probabilmente lo apparirebbe ancora di più se si ricordasse ciò che il filosofo italiano ha affermato in altra sede (http://www.periodistadigital.com/religion/vaticano/2015/05/17/gianni-vattimo-el-banco-vaticano-es-el-banco-de-la-mafia-iglesia-religion-dios-jesus-papa.shtml), e cioè che la Chiesa cattolica è una potenza economica e che la Banca del Vaticano è un'istituzione mafiosa impenetrabile. Questa contraddizione viene risolta affermando, nel periodico digitale, che Bergoglio sta conducendo una lotta contro la Curia con lo scopo di tornare allo spirito del cristianesimo primitivo e al Vangelo, prendendo finalmente sul serio i suoi contenuti (Ibidem).

A questo proposito si potrebbe osservare che, a parte le innovazioni di stile introdotte dal nuovo papa, alcune misure prese dalla Santa Sede sono state dettate da pressioni internazionali, come per esempio la costituzione della Segreteria dell'economia, un nuovo dicastero che ha il compito di riformare e sorvegliare le attività finanziarie della Chiesa, diretto dal cardinale australiano George Pell, non certo un progressista. Tale innovazione è avvenuta in seguito alle sollecitazioni del sistema bancario internazionale alla Santa Sede, "affinché rompesse i muri della franchigia e della segretezza finanziaria e fiscale" (http://www.internazionale.it/opinione/francesco-peloso/2015/05/22/banca-del-papa-francesco-ior). A ciò bisogna aggiungere che nel 2012 il Dipartimento di Stato della Casa Bianca "definiva il Vaticano 'vulnerabile' alla pratica del riciclaggio del denaro sporco" (Ibidem). Insomma, se non si fossero prese misure idonee per rendere più trasparenti le attività finanziarie vaticane secondo gli standard internazionali, lo Ior non avrebbe potuto più interagire con le altre istituzioni bancarie e finanziarie, ovviamente con notevoli danni. 

In definitiva, credo si possa affermare che il richiamo alla povertà e alla miseria non è sempre immediatamente espressione della volontà di trovare una soluzione a questi mali che affliggono gran parte della popolazione mondiale e sempre più anche l'Europa. Inoltre, il legame tra la Santa Sede e il potere finanziario, promotore del peggioramento inarrestabile delle condizioni di vita dei lavoratori negli ultimi decenni, getta bagliori inquietanti sulla possibilità che proprio dal papa possa partire una crociata a favore delle masse derelitte dell'umanità. Solo quando si individuano le cause, certamente complesse e articolate, di un certo fenomeno si è in grado di operare trasformazioni significative volte a impedire che tale fenomeno sia persistente o si ripeta. In caso contrario, si lanciano urla, esortazioni o invocazioni che non incidono in forma significativa sul reale, benché facciano presa sull'immaginario collettivo e inducano alcuni a parlare delle straordinarie innovazioni che si stanno realizzando all'interno della Chiesa cattolica (dimensione questa in un certo senso non meno dotata di realtà). 

Se le cose stanno come sembra potersi ricavare da quanto detto in precedenza, probabilmente bisognerebbe essere più cauti ed evitare di parlare di rivoluzione – come molti fanno ̶ a proposito del cambiamento di stile di Francesco I e delle misure prese per rinnovare la Chiesa certamente anche per suo impulso. Altrimenti si ricade in quel sensazionalismo, che caratterizza i mass media internazionali, e che si fonda sulla semplificazione e sul riduzionismo consolatorio, con l'intento di farci credere che stiamo avanzando verso un mondo migliore. Semplificazione che occulta naturalmente il lato oscuro della storia del cristianesimo illustrato con dovizia di particolari nell'opera di Karlheinz Deschner (La storia criminale del cristianesimo, 10 volumi, 2000-2013), e che non si è dissolto come neve al sole, giacché le istituzioni che lo hanno generato sono tutt'ora vigenti e operanti.

Quanto alle misure rivoluzionarie che la Chiesa dovrebbe prendere, condivido l'opinione del teologo svizzero Hans Küng, espressa nel suo libro Infallibile? Una domanda (1970), nel quale egli dichiara che si dovrebbe procedere all'abolizione del dogma dell'infallibilità papale adottato nel Concilio Vaticano I con la costituzione dogmatica Pastor Aeternus (1870). E ciò perché, a suo parere, la pretesa del papa di essere infallibile, quando parla ex cathedra richiamando il carisma donatogli da Cristo, non avrebbe fondamento, giacché non si possono considerare i vescovi della Chiesa di Roma emanazione degli apostoli né questi ultimi nelle Sacre Scritture appaiono dotati di tale straordinaria capacità. Questa critica di Küng è fondata sull'idea che si debba considerare la Chiesa un'istituzione umana sorta in seguito a una complessa vicenda storica, e non l'espressione cristallizzata della volontà divina, che si è ramificata in una monarchia teocratica sempre animata dal desiderio di imporre come “naturali” le sue norme e i suoi principi.
Molto probabilmente anche Gianni Vattimo sarebbe d'accordo con l'abolizione dell'infallibilità (e probabilmente l'ha già scritto), perché così anche la Chiesa si avvierebbe verso l'”indebolimento” del pensiero, da cui alcuni si aspettavano la trasformazione radicale del nostro modo di pensare e di agire, e che invece – a mio parere – ha determinato in gran parte la perdita di una serie di strumenti concettuali e intellettuali indispensabili per comprendere il complicato e tormentoso mondo contemporaneo.  

Quanto agli Stati latinoamericani progressisti (a luglio il papa visiterà Ecuador e Bolivia), che hanno accolto con entusiasmo la beatificazione di Romero, credo che nel difficile contesto internazionale, in cui la loro sovranità è messa in discussione da aggressioni esterne supportate da forze interne, essi considerino importante che un papa sostenga ideologicamente le loro politiche sociali con il suo costante invito ad affrontare il problema cronico della povertà e della miseria. Quando ci si muove in ambito politico-pratico e contro il capitalismo neo-liberale, forse ha senso in una certa fase non andare troppo per il sottile e non sottolineare con troppo asprezza la differenza tra la Teologia del popolo e la Teologia della liberazione, a patto però di non annientarla con lo scopo di rassicurare quelle masse che stanno aspettando un reale cambiamento.

07/06/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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