Se la polizia interroga un bambino di otto anni...

All’indomani della strage di Charlie Hebdo, in una scuola elementare di Nizza un bambino islamico dichiara di non stare dalla parte di chi ha offeso il profeta. Finisce sotto interrogatorio della polizia. 


Se la polizia interroga un bambino di otto anni...

All’indomani della strage di Charlie Hebdo, in una scuola elementare di Nizza un bambino islamico dichiara di non stare dalla parte di chi ha offeso il profeta. Finisce sotto interrogatorio della polizia. E la ministra dell’Educazione approva la direzione scolastica che lo ha denunciato. Un inquietante caso di islamofobia istituzionalizzata. 

di Cinzia Di Napoli e Pietro Antonuccio 

È inquietante e fa riflettere il caso che viene riportato dai media francesi e che vede al centro dell’affaire un bambino di otto anni di religione islamica, di cui viene riportato il nome come Ahmed. Tutto comincia l’8 gennaio, all’indomani della strage di Charlie Hebdo, quando in una scuola elementare di Nizza l’insegnante propone ai bambini la domanda “Tu es Charlie?” e uno di loro, Ahmed, risponde: “No, io non sono Charlie, io sono con i terroristi, sono contro quelli che fanno le caricature del Profeta”.
L’insegnante, evidentemente, non sa o non vuole gestire questa risposta nel modo dialogico e pedagogico che ci aspetteremmo. Fa scattare invece il riflesso disciplinare: invia il bambino dal direttore della scuola perché renda conto di quanto ha affermato.
Il direttore, a sua volta, non sembra dialogare con il bambino, ma - come riporta Liberation - semplicemente gli “spiega” che le frasi da lui pronunciate sono gravi. E la cosa non finisce qui. 

Intorno ad Ahmed si crea rapidamente un clima di distanza e di ostilità sia da parte degli altri bambini sia da parte degli insegnanti. Diventa oggetto di ripicche, dileggi e dispetti di ogni genere; il bambino è diabetico e sembra che si arrivi anche a rendergli difficile l’assunzione quotidiana di insulina o a sbeffeggiarlo mentre gioca con la sabbia con frasi del tipo: “Smetti di scavare nella sabbia, non troverai una mitragliatrice per ucciderci tutti”. Da allora, Ahmed, soffre di disturbi del sonno e del comportamento. 

Ma non basta. Seguono giorni caldissimi per tutta la famiglia di Ahmed. I genitori vengono convocati dal direttore della scuola per un incontro che non rasserena gli animi, ma ribadisce la contrapposizione. Il padre, notando che suo figlio è scosso ed isolato dopo i fatti, per rassicurarlo, lo accompagna nel cortile della scuola durante l'ora di ricreazione, dove i genitori non sono ammessi e dal quale viene ogni volta invitato ad uscire.

Il 21 gennaio il direttore della scuola inoltra una querela nei confronti del padre di Ahmed, accusato di “intrusione” nella scuola per aver accompagnato il figlio durante la ricreazione, e nei confronti del bambino fa pervenire una segnalazione alla cellula d protezione dell’infanzia “per la pronuncia di frasi inammissibili”. Da parte sua, il Ministero dell’Educazione conferma che il direttore ha presentato la denuncia. 

Infine, il 28 gennaio, il bambino e suo padre sono convocati alla stazione della polizia di Nizza dove vengono interrogati per due ore. Alla domanda degli agenti di spiegare loro il significato del termine “terrorismo”, Ahmed non ha saputo rispondere, ripete invece che non sta dalla parte di chi offende il profeta. 

Stefen Guez Guez, avvocato della famiglia di Ahmed ed esponente del Collettivo contro l'islamofobia in Francia, ha riferito che al termine dell'interrogatorio il bambino era profondamente sconvolto. Ha poi aggiunto che questo episodio è un esempio di “isteria di massa”, che la Francia vive in seguito agli attentati terroristici dei gruppi islamici radicali: “Mettere un bambino di 8 anni sotto interrogatorio significa essere in uno stato di isteria collettiva sulla nozione di apologia di terrorismo. In questi casi, serve solo la pedagogia. L'atteggiamento del direttore è stato inammissibile”. Il legale ha chiesto l’apertura di un’inchiesta in ordine ai danni subiti da Ahmed e per stabilire la responsabilità della direzione della scuola per averlo sottoposto ad una situazione così traumatizzante. 

Di segno diverso, invece, la presa di posizione della ministra dell’educazione, Najat Vallaud- Belkacem, che ha approvato totalmente l’operato della direzione scolastica, con una dichiarazione senza mezzi termini, rilasciata all’uscita dall’Eliseo: «Lo dico con forza: non solo questa équipe ha fatto bene a comportarsi così, ma il suo lavoro di insegnamento pedagogico e sociale è un’opera utile di cui la ringrazio». 

Da questa storia emerge quindi uno spaccato significativo del senso comune che si sta radicando in Francia e non solo, poiché possiamo facilmente riconoscere i tratti caratteristici di una realtà anche italiana e di dimensione internazionale. Un senso comune capillarmente diffuso dalle realtà periferiche ai centri istituzionali. 

Un quadro che giustifica ampiamente le riflessioni ormai mature di chi ritiene che “a parte gli atti quotidiani di discriminazione, esiste una sorta di islamofobia veicolata dall'alto, definita anche islamofobia istituzionale, che vede coinvolta la politica e che ricade sulla più generale eterofobia, intrecciandosi con essa ed in particolare con un'islamofobia "popolare" se così la possiamo chiamare. E così la paura dell'altro diventa strutturale” (1). 

Un imbarbarimento delle relazioni sociali inaccettabile anche perché finisce, a sua volta, con l’alimentare le spinte verso i contrapposti fondamentalismi. 

(1) Alessandra Marchi, “La Francia e l'islamofobia” [Introduzione. La costruzione dell'alterità islamica”] in www.juragentium.org/topics/islam/it/marchi.htm 

 

 

07/02/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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