USA: il governo TRUMP – Parte 1

Dalle scelte operate da Trump per la squadra di governo si puo’ cominciare a delineare l’azione politica della nuova amministrazione USA che determinerà gli scenari di politica interna e internazionale per il 2017.


USA: il governo TRUMP – Parte 1 Credits: https://www.flickr.com/photos/max-goldberg/

Donald Trump, in veste di Babbo Natale, ha fatto puntualmente trovare i suoi personalissimi regali sotto l’albero degli americani e di tutti noi, considerando che ciò che avviene negli USA, attraverso la catena di trasmissione dell’imperialismo, incide sulle vite di noi tutti cittadini di questo mondo.

I personaggi individuati dal tycoon newyorkese per ricoprire i principali incarichi di governo consentono di cominciare a tracciare meglio in quali direzioni si muoverà l’amministrazione Trump a partire dal prossimo 20 gennaio, giorno del suo insediamento ufficiale a Washington.

Passiamo quindi in rassegna i principali nomi con i quali dovremo cominciare a familiarizzare per i prossimi anni.

Partiamo dal Chief of Staff, il capo di gabinetto, Reince Priebus, attuale presidente del Comitato Nazionale Repubblicano, che di fatto sarà quindi il braccio destro del presidente e si sta già affermando come agguerrito portavoce. Nei giorni precedenti il Natale ha suscitato il suo primo polverone mediatico sulla storia del voto degli immigrati illegali - allusione sollevata senza portare alcuna prova - e giusitificando anche altre mosse di Trump, giudicate maldestre o poco ortodosse, quale ad esempio la telefonata alla premier di Taiwan che ha molto irritato la Cina. Una figura quindi che avrà il compito fondamentale di continuare ad alimentare lo status di “animale mediatico” che Trump si e’ ritagliato durante la campagna elettorale e che è un elemento fondamentale del suo successo e del suo consenso. Niente di nuovo quindi sotto al sole, se non un approccio ancora più radicale e spregiudicato alle tecniche di manipolazione mediatica.

Un’altra nomina di grande significato politico e per una posizione fondamentale nello scacchiere di governo, è quella di Rex Tillerson, attuale Presidente della Exxon, la più potente delle ex sette sorelle dell’epoca del capitalismo delle multinazionali, ed oggi colosso transnazionale dell’energia, e scelto da Trump quale nuovo Segretario di Stato, quindi l’uomo che avrà il timone della politica estera USA nei prossimi anni. Tutti vedono in questa nomina la conferma di un riavvicinamento diplomatico alla Russia di Putin, partendo quindi dai comuni interessi tra i due paesi sul fronte dell’energia e Tillerson negli ultimi anni ha fortemente sviluppato l’attività di Exxon in Russia ed in Asia Centrale. Il riavvicinamento USA-Russia comporterà senz’altro una modifica della posizione USA sugli scacchieri oggi più caldi nell’agenda internazionale: dall’Ucraina alla Siria, passando per Medio Oriente e Asia Centrale, ma è ancora da capire come l’amministrazione Trump si riposizionerà su tutta una serie di questioni più specifiche che faranno senz’altro emergere delle contraddizioni rispetto a questa strategia di riposizionamento dell’imperialismo americano.

La nomina di Tillerson potrebbe quindi significare un maggior disimpegno americano nelle questioni aperte sullo scacchiere est-europeo, consentendo quindi alla Russia di recuperare un suo ruolo e un suo spazio di influenza (Ucraina?) e spingendo, al contempo, gli alleati europei e l’UE ad un ruolo più attivo rispetto a quello attuale di semplici, e comodi, spettatori. Un approccio che sarebbe quindi coerente anche con i pronunciamenti elettorali di Trump sul tema di revisione dell’organizzazione della NATO, non quindi, nel caso qualcuno volesse illudersi, di rottura dell’asse atlantico ma di revisione dei compiti tra alleati, provando a fare un salto indietro di circa un secolo, o forse anche due, se vogliamo ricordare la Dottrina Monroe che, nell’800, recitava “l’Europa agli Europei e l’America agli Americani”, cioè la delimitazione in due grandi ambiti dell’imperialismo, pur sempre occidentale. Ma siamo in un’altra epoca, il capitale è transnazionale ed anche gli imperialismi, in primis quello USA, non possono non esserlo.

Quindi l’amministrazione Trump, anche ammesso che riesca a riorganizzare il contesto europeo, non potrà esimersi dall’affrontare altre questioni più spinose in Medio Oriente: nell’immediato, i rapporti con i movimenti di guerriglia siriani, il cosiddetto fronte dei “ribelli moderati”, visto che il recente recupero di posizioni da parte del governo Assad, grazie principalmente all’intervento militare russo, è un fattore con cui fare i conti. E come reagiranno le petro-monarchie della penisola araba a tutto questo? E le altre questioni strettamente collegate: rapporti con Iran, Turchia, Israele e questione palestinese. E’ verosimile che l’amministrazione Trump cercherà di individuare dei compromessi per gestire i rapporti con tutti i principali attori della regione. Molto probabilmente stringerà in primo luogo accordi con la Turchia di Erdogan, uno dei primi leader internazionali che ha salutato con entusiasmo l’avvento di Trump alla Casa Bianca. Trump avrà però la necessità di mantenere saldi i rapporti con l’Arabia Saudita, individuando delle possibili vie d’uscita ad una possibile tensione relativamente alla guerra contro l’ISIS, che pare essere una ferma intenzione della nuova amministrazione di Washington. Allo stesso tempo si complicheranno i rapporti con l’Iran, sia per le molto esplicite dichiarazioni elettorali e post-elettorali di Trump e di altri esponenti del suo entourage, sia per la politica nucleare più aggressiva che si intende portare avanti. [2]

La figura di Tillerson, ad ogni modo, sembra essere adatta ad operare sul fronte medio-orientale per portare avanti gli interessi, in questo caso convergenti, di alcune importanti componenti del capitale imperialista USA: la lobby petrolifera (per mantenere sempre il controllo delle risorse nonostante sia sempre più complicato farlo per l’aumento degli attori in campo), l’apparato militar-industriale (e qui i conflitti sono fondamentali, oltre che il sostegno a Israele) e la lobby delle infrastrutture (per il business della ricostruzione).

A rafforzare questa strategia appare essere la nomina di James Mattis a capo del Dipartimento della Difesa. Un generale dei marines a riposo, con fama di super-falco che si è già pronunciato in maniera fortemente critica rispetto al disgelo dei rapporti con l’Iran portato avanti dall’amministrazione Obama. La fama di Mattis deriva anche dall’aver convinto Trump a non insistere sulla reintroduzione della tecnica del waterboarding nei confronti di prigionieri di guerra e di carcerati presunti terroristi. Ma non si tratta di un gesto di clemenza, semplicemente Mattis ritiene che esistano strumenti di tortura più efficaci. Ci sono anche dichiarazioni di Mattis sulla necessità di modernizzare l’arsenale nucleare, pur concedendo che, in funzione di una strategia di pura deterrenza, il volume degli armamenti nucleari vada ridotto. Ciò appare in sintonia con altri pronunciamenti di Trump in merito ad una possibile ripresa della corsa al riarmo nucleare, questa volta con più attori coinvolti, non soltanto USA e Russia quindi. Significativo che Trump abbia citato la necessità di dotare di armi nucleari il Giappone e la Corea del Sud per fronteggiare la presunta minaccia nord-coreana. E’ evidente che questo denota in realtà una visione strategica che vede nella Cina la principale potenza da fronteggiare, per contenere l’espansione della sua influenza economica, ma anche politica e militare, in tutto il continente asiatico. Ma al di là di questa visione strategica di cui Trump si fa portatore, uno degli effetti più immediati e più, per così dire, concreti, di essa sarà certamente l’incremento del bilancio della Difesa, ben accolto sia da ambienti finanziari che dalle lobby dell’industria degli armamenti, sebbene poi si stia per scatenare la lotta tra le varie componenti per affermare quali dovranno essere le direzioni di questo incremento di spesa pubblica.

Un’altra nomina significativa da un punto di vista politico, pur non trattandosi di un membro del governo, e che appare in linea con l’approccio strategico sopra delineato, è rappresentata dal prossimo Ambasciatore in Israele, David Friedman, un avvocato che in passato ha curato diversi affari societari di Trump, e noto per essere un ortodosso della politica filo-israeliana. La sua nomina rafforzerà ulteriormente una linea di sostegno incondizionato a Israele, già portata avanti tenacemente dall’amministrazione Obama, linea che ha permesso il rafforzamento di Benjamin Nethanyau, a sua volta sempre più allineato alle posizioni dell’ultradestra israeliana. [6]

A completare il quadro degli uomini che saranno i protagonisti della politica estera e di sicurezza dei prossimi anni, è Michael Flynn, nominato da Trump quale consigliere per la Sicurezza nazionale. Si tratta del secondo generale in pensione, questa volta proveniente dalle fila dell’esercito, che ha già guidato la Defense Intelligence Agency sotto Obama ed è stato molto critico nei confronti della sua amministrazione sulla guerra contro l'Isis. Tale nomina confermerebbe quindi la volontà di un riposizionamento strategico degli USA in Medio Oriente, con l’obiettivo di ristabilire l’influenza americana principalmente attraverso lo strumento militare.

Passando dalla politica estera alla politica economica, in questo caso a ricoprire la posizione chiave nella nuova amministrazione federale, quella di Segretario al Tesoro, sarà Steven Mnuchin. Tra i principali finanziatori della campagna elettorale di Trump, Mnuchin ha percorso la sua carriera nell’ambito degli “hedge funds” - fondi la cui attività di investimento è tutta basata sulla speculazione finanziaria. È stato inoltre un top manager della Goldman Sachs, che, ironia della sorte (o sarebbe meglio dire beffa per gli elettori), durante la campagna elettorale era stata uno dei bersagli preferiti di Trump, quando gli faceva comodo tuonare contro Wall Street e l’appoggio dell’establishment finanziario alla Clinton. Mnuchin peraltro pare essersi distinto, negli anni successivi alla crisi del 2008, per essere stato a capo della banca OneWest ed aver, in quel ruolo, manipolato ad arte valutazioni di immobili in occasione di pignoramenti, riuscendo così a lucrare profitti che sono stati stimati in oltre 200 miliardi di dollari.

Rimanendo nell’ambito della politica economica e commerciale l’altra posizione chiave all’interno della nuova amministrazione Trump, quella di Segretario al Commercio, verrà ricoperta da Wilbur Ross, un miliardario che ha sempre operato nel mondo delle banche di investimento, si è occupato di rilevare e rilanciare grandi aziende industriali decotte, nei settori dell’industria pesante, quella che è molto cara a Trump visto che è fortemente concentrata negli stati della cosiddetta “fascia della ruggine” il cui elettorato è stato decisivo nel determinare la sua vittoria su Hillary Clinton.

Le nomine di Mnuchin e di Ross sono state salutate con entusiasmo dai grandi miliardari di Wall Street. Entrambi infatti si posizionano tra gli uomini più ricchi degli USA con un reddito netto di circa 5,6 miliardi di dollari ciascuno. Due nomine quindi assolutamente organiche all’elite del grande capitale finanziario e industriale degli USA, per due posizioni chiave nella futura amministrazione federale.

Si tratta senza dubbio delle nomine che, più di altre, contrastano apertamente con tutti i proclami elettorali del neo presidente degli Stati Uniti. Come visto sono esponenti di primo piano di Wall Street, nonché falchi liberisti, allineati sulla necessità di una drastica riduzione delle imposte. Nel frattempo alla Borsa di New York tutti i titoli delle principali banche d’investimento, Goldman Sachs in testa, registrano rialzi oltre le più rosee previsioni, almeno rispetto a qualche mese prima. Tutto questo è il segno chiaro che Trump seguirà una linea di politica economica saldamente ancorata ad un’ortodossia liberista e monetarista che, dai tempi della Reaganomics degli anni ‘80, non è mai stata messa seriamente in discussione.

I programmi sono pertanto già chiari su alcuni punti fondamentali: riduzione delle aliquote per i redditi più alti, rialzo dei tassi di interesse, manovra che la Federal Reserve, la banca centrale degli USA, peraltro controllata da privati, con grande solerzia, ha già eseguito, soddisfacendo le aspettative di Wall Street. L’euforia che ormai da settimane si registra da quelle parti fa presagire che gli “spiriti animali” della “cupola” della finanza globale verranno lasciati sempre più liberi di agire. Le conseguenze possono essere facilmente prevedibili: speculazione imperante, volatilità dei mercati, concentrazione e centralizzazione del capitale finanziario, sempre maggiore sperequazione sociale e spinta continua allo sfruttamento sperando di contrastare la perenne legge della caduta tendenziale del saggio di profitto attraverso la generazione di profitto. Marx l’aveva individuata come illusione ultima del capitalismo di poter trasformare il processo circolare D-M-D1 in D-D1, cioè generare profitto direttamente dal denaro senza transitare dalla merce. Mnuchin e Ross appartengono a questa casta di sacerdoti illusionisti del capitalismo globale. A livello più concreto, una tale politica monetaria ed economica porterà, come già sta accadendo, ad un rafforzamento del dollaro ed un contemporaneo indebolimento dell’Euro, favorendo un consolidamento sui mercati globali delle grandi holding transnazionali (un tempo definite multinazionali) di origine americana. E pazienza se questo deprimerà l’export ed approfondirà il deficit della bilancia commerciale, che già nel 2016 si avvia a chiudere con un pesante negativo. Da decenni ormai gli USA compensano questo deficit nei flussi di merci con il movimento dei capitali, e un dollaro nuovamente dominante faciliterà il flusso di capitali da e per gli USA. Uno scenario del genere però deve tenere conto degli effetti già sperimentati negli anni ’60 che portarono Nixon a decretare l’inconvertibilità del dollaro in oro, causando una pesante crisi monetaria ed economica a livello mondiale. Oggi, a 60 anni di distanza, in presenza di movimenti di capitali enormemente più liberi di allora di fluttuare, in tempi brevissimi, da un paese ad un altro, queste perturbazioni possono comportare delle conseguenze molto più devastanti sul piano economico, politico e sociale.

07/01/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Zosimo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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