Venezuela: il colpo di stato in tempo reale

In Venezuela c’è un colpo di stato in corso. I pezzi del puzzle si stanno componendo come in un brutto film sulla CIA. A ogni passaggio si svela un nuovo traditore, un tradimento viene svelato, pieno di promesse di svelare una prova inconfutabile che giustifichi l’ingiustificabile. Le infiltrazioni aumentano, le voci si diffondono come un incendio, e il sentimento di panico minaccia di prevalere sulla logica.


Venezuela: il colpo di stato in tempo reale

di Eva Golinger

http://www.telesurtv.net/analisis/Eva-Golinger-Hay-un-golpe-en-tiempo-real-en-Venezuela--20150202-0017.html

In Venezuela c’è un colpo di stato in corso. I pezzi del puzzle si stanno componendo come in un brutto film sulla CIA. A ogni passaggio si svela un nuovo traditore, un tradimento viene scoperto, pieno di promesse di svelare una prova inconfutabile che giustifichi l’ingiustificabile. Le infiltrazioni aumentano, le voci si diffondono come un incendio, e il sentimento di panico minaccia di prevalere sulla logica.

I titoli dei giornali gridano al pericolo, alla crisi e alla sconfitta imminente, mentre i sospetti di sempre dichiarano una guerra segreta contro un popolo il cui unico delitto è di essere il guardiano della più grande miniera di oro nero del mondo.

Questa settimana, mentre il New York Times ha presentato un editoriale che umilia e ridicolizza il presidente venezuelano Maduro, etichettandolo come “stravagante e dispotico” (Mr Maduro in his Labyrinth”, NYT, 26 gennaio 2015 – Il Signor Maduro nel suo labirinto), un altro giornale al di là dell’Atlantico, ha messo in prima pagina un pezzo da strapazzo che accusa il Presidente dell’Assemblea Nazionale del Venezuela, Diosdado Cabello, che è la più potente figura politica del paese dopo Maduro, di essere un boss della droga (“Il capo della sicurezza del numero due chavista diserta per gli Stati Uniti e lo accusa di traffico di droga”, ABC, 27 gennaio 2015). 

Le accuse hanno origine da un ex ufficiale della guardia presidenziale venezuelana, Leasmy Salazar, che è stato in servizio al tempo del Presidente Chávez e che è stato reclutato dalla DEA, U.S. Drug Enforcement Agency – Agenzia federale statunitense antidroga, che ora sta diventando la nuova “persona preziosa” nella guerra di Washington al Venezuela. 

Due giorni dopo, il New York Times ha pubblicato un pezzo in prima pagina attaccando l’economia venezuelana e l’industria del petrolio, e presagendo la sua rovina (Con il denaro del petrolio in diminuzione, gli scaffali in Venezuela sono vuoti”, 29 gennaio 2015, NYT). Omissioni stridenti nell’articolo e un titolo fuorviante erano su molti giornali statunitensi, stampati e online, che collegavano il Venezuela alle armi nucleari e a un piano per bombardare la città di New York (“Uno scienziato statunitense messo in prigione per aver tentato di aiutare il Venezuela a costruire una bomba”, 30 gennaio, 2015 NPR- National Public Radio). Mentre il titolo induce i lettori a credere che il Venezuela sia direttamente coinvolto in un piano terroristico contro gli Stati Uniti, il testo reale dell’articolo chiarisce che nessun venezuelano era implicato. Tutta la farsa è stata una trappola programmata dall’FBI, i cui gli ufficiali dell’FBI si sono finti ufficiali venezuelani per catturare un fisico nucleare deluso, che una volta lavorava a Los Alamos, Nuovo Messico.

Lo stesso giorno, la portavoce del Dipartimento di Stato Jan Psaki, ha condannato la presunta “criminalizzazione del dissenso politico” in Venezuela, quando un inviato le ha domandato dell’arrivo a New York del generale venezuelano profugo, Antonio Rivero, che doveva chiedere appoggio al Comitato Operativo delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria. Rivero era sfuggito a un mandato d’arresto in Venezuela dopo il suo coinvolgimento in violente proteste contro il governo che lo scorso febbraio avevano causato la morte di oltre 40 persone, principalmente sostenitori del governo e forze di sicurezza dello stato. Il suo arrivo negli Stati Uniti ha coinciso con quello di Salazar, evidenziando uno sforzo coordinato per indebolire le Forze Armate del Venezuela, presentando pubblicamente due ufficiali militari di alto profilo – entrambi ex lealisti di Chávez – che si sono rivoltati contro il loro governo e che stanno cercando l’intervento straniero contro il loro paese. 

Questi esempi sono soltanto “istantanee” di una copertura crescente, sistematicamente negativa e distorta delle vicende venezuelane sui media statunitensi, che dipingono un quadro esageratamente fosco dell’attuale situazione del paese e che rappresentano il governo come incompetente, dittatoriale e criminale. Mentre questo tipo di campagna mediatica coordinata contro il Venezuela non è nuovo – i media rappresentavano costantemente l’ex presidente venezuelano Hugo Chávez, eletto quattro volte presidente da una maggioranza schiacciante, come un dittatore tirannico che distruggeva il paese – si sta chiaramente intensificando a un ritmo rapido e preoccupante. 

Il «New York Times» ha una storia vergognosa nei confronti del Venezuela. Il consiglio di redazione ha applaudito gioiosamente al violento colpo di stato dell’aprile 2002 che ha rimosso il presidente Chávez e che ha provocato la morte di almeno 100 civili. Quando Chávez è stato rimesso al potere dai suoi milioni di sostenitori e dalle forze armate a lui fedeli, due giorni dopo, il «Times» non ha ritrattato il suo errore madornale, ma ha arrogantemente implorato Chávez di “governare responsabilmente”, sostenendo che fosse lui stesso ad aver organizzato il colpo di stato. Ma il fatto che il Times abbia ora iniziato una campagna insistente e diretta, contro il governo venezuelano, con articoli unilaterali, distorti e chiaramente aggressivi – editoriali, blog, opinioni, e notizie – indica che Washington ha messo il Venezuela sulla corsia prioritaria del cambiamento di regime. 

Il tempismo dell’arrivo di Leamsy Salazar a Washington come presunto collaboratore della DEA, e il suo pubblico smascheramento, non è una coincidenza. Questo febbraio è passato un anno da quando le proteste antigovernative hanno violentemente tentato di costringere Maduro alle dimissioni. I capi delle proteste, Leopoldo López e María Corina Machado, sono stati entrambi elogiati dal «New York Times», e da altri “rispettabili” organi di stampa, come “combattenti della libertà”, “veri democratici” o, come il «Times» di recente ha definito Machado, “ispiratrice.” Anche il presidente Obama ha chiesto la scarcerazione di López (è stato detenuto per il suo ruolo nelle violenze della protesta) in un discorso nello scorso settembre durante un evento alle Nazioni Unite. 

Queste voci influenti omettono testardamente il coinvolgimento di López e Machado e la loro guida in atti violenti, non democratici e perfino criminali. Entrambi erano stati coinvolti nel golpe del 2002 contro Chávez.

Entrambi hanno ricevuto illegalmente finanziamenti stranieri per attività politiche programmate per rovesciare il loro governo, e l’anno scorso entrambi hanno guidato le letali proteste contro Maduro, chiedendo pubblicamente la sua estromissione con mezzi illegali.

L’uso di un personaggio come Salazar, che era noto a chiunque fosse vicino a Chávez come una delle sue guardie leali, come una forza per screditare e attaccare il governo e i suoi capi, è una tattica della vecchia scuola dell’intelligence, tattica molto efficace. Infiltrate, reclutate e neutralizzate l’avversario dall’interno o con uno dei suoi – un tradimento penoso, scioccante che crea sfiducia e paura tra i ranghi. Mentre non è emersa alcuna prova per sostenere le dichiarazioni offensive di Salazar contro Diosdado Cabello, il titolo causa una storia sensazionale e un altro punto contro il Venezuela nell’opinione pubblica. Ha causato anche trambusto all’interno delle forze armate venezuelane e potrebbe causare ulteriori tradimenti da parte di ufficiali che potrebbero appoggiare un colpo di stato contro il governo.

Il Venezuela sta soffrendo dell’improvviso e drammatico crollo dei prezzi del petrolio. L’economia del paese che dipende dal petrolio si è gravemente contratta e il governo sta prendendo misure per riorganizzare il bilancio e garantire l’accesso ai servizi e ai beni essenziali, ma la gente sta ancora sperimentando alcune difficoltà. Al contrario del fosco quadro fatto dal «New York Times», i venezuelani non stanno morendo di fame, non sono senza casa e non soffrono di disoccupazione di massa, come hanno sperimentato nazioni come la Grecia e la Spagna durante le politiche di austerità. Malgrado certe difficoltà – alcune causate dai controlli valutari e altri da accaparramento, da sabotaggio o dal contrabbando – il 95% dei venezuelani consuma tre pasti al giorno, una quantità che si è raddoppiata dagli anni '90. Il tasso di disoccupazione è inferiore al 6% e gli alloggi sono sovvenzionati dallo stato.

Ciò nonostante dare la colpa all’economia venezuelana è senza dubbio una strategia che si intensifica rapidamente eseguita da interessi stranieri e dalle loro controparti venezuelane, ed è molto efficiente. Dato che le difficoltà di approvviggionamento continuano e l’accesso al dollaro diventa sempre più difficile, ne conseguono panico e caos. Questo malcontento sociale è sfruttato dalle agenzie statunitensi e dalle forze antigovernative in Venezuela che spingono verso un cambiamento di regime. Una strategia molto simile è stata usata in Cile per destituire il presidente socialista Salvador Allende. Prima è stata distrutta l’economia, poi è cresciuto il malcontento di massa e i militari si sono mossi per cacciare via Allende, sostenuti da Washington in ogni fase. Non dimentichiamo il risultato: è stata una dittatura brutale guidata dal Generale Augusto Pinochet che ha torturato, assassinato, fatto sparire e costretto all’esilio decine di migliaia di persone. Non esattamente un modello da replicare.

Quest’anno il presidente Obama ha approvato uno speciale finanziamento del Dipartimento di Stato di 5 milioni di dollari statunitensi per sostenere i gruppi anti-governativi in Venezuela. Inoltre, l’organizzazione “National Endowment for Democracy”, finanziata dal Congresso, sta a sua volta finanziando i gruppi di opposizione in Venezuela con oltre 1,2 milioni di dollari statunitensi e sta aiutando i tentativi di minare il governo di Maduro. Non ci sono molti dubbi che altri milioni per il cambiamento di regime vengano fatti passare tramite altri canali che non sono soggetti a minuzioso esame pubblico. 

Il presidente Maduro ha denunciato questi attacchi continui contro il suo Governo e ha fatto appello direttamente al presidente Obama affinché ponga fine ai suoi tentativi di danneggiare il Venezuela. Recentemente, i 33 paesi latino-americani e caraibici, membri della Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici (CELAC), hanno espresso pubblicamente il loro appoggio a Maduro e hanno condannato le continue ingerenze nord-americane in Venezuela. 

L’America Latina rifiuta fermamente qualsiasi tentativo di erodere la democrazia e non consentirà un altro colpo di stato nella regione. È ora che Washington ascolti l’emisfero e la smetta di usare le stesse sporche tattiche verso i propri vicini.

07/02/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Eva Golinger

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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