Venezuela. Le sorti del socialismo bolivariano ci riguardano tutti

La vittoria di Hugo Chavez, il 6 dicembre del 1998, ha costituito uno spartiacque in Venezuela, ridefinendo il quadro politico e gli schieramenti. 


Venezuela. Le sorti del socialismo bolivariano ci riguardano tutti

 

La vittoria di Chavez nel 1998 ha costituito uno spartiacque in Venezuela con l'entrata in scena di settori popolari tenuti ai margini della rappresentanza. La proprietà privata non viene abolita, ma si definisce la cornice legale per l'autogestione. Qualche movimento o piccolo partito di ultrasinistra o libertario si oppone in nome di un presunto marxismo ortodosso o dell’anarchismo sedendosi in modo schizofrenico con lo schieramento che sostiene il capitalismo. Ma per gran parte delle classi popolari la questione finora è stata chiara: contano i programmi e i fatti per efinire che è di destra e chi di sinistra. 

di Geraldina Colotti

La vittoria di Hugo Chavez, il 6 dicembre del 1998, ha costituito uno spartiacque in Venezuela, ridefinendo il quadro politico e gli schieramenti. L'entrata in scena di settori popolari tenuti ai margini del diritto e della rappresentanza, un programma di riforme strutturali sempre negate e ora garantito da una nuova costituzione (approvata da un'assemblea costituente), un arco di forze capace di includere le istanze più sentite del paese, hanno riconfigurato formazioni e appartenenze. Bolivarismo, socialismo, femminismo, diversità e diritti della natura costituiscono l'ossatura di una costituzione declinata nei due generi. La proprietà privata non viene abolita, ma si definisce la cornice legale per l'autogestione. Soprattutto, compare l'architrave legislativo che consente di espropriare il latifondo e nazionalizzare i settori portanti dell'economia: in primo luogo riprendendo possesso della petrolifera di stato, Pdvsa, ridotta a comitato d'affari dei poteri forti transnazionali e nazionali, e destinata a essere progressivamente privatizzata. 

La nuova direzione di marcia, tesa a rimettere in questione rapporti di proprietà e rendita petrolifera in un paese che custodisce le più grandi riserve di petrolio al mondo, provoca la reazione delle forze conservatrici: di quegli stessi potentati, transnazionali e nazionali che, nel 1958, dopo la cacciata del dittatore Marco Pérez Jimenez avevano impedito alle forze popolari di governare in direzione del socialismo, com'era avvenuto a Cuba. Nel 2002, organizzano un colpo di stato a guida Cia, covato e seguito dai padroni del “latifondo mediatico” ancora imperante. Quel golpe-lampo, spazzato via a furor di popolo, aveva portato in sella il capo della locale Confindustria, Pedro Carmona Estanga, sostenuto dalla centrale sindacale Ctv, con cui si apparentava da anni. Un elemento che induce le sinistre moderate di casa nostra a chiudere la porta a Chavez, considerandolo un “dittatore”. Un indicatore prezioso, invece, per comprendere in quale campo e con quale programma si dovesse cercare la sinistra in Venezuela. La deriva della Ctv si era consumata nei quarant'anni di consociativismo della IV Repubblica, anni di alternanza di governo tra il centro-destra guidato dal partito Copei (democristiani) e il centro-sinistra di Accion Democratica (Ad). Riassumere brevemente i tratti di Accion Democratica serve a comprendere gli odierni schieramenti. 

Ad è sempre stata alleata degli Stati uniti e non ha mai difeso realmente gli interessi dei settori popolari. Tuttavia, prima della rivoluzione bolivariana, i due partiti mantenevano tratti distintivi, per storia e base militante. Ad veniva chiamata “il partito del popolo”. Da una sua scissione nacque il Movimiento de Izquierda Revolucionaria (Mir) che avrà un ruolo di primo piano nelle guerriglie degli anni '60. E, nel 1976, fu un governo “adeco” a nazionalizzare l'industria petrolifera, su cui poi Chavez baserà gran parte delle politiche popolari. 

Nel '58, dopo la fuga del dittatore, gli Stati uniti, le gerarchie ecclesiastiche e i potentati locali dovevano impedire all'arco di forze guidate dal Partito comunista di prendere il timone del paese. Dieci anni prima, il governo progressista dello scrittore Romulo Gallegos, eletto nel 1947, era stato rovesciato con un colpo di stato. Questa volta, gli Stati uniti decidono di appoggiare la costituzione di un governo diretto da Ad e di cooptarne progressivamente la centrale sindacale – Ctv – facendo del Venezuela al contempo la vetrina da presentare in occidente e una leva contro l'espandersi della rivoluzione cubana. Il consociativismo deciso con il Patto di Punto Fijo che escluse dal governo i comunisti, segnerà gli anni successivi. E i governi di Accion democratica non si faranno scrupolo di reprimere l'opposizione radicale: torture e desaparecion furono moneta corrente. Si cominciò in Venezuela e non nell'Argentina dei militari a gettare i militanti dagli aerei e a farli scomparire. 

D'altro canto, iniziò proprio in Venezuela la prima guerriglia in America latina, dopo la vittoria della rivoluzione cubana. Negli anni '60, il Partito comunista, il Mir e il Prv (il Partito della rivoluzione venezuelana, una scissione del Pcv) scelgono la guerriglia e fanno proseliti nelle forze armate. Nel 1962 settori di militari progressisti tentano di rovesciare il governo di Ad. Dagli anni '60 agli '80, mentre grossi pezzi delle organizzazioni rientrano nella vita politica legale, nascono altre formazioni di sinistra radicale come la Causa radicale (Causa R). 

Chavez è parte di quel percorso che, a partire dagli anni '70, porta a fondare dapprima un movimento clandestino all'interno delle forze armate, l'Esercito bolivariano di liberazione (1983) e poi il Movimento bolivariano rivoluzionario che lo accompagnerà fino alla vittoria elettorale. In un libro- intervista con il giornalista José Vicente Rangel (uomo politico di lungo corso, tre volte candidato alla presidenza per la sinistra nella IV Repubblica) dichiara apertamente la sua consonanza con il pensiero di Gramsci: percepito dal marxismo latinoamericano, intriso di Teologia della liberazione, indigenismo e, soprattutto, di nazionalismo bolivariano. Le interviste partono dal 1992-93, dopo il fallimento dell'insurrezione civico-militare guidata da Chavez, il suo arresto, la successiva liberazione per intervento presidenziale, e il lavoro di ricostruzione di un nuovo schieramento unitario per presentarsi alle elezioni. 

Ma prima, c'è stato il Caracazo, l'esplosione di massa contro il caro-vita, costata all'incirca 3.000 morti. E' il 27 febbraio del 1989. Un anno prima, il governo di Accion Democratica, guidato dal socialdemocratico Carlos Andres Pérez, ha accettato le direttive del Fondo monetario internazionale: prezzi alle stelle, precarietà e miseria per le classi popolari. Quando scoppia la rivolta spontanea (nel quadro esausto e frammentato di allora, nessuna organizzazione di sinistra è in grado di prevederne o di guidarne il percorso), Pérez ordina di sparare sulla folla. Il Movimento Bolivariano Rivoluzionario si rifiuta e si situa dal lato delle sinistre antiliberiste come la Causa R. 

Quando Chavez vince le elezioni, inaspettatamente con il 56% dei voti, le tornate elettorali sono ormai ridotte a un balletto asfittico in cui votano poche persone. Da allora, la “democrazia partecipativa” che ha sostituito quella rappresentativa della IV Repubblica, ha organizzato 19 elezioni e offerto il quadro della nuova divisione fra destra e sinistra. Il chavismo ha attraversato e diviso tutti gli schieramenti, anche quelli degli ex guerriglieri. Per motivi nobili e meno nobili, si sono schierati con Chavez anche gran parte delle sinistre moderate della IV Repubblica, svuotando di tessere e contenuti le sigle che ancora compaiono in parlamento tra i banchi dell'opposizione: prima di tutto Ad e Copei, ma anche Causa R, Movimento al socialismo (Mas), Bandera Roja. Tutte gravitano o stanno apertamente dentro l'alleanza di opposizione che si è definita Mesa de la Unidad Democratica (Mud). Qualche movimento o partitino, con annesso micro-sindacato ipercorporativo continua a richiamarsi al troskysmo o al marxismo leninismo, e a restare in modo schizofrenico nello schieramento che sostiene il capitalismo. Stessa cosa avviene per alcune frange dei gruppi anarchici o libertari. 

Ma per gran parte delle classi popolari la questione finora è stata chiara: contano i programmi e i fatti.
E sono quelli a definire il concetto di destra e sinistra. D'altronde, nel campo del socialismo bolivariano vi sono formazioni che, come il Partito comunista, non hanno accettato di sciogliersi nel Partito socialista unito del Venezuela (Psuv), ma ne sono alleati. Nelle precedenti elezioni, la lista Redes, capeggiata dall'ex sindaco di Caracas, Juan Barreto (di orientamento, si potrebbe dire, consigliarista) ha raccolto diverse associazioni popolari e movimenti, i cui voti sono sempre confluiti su Chavez e Maduro. Ora, anche Marea Socialista (all'inizio una formazione troskista, ora un contenitore di scontento, anche parlamentare, del chavismo) ha deciso di andare da sola alle prossime (importantissime) elezioni parlamentari, previste a fine anno. 

Finora, per tutti (o quasi) è apparso chiaro che un ritorno delle destre sarebbe devastante e che, dentro o fuori dal chavismo, c'è ancora molto da lavorare per costruire qualcosa in grado di procedere più veloce e meglio in direzione del socialismo. Intanto, nel paese si stanno svolgendo le primarie del Psuv: con regole diverse, che prevedono almeno la metà di candidate donne e di altrettanti giovani sotto i trent'anni. Candidati scelti nelle assemblee di quartiere e negli organismi popolari. La Mud ha già svolto le sue primarie: parziali, con collegi blindati, accuse di brogli interni e ulteriori scissioni. Ad fa sempre parte dell'Internazionale socialista. E questo motiva, in parte, l'appoggio delle “sinistre” moderate europee all'opposizione venezuelana, nonostante il persistere delle propensioni golpiste.

Dopo la caduta dell'Unione sovietica, fra la tagliola del neoliberismo e la trappola della socialdemocrazia che la predispone, il chavismo ha raccolto la bandiera del socialismo bolivariano e ha cercato un nuovo percorso. Che ce la faccia o soccomba, per tante ragioni, ci riguarda. 

13/06/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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