Amministrative a Roma. Le mani sulla città

Giachetti, Bertolaso, Raggi, Marchini, Fassina, Marino, Bray. Il “carosello” dei candidati sindaco in una città allo sbando.


Amministrative a Roma. Le mani sulla città

Giachetti, Bertolaso, Raggi, Marchini, Fassina, Marino, Bray. Il “carosello” dei candidati sindaco coinvolti in un gioco delle parti in una città allo sbando. L’eredità disastrata delle precedenti giunte e il fallimento del welfare cittadino e nazionale. Nebbia sul candidato del centro destra. Foschia su Fassina, candidato del nuovo soggetto politico “Sinistra italiana”. Bray e Marino si candideranno? O ci saranno delle “primarie di sinistra”?

di Alba Vastano

Tensione a Roma per le prossime amministrative di giugno, con cui verrà eletto il sindaco. Ma Roma, rebus sic stantibus, è ancora governabile? Quali competenze dovrebbe avere oggi il sindaco di una città come Roma per sciogliere l’aggrovigliata matassa del debito, dei servizi allo sfacelo e della corruzione mafiosa che si è incancrenita sul Campidoglio? Le macerie di un’eredità disastrata e anche lo sgomento popolare dovuti alle dimissioni coatte del chirurgo Marino non favoriscono di certo la chiarezza sull’attuale situazione capitolina, già compromessa dalle precedenti giunte, cui ha dato il colpo di grazia Alemanno. Allo sbando amministrativo si aggiunge la confusione per quel che sarà, alla luce anche di una governance nazionale che tutto intende risanare tranne che un welfare ridotto allo stremo, con l’aggravante dell’attuazione della legge di stabilità 2016 che dispone tagli a getto continuo sui servizi sociali di primaria necessità.

Nel dettaglio economico a Roma impera un debito di mole eccezionale, calcolato in oltre 13,6 miliardi di euro e l’Irpef è alle stelle. I tagli mannaia incidono su tutti gli aspetti della vita sociale della città, riducendola ai limiti della sopravvivenza sociale, a danno dei residenti. E per Roma oggi un amministratore capace di sbrogliare la matassa e fare capolino dal tunnel è ormai emergenza. Ma chi e con quali programmi per Roma siederà sullo scranno dell’aula Giulio Cesare del palazzo senatorio è ancora oscuro.

Nel frattempo si sono svolte le primarie del Pd che hanno designato candidato unico Giachetti, l’uomo di Renzi. Mentre i 5stelle propongono la giovane Virginia Raggi. Nebbia sul candidato del centrodestra. Presidiato comunque dalla presenza di Storace che si candida. Foschia anche sull’emergente sinistra italiana rappresentata dall’ex (ndr: fino a quando?) piddino Stefano Fassina, affiancato nella corsa alla carica dall’ex ministro dei beni culturali del governo Letta, Massimo Bray.

Marchini, ex lista civica, ripresenta la sua candidatura con una lista che rappresenta se stesso, dichiarando di essere super partes, né di destra né di sinistra (ma quanto super?). Gusto di minestra acida e riscaldata, la candidatura teleguidata da Berlusconi di un Bertolaso che nessuno vorrebbe come sindaco a Roma. Ma nemmeno lui sa se lo vuole. E Marino che fa? Vuole correre anche lui per stizza o per tentare di terminare gli ultimi danni alla città? Nel frattempo è tutto concentrato alla stesura del suo libro di prossima pubblicazione pieno di anatemi (si sussurra) su chi l’ha sfrattato dal Campidoglio.

Sindaci capitolini di ieri e di oggi

Una lunghissima storia quella degli amministratori della Capitale. Ha inizio prima dell’unità d’Italia, quando sulla città a regnare era il pontefice. Il governo all’epoca era dei senatori, fino a trasferire il tutto nell’amministrazione papalina sotto il cardinale vicario. La carica di Sindaco viene istituita per la prima volta dopo l’Unità nazionale.

L’epurazione messa in atto durante il fascismo purgò anche la carica di sindaco della Capitale. Venne istituita la carica di governatore di Roma. Il sindaco riapparve solo con la Liberazione della città nel 1944. Con la nascita della Repubblica fino al 1993 il sindaco veniva nominato dal consiglio comunale. La riforma della legge elettorale dei Comuni ne istituì l’elezione diretta che stabiliva anche la durata della carica in quattro anni. Cinque dal 2001.

Per circa quaranta anni dominarono l’amministrazione capitolina uomini della Dc, il più longevo partito di maggioranza, di carattere vaticanense e di stampo mafioso sotto l’egida, per un lungo periodo dell’allora pluri- presidente del consiglio, Giulio Andreotti.Un periodo nero, intervallato da un breve periodo rosso, dal ’76 all’82. Roma, in quel periodo, con Argan, Petroselli e Vetere, conobbe i tempi migliori. Grazie anche a Renato Nicolini, assessore alla cultura che creò “l’estate romana”. Ma erano anche gli anni di Berlinguer e della lotta di classe. Era un’altra storia.

E dal ’93, arrivano per elezione diretta i sindaci ulivisti: Rutelli e Veltroni. Tredici anni di amministrazione su una Roma che iniziava a mostrare i suoi acciacchi, dopo il lungo quarantennio di incubazione. Ma siamo già in epoca berlusconiana. I sindaci ulivisti quanto avranno contrastato le politiche liberiste dominanti che hanno portato allo sfacelo il paese? Ma il dado era già tratto e il terreno fertile per accogliere Alemanno che, come Attila, ha raso al suolo anche ciò che restava dei reperti costruttivi della Roma di Petroselli. Fra scandali in giunta, nepotismi e politiche capitaliste di stampo neofascista il predecessore di Marino ha dato il colpo di grazia al welfare di Roma capitale, contribuendo a portare il debito a misure esponenziali.

E arriva l’uomo del Pd, collocato in aula Giulio Cesare, direttamente dalla sala operatoria dove svolgeva la sua professione. “Marino è un sindaco onesto. Stava sradicando il sistema mafioso radicato nella città. Una congiura….è una vittima predestinata. Non faceva comodo a qualcuno dall’alto” contestano molti cittadini nel momento delle dimissioni anticipate a cui lo hanno costretto i suoi della giunta comunale. Sì Marino sarà stato una vittima predestinata, una pedina gettata maldestramente in un campo minato, ma non ha avuto il coraggio di operare dei cambiamenti radicali, non ha avuto il coraggio delle scelte.

Non ha colto l’occasione per denunciare abbastanza e fino in fondo chi manovra questo paese nascondendosi dietro un illusorio riformismo. Non ha avuto il coraggio di denunciare i suoi congiurati, che pure lì lo avevano collocato perché fosse loro pedina. Non ha scelto di schierarsi apertamente dalla parte del bene comune e dei cittadini in difficoltà. Non ha voluto sostenere le delibere di iniziativa popolare, bocciandole sul nascere.

Marino era la persona sbagliata, al posto sbagliato. Semplicemente perché non aveva competenze necessarie per gestire un’amministrazione così complessa. Perché era estraneo ai fatti di Roma e perché Roma era già ingovernabile.

Il sindaco di domani

Ci vuole il coraggio delle scelte per governare Roma. Tutti, troppi vogliono mettere le mani sulla città. Lo vuole soprattutto il Pd che ha sguinzagliato Giachetti, tramite le primarie. Una faccia pulita, un linguaggio semplice e popolare. Vuole stare dalla parte dei cittadini. Vuole occuparsi dell’ambiente, degli spazi verdi. Vuole restituire dignità alla città e ai cittadini. Così proclama dai media. Lo vuole anche il M5s. Lo vuole il centro destra. Un cliché pre-elettorale a cui è difficile credere, soprattutto che venga messo in atto. Un cliché che ripetono come una litanìa tutti i candidati.

Dalla emergente Virginia Raggi, a Storace confortato e caldeggiato dal leghista xenofobo e omofobo Salvini. A Stefano Fassina. Fuoriuscito dal Pd e frontman del nuovo soggetto politico “Sinistra italiana”. Con quali fondi intendono attuare il restyling sulle macerie della città? Come affronteranno la questione immane di un debito spropositato, la questione sospesa, dell’acqua bene comune, che nonostante la vittoria referendaria è tornata privatizzata? Come affronterà il problema delle strade, degli asili nido, dell’edilizia scolastica fatiscente? E degli sgomberi attuati dalla giunta Marino sui centri sociali? E dell’incalzante problema dei centri di accoglienza per gli immigrati e dei campi rom? E dei trasporti, degli appalti mafiosi, della dilagante prostituzione e della cementificazione eccessiva, voluta da un piano regolatore mai adeguato alle strutture attuali della città? E delle fognature di struttura medievale, dello smaltimento dei rifiuti e del disagio abitativo enorme, esacerbato dal(ex) ministro Lupi negli articoli 3 e 5 del suo decreto?

Il candidato Fassina.. e non solo

La sinistra radicale romana sta guardando con interesse, da mesi ormai, alla candidatura di Stefano Fassina. Il suo manifesto enuncia molte cose: “attuazione di politiche di redistribuzione della ricchezza; creazione di opportunità di lavoro dignitoso, specialmente per i giovani, transizione ecologica, ricostruzione della partecipazione democratica, riscrittura del Fiscal compact e blocco del Trattato commerciale con gli Stati Uniti, il TTIP. Ovviamente per realizzarli occorre rompere con quest'Europa, superare gli attuali trattati europei e rimodellarli al fine di avviare una transizione per il superamento del neoliberismo”.

Parlamentare nel partito di maggioranza, esce di “casa” sbattendo la porta, visibilmente contrariato dalle politiche renziane. Furoreggia contro il Pd e Renzi. S’impegna nella costruzione del nuovo soggetto politico “Sinistra italiana”. “L’altra Europa per Tsipras” di Roma è con lui. Sel in parte. Il Prc ha una maggioranza favorevole.

Dubbi molti. Confusione e perplessità giustificate e in fase crescente di una porzione di compagni.

“Che si chiuda l’appoggio a Fassina e lo si lasci alla partita per cui sta giocando: la costruzione del partito di Sinistra italiana a guida Sel e il ritorno ad un nuovo centrosinistra… Fassina, in probabile liaison con Marino, non segna un’indispensabile cesura con le politiche antipopolari della giunta precedente…al di là delle sue polemiche sull’Europa, non esce dall’orizzonte keinesiano e riformista, una posizione ormai superata dagli eventi… noi aspiranti comunisti dovremmo starne alla larga, dando alle elezioni il giusto peso e mettendoci pancia a terra a lavorare per riconquistare un nostro ruolo politico autonomo” afferma un’area Prc.

E soprattutto oggi con l’entrata in campo dell’ex ministro della Cultura, Massimo Bray, sostenuto da D’Alema, i dubbi lievitano. Anche lui improvvisamente preso dal fuoco politico di una nuova sinistra radicale, ma sembra ancora iscritto al Pd. S’incontra con Marino proprio in questi giorni. Sembra che anche l’ex sindaco voglia ricandidarsi. Con una lista sua o correrà con Fassina e Bray? Aumentano in misura esponenziale i mal di pancia di alcuni compagni del Prc. E a ragione. La scelta di appoggiare Fassina e di aderire al nuovo soggetto “Si” offre sufficienti garanzie politiche o è un fuoco destinato a spegnersi in breve, come già accaduto nel passato?

A breve la campagna elettorale, ma nulla è chiaro. Nulla è deciso. Si sa per certo che due uomini del Pd, cambiano casacca e vogliono salvare la sinistra romana. Se si aggiungerà Marino, il redivivo, chi sarà il candidato? Si ventilano le primarie: Fassina sembra volerle, Bray no. Quanto meno dovrebbe essere scontato, all’interno del Prc, il consenso alla perplessità su una situazione oggettivamente ondivaga, instabile e politicamente immatura. Roma non ha bisogno di questo.

12/03/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Alba Vastano

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