Cucchi morto di botte. Sei “Stato” tu

La Procura di Roma riapre il caso Cucchi e accusa di omicidio preterintenzionale i tre Carabinieri che lo arrestarono e lo torturarono.


Cucchi morto di botte. Sei “Stato” tu Credits: https://4.bp.blogspot.com/

17 gennaio 2017. Nuovo scenario per il caso Cucchi. La Procura di Roma riapre le indagini rinviando a giudizio alcuni fra gli imputati, con l’accusa di delitto preterintenzionale. Stefano è morto per le torture subite. Torture che gli impedirono anche di alimentarsi per sopravvivere.

Un tal Giovanardi, invece, affermò, già nel 2009, a pochi giorni dalla morte del giovane “Stefano è morto perché tossico e anoressico. Uno spacciatore abituato alle percosse tipiche dell’ambiente della droga”. (nda, poi con i media contro, chiedono sempre scusa).Complice della morte anche uno Stato di polizia che non garantisce i diritti umani e un Legislativo che ancora non legifera ad hoc sulla materia e non impone la legge sul reato di tortura. In piena trasgressione dell’articolo 13 della nostra Costituzione che recita "É punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà".

1’Italia ha aderito a specifici trattati per la tutela dei diritti umani. La Convenzione Onu (27 giugno 1987) e la Convenzione europea per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti crudeli e inumani (26 novembre 1987). All’art. 1 della convenzione Onu è previsto che “gli Stati aderenti debbano legiferare contemplando la tortura come reato nel codice penale interno…”. L’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo. Ma il reato, nel nostro codice penale ancora non c’è.

E questi gli effetti. Il potere degli agenti dell’ordine pubblico arriva fino alla licenza di torture su un sospettato o su un detenuto in attesa di giudizio. Otto anni di attesa per la famiglia Cucchi. Per far luce su una verità, già acclarata sin dall’inizio, è un tempo troppo lungo e ingiusto. Oggi, con la riapertura del caso, si spera ancora che giustizia venga fatta. S’intravede un barlume nel tunnel delle menzogne e della verità insabbiate. Si apre nuovamente una speranza di riscatto per Stefano e la sua famiglia. Su quella realtà palesata in modo inequivocabile dalle immagini che vedono un corpo martoriato, un viso tumefatto tanto da essere irriconoscibile anche a Rita, la madre. Quelle immagini, sventolate sin dal Processo in Primo grado del 2013, sono la testimonianza certa di colpevolezza. Ma chi fra i 13 imputati ha maggiori responsabilità? Dei tre “caramba”, oggi accusati di omicidio, allora neanche l’ombra del dubbio di unica colpevolezza. Le prove provate ancora non c’erano.

E dopo i due Appelli e la Cassazione ancora oggi la magistratura si dibatte, fra prove sommerse ed emerse, sul verdetto “colpevole o innocente”. Lo scagionamento degli imputati per mancanza di prove è un boccone troppo amaro da ingoiare per Ilaria Cucchi, promotrice delle denunce che hanno tenuto vivo il caso. E per Rita e Giovanni, genitori di Stefano. Ma anche per tutti coloro che ritengono che la verità dei fatti debba emergere e debbano essere puniti i responsabili. Si chiede che giustizia sia fatta e che debba essere uguale per tutti nel rispettato della Convenzione europea per applicare il reato di tortura nella legislazione italiana. Fra gli imputati coinvolti nell’omicidio di Stefano, oggi “l’occhio” della Procura si sposta sui Carabinieri che lo arrestarono, riformulando il capo di accusa di lesioni personali, accusandoli di omicidio e anche di abuso di autorità. Stefano, per loro non meritava di vivere. Era solo un tossico da picchiare selvaggiamente, non un giovane malato di 40 chili, inerme. Le testimonianze ci sono tutte e parlano chiaro, tramite una registrazione audio. Un audio che è prova inconfutabile e che inchioda quei tre energumeni travestiti da agenti dell’ordine .

Il fatto

Stefano trentenne romano è un giovane con mille problemi dovuti soprattutto alla tossicodipendenza di cui è schiavo. Ha problemi legati anche a uno stato di salute precario dovuto a una forma di epilessia per la quale assume regolarmente dei farmaci, ma lavora anche e va in palestra Nonostante tutto il suo quotidiano ha una parvenza di normalità. Crea permanente apprensione ai familiari che vorrebbero per lui una condizione di vita migliore. Una famiglia normale e dignitosa, con un figlio fragile a tal punto da esporsi a fornire hashish ai tossici come lui. Stefano, non è solo tossico, è anche un pusher. Ha bisogno di cure e di qualcuno che lo tiri fuori da quel loop infernale. Il 15 ottobre del 2009 viene colto in flagrante da tre carabinieri della stazione Roma–Appio, mentre spaccia hashish.

Lo arrestano. Deve scontarla con la detenzione. Così vuole la legge e la colpa, dopo il processo, dovrà scontarla nelle “segrete”. Quanto c’è di inaccettabile in questa storia è altro. I tre agenti, durante la custodia cautelare nella sede Casilina dell’Arma, mettono in atto un’orgia di botte fra calci e pugni, portando Stefano allo stremo. Inizia per lui un calvario che durerà sei giorni. Muore il 22 ottobre 2009, mentre era ricoverato nel reparto speciale per detenuti al Pertini. Aspetto ancora più inquietante della vicenda si evince dalla registrazione audio fornita agli inquirenti dalla moglie tradita di uno dei tre carabinieri. É il cinismo con il quale il malefico trio si diletta mentre si accaniscono su quel povero corpo Nella registrazione si sente chiaramente dire “Mi sono divertito a picchiare quel tossico di m…”. Una barbarie a cui i magistrati dovranno dare risposta con il verdetto finale di colpevolezza.

I processi

É il primo grado. Siamo in Aula III° corte d’Assise. Ci sono anch’io in quella gremitissima Aula. La situazione è altamente mediatica. Tutto il Paese ne parla e attende giustizia per Cucchi. C’è forte tensione fra i presenti. La famiglia è composta e dignitosa. Dura un tempo interminabile. Dalle 10 del mattino fino alle 17 del 5 giugno 2013. E sono lacrime dei Cucchi al verdetto. Assolti infermieri e agenti. Condannati solo i medici con pene minime. C’è anche Lucia Uva. Anche lei come i Cucchi. Per il suo Giuseppe stessa fine di Stefano. Impazzisce al verdetto d’innocenza e grida tutta la sua rabbia ai media. Ilaria, Giovanni e Rita no, sono sempre composti. Solo lacrime.

La batosta arriva il 31 ottobre del 2014. In appello alla I° Corte d’Assise. Vengono assolti tutti gli imputati, anche i medici. É un’insurrezione, sostenuta dall’Acad. Si organizza una manifestazione “Mille candele per Stefano” per tutte le vittime della giustizia e contro le torture nelle carceri. Inviata da la Città futura assisto al processo in Cassazione. E’ il 15 dicembre 2015. Tira aria buona. Confermato il pestaggio. Nuove prove emerse. A settembre il pm Musarò aveva iscritto nel registro degli indagati i tre carabinieri. Assoluzione per gli agenti di polizia penitenziaria, per gli infermieri. Annullata però l’assoluzione per i medici. “Sciatteria clamorosa” dice il gip Rossi in riferimento alle responsabilità dei medici e cita anche Sant’Agostino e Benedetto XVI “lo Stato senza diritto è una banda di briganti”. Si apre il Processo bis. Questa volta fuori dal Palazzaccio la famiglia Cucchi, sostenuta permanentemente dall’avvocato Fabio Anselmo, sorride ai media

18 luglio 2016: Assolti all’appello bis i medici. Scagionati dall’accusa di omicidio colposo “perché il fatto non sussiste”. Ilaria non ci sta

É il 4 ottobre del 2016 quando la perizia medico legale determina la morte di Stefano per epilessia. Ilaria contesta da Fb.

Gennaio 2017:La procura continua l’inchiesta e contraddice la perizia. “No, Stefano Cucchi non è morto di epilessia, ma di pestaggio”. Gli accusati sono i tre “caramba”. Quella registrazione è possibile sia la loro condanna, otto anni dopo.

In attesa del reato del tortura, affinché a nessuno tocchi la terribile sorte che si è abbattuta su Stefano Cucchi e la sua famiglia e su tante altre vittime dell’abuso di autorità. Oggi per quelle vittime affermiamo senza dubbio “sei Stato tu”.

21/01/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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