Donne in politica - seconda parte

L’intervento di Eva Alfama di Barcellona al convegno internazionale “Buone pratiche nel governo delle città: quale cambiamento?”


Donne in politica - seconda parte

Segue dalla prima parte.

Sul quesito se l’ingresso nelle istituzioni di donne esponenti di movimenti di base e femministi stia determinando o quantomeno innescando un reale cambiamento negli assetti di potere tale da realizzare alcuni punti dei programmi espressi dai movimenti che hanno sostenuto la loro elezione, hanno provato generosamente a rispondere Eva Alfama – assessora al Femminismo e LGBTQI+ della giunta di Barcellona in Catalogna guidata dalla ormai famosa sindaca e attivista sociale Ada Colau – insieme a Lorena Garrón assistente Assessorato al Femminismo e LGBTI di Cadice in Andalusia.

Eva Alfama ha ricordato gli esordi della sua militanza come attivista nelle lotte di base a Barcellona , all’epoca dell’opposizione sociale portata avanti dal Movimiento 15-M, degli “Indignados” contro le politiche di austerità innescate dall’attuale ciclo di crisi economica: comuni cittadini e cittadine, alcuni provenienti dalle esperienze di Democracia Real YA e Juventud Sin Futuro, che in occasione delle elezioni amministrative del maggio 2011 dettero vita a una vasta mobilitazione pacifica di protesta dal basso che coinvolse 8 milioni di spagnoli contro il secondo governo Zapatero e la grave situazione economica in cui versava la Spagna. Semplici cittadini, disoccupati, mileuristas - ossia salariati con stipendi di 1.000 euro mensili - casalinghe, immigrati, uniti dallo slogan: “Noi non siamo marionette nelle mani di politici e banchieri”. L'obiettivo delle mobilitazioni era promuovere una democrazia più partecipativa, che superasse il dualismo escludente dei due poli politici rappresentati dal Partito Socialista Operaio Spagnolo e dal Partito Popolare. Un dualismo di facciata, ma sterile nella sostanza fin dagli anni ‘80, perché unito nella difesa di interessi di ceti comunque già garantiti e incapace di affrontare i veri bisogni della società spagnola colpita da altissimi tassi di disoccupazione (quasi 5 milioni pari al 21,3%), tagli al welfare, politiche di flessibilità nel lavoro che facilitavano il licenziamento, aumento dell’età pensionabile da 65 a 67 anni e misure legislative economiche e bancarie a sostegno del profitto di pochi, in mezzo a scandali e dilagante corruzione politica.

I dimostranti rivendicavano diritti basilari sociali come la casa, l’accesso alla educazione e all’Università, la salute. Le dimostrazioni del Maggio spagnolo furono incoraggiate anche dalle concomitanti manifestazioni popolari in corso a partire dal marzo 2011 in moltissime città del Portogallo a sua volta travolto e flagellato dalla crisi: qui la mobilitazione, dichiaratamente apartitica, laica e pacifica, fu polarizzata dal Movimento 12 de Março - Geração à Rasca raccolto attorno ad attivisti come il giornalista Alexandre Carvalho, ad artisti e musicisti che si impegnarono molto per dare visibilità e letteralmente voce ai temi della protesta, concentrata in quei mesi soprattutto sulle problematiche del lavoro e della precarietà lavorativa, dei “Falsi lavoratori in proprio”, degli stagionali, intermittenti, stagisti, “madri, padri e figli del Portogallo”.

Intanto a Barcellona nascevano piattaforme come Plataforma de Afectados por la Hipoteca e vari collettivi impegnati sulle emergenze sociali, tra le quali gravissima fu quella degli sgomberi delle persone indebitate ed insolventi dalle loro case gravate da ipoteche. Ada Colau, una delle attiviste di punta della Plataforma, fondava poi la Lista movimentista Barcelona en Comú, frutto di un lavoro di elaborazione durato un anno tra gli attivisti della “Vivienda” e collettivi femministi, gente di Podemos, attivisti no Global e ambientalisti, persone da vent’anni attive a Barcellona: il frutto di questo incontro ha accelerato l’evoluzione politica e il ricambio generazionale della amministrazione locale grazie a un programma elettorale innovativo di grande valenza sociale che, nonostante la situazione fosse gravissima in città, fu molto osteggiato da stampa e media spagnoli e in particolare dai Socialdemocratici spagnoli. Dopo un trentennio di amministrazione socialista, Barcelona en Comú ottenne una vittoria di misura nelle elezioni amministrative del 2015 e Ada Colau divenne la prima alcaldesa cioè sindaca del capoluogo catalano, ma soprattutto la prima amministratrice pubblica a introdurre in maniera sistematica ed estesa a tutti gli assessorati la condivisione verso il basso della pratica politica amministrativa. Eva Alfama ricorda: “La chiamassero pure i notabili della politica tradizionale ‘La pescivendola’, dessero pure a noi femministe delle ‘intruse’ i soliti classisti di sinistra, Ada Colau insieme a tutti noi non si è certo lasciata scoraggiare e con grande determinazione ha inaugurato e mantenuto la prassi neo-municipalista delle consultazioni ordinarie dei cittadini su piattaforme informatizzate e della progettazione condivisa dei bilanci comunali in versione partecipativa e di genere.

Aggregando nella sua giunta una squadra giovane e determinata, ricca di presenze femministe e mantenendosi in ascolto costante e dialettico con gli attivisti delle associazioni, centri sociali e collettivi dei quartieri, Ada Colau è riuscita a mantenere porose le istituzioni burocratiche e amministrative di una città come Barcellona molto gentrificata in versione turistica e che aveva visto aggravarsi lo split sociale ingigantito dallo sviluppo tumultuoso e disordinato degli anni ‘80. Il 26 maggio di quest’anno, nonostante una flessione elettorale e dopo l’ennesima consultazione interna agli aderenti alla piattaforma Barcelona en Comú che si sono espressi per il 71% a favore dell’accordo con il Partito Socialista Catalano e contro gli indipendentisti, Ada Colau è stata riconfermata alcaldesa: una strada in salita che sancisce però anche a livello simbolico, l’apprezzamento per il ciclo di rinnovamento amministrativo avviato nella città catalana e la sopravvivenza del laboratorio Barcellona e del percorso neo-municipalista delle “città ribelli” spagnole divenute nel frattempo un riferimento mondiale per le politiche di giustizia sociale, inclusione e democrazia.

Nei primi quattro anni di governo di Ada Colau, il periodo in cui la crisi mordeva ancora forte, sono state condotte lotte dure per ridare ossigeno alle persone e presidiare i diritti personali e sociali di base, nell’indifferenza o ostilità dei media cittadini e nazionali, perennemente pungolati dall’establishment politico del passato.

Eva Alfama ha ricordato alle amiche femministe della Casa delle Donne di Milano che la Spagna è un paese dove il potere del capitalismo finanziario è molto piú marcato che in Italia: senza un conto corrente bancario non si puó fare nulla nemmeno contrattare un servizio, iscriversi in piscina o addirittura accedere alla sicurezza sociale. Un paese dove la privatizzazione è andata lontano se pagare una multa alle poste costa 6 euro di commissione mentre alla banca Santander è gratis. In questo contesto i movimenti per la nuova cittadinanza hanno condotto battaglie contro la privatizzazione dell’acqua, per l’abbassamento dei prezzi dell’elettricità, per il contenimento degli affitti.

Dopo gli anni della bolla immobiliare a Barcellona la situazione era catastrofica: sul tema dell’abitazione e del diritto alla casa si è concentrato allora uno sforzo amministrativo immenso a sostegno della vivienda, cioè dell’alloggio: interventi emergenziali e politiche sociali sono state implementate attraverso assegnazione di alloggi sociali in tempi rapidi, affitti calmierati e “protetti”, mediazione nei contenziosi fra affittuari e inquilini, sostegno per il pagamento di affitti e ipoteche.

Queste nuove prassi hanno comportato uno stravolgimento totale del modo e dei tempi tradizionali in cui lavoravano assessorati e uffici tecnici, che ora dovevano cambiare prospettiva, lavorare per obiettivi e costantemente in rete orizzontale fra loro per assumersi l’onere reale delle problematiche dei cittadini: per esempio sostenerli nelle ristrutturazioni e nell’installazione di ascensori per gli anziani, evadere in tempi veloci i certificati di abitabilità precedentemente ristagnanti per mesi o anni negli uffici. Certo, con questo nuovo stile amministrativo negli uffici del Comune il daffare è aumentato e tutti gli assessorati sono ora costantemente interattivi: dalla cultura all’urbanistica, dai servizi sociali all’edilizia pubblica. Anche i dipendenti e funzionari comunali dopo una prima fase di adattamento oggi appaiono molto rimotivati e collaborativi, perché misurano tangibilmente la miglior qualità della vita e il benessere che il loro lavoro produce nella cittadinanza e nella città: si è annichilita anche l’occasione e lo spazio per malversazioni, corruzione e concussione negli uffici delle varie circoscrizioni di Barcellona, in passato al centro di vari scandali e il tema della legalità in generale se n’è avvantaggiato.

La costante comunicazione e la visibilizzazione dei diritti sociali ha trovato nelle soluzioni informatizzate e innovative un grande alleato, con portali istituzionali e aree tematiche dedicate e costantemente implementate: per esempio le varie problematiche della casa e dell’alloggio sono prese in carico nel sito del Consorcio de la Vivienda de Barcelona.

Con un lavoro faticoso di mediazione anche con i compagni di Podemos, abituati a una visione e metodo più patriarcale nell’azione politica si sono però fatti grandi passi avanti: il movimento femminista è entrato nell’assessorato Pari Opportunità perché era già forte a Barcellona, e ora esiste un vero e proprio Dipartimento di “Gender Mainstream” che lavora in interfaccia con tutti gli assessorati e uffici, per tradurre la filosofia femminista in azioni tecnico-amministrative: sono state stanziate molte più risorse dedicate e si è messo a punto un Bilancio di Genere, una Comunicazione inclusiva e coinvolgente sul portale istituzionale per raggiungere tutte le donne e ciascuna con i suoi specifici e particolari bisogni. L’introduzione di un profilo di genere, di aspettative dettagliate e criteri di genere in tutte le deleghe degli Assessorati ha visibilizzato le problematiche e i diritti delle donne nella città, per esempio con il progetto Barcellona Cura abbiamo cercato di dare voce e visibilità alle donne comuni e alle lavoratrici che se ne fanno carico: diamo informazioni a donne e famiglie su ciò che la città offre sotto questo profilo. Per le lavoratrici della Cura e per quelle impiegate nel Lavoro Domestico che sono moltissime in una città metropolitana, le attiviste femministe e le sindacaliste sono andate insieme nei parchi cittadini frequentati da badanti, baby-sitter che accompagnano anziani, disabili o bambini e qui vengono fornite tutte le informazioni sui diritti del lavoro, le opportunità assicurative. Insomma i criteri anti-discriminativi di genere oggi rappresentano una misura di valutazione del lavoro amministrativo a servizio delle donne di ogni età, condizione sociale e orientamento sessuale, con particolare riguardo alle fasce deboli e alla disabilità. Esiste un Piano di giustizia di genere che collega urbanistica, promozione economica, area sociale. Oggi a detta di Eva Alfama i funzionari degli assessorati economici sono diventati “più femministi delle femministe”.

Circa le azioni di prevenzione della Violenza di Genere, un tema molto sensibile per una città di grande turismo e vacanze, è stato approvato un Regolamento valido per tutti I municipi della città metropolitana, sicuramente più lungimirante e migliorativo rispetto alle politiche nazionali spagnole: prevede clausole di Genere, Interventi sanitari adeguati, azioni di contrasto alla violenza e interventi educativi mirati. C’è un Protocollo Femminicidio specifico distinto in due parti: la prima riguarda la presa in carico della singola situazione sotto il profilo giuridico e socio-sanitario, la seconda riguarda la visibilizzazione sociale di questi fenomeni e prevede nella città azioni di lutto pubblico che coinvolgono anche urbanisticamente gli edifici, su cui viene applicata una banda che segnala il femminicidio e lo stesso avviene sui portali web istituzionali. Ogni occasione cittadina viene sfruttata per fare campagne di comunicazione sui diritti delle donne: il 25 Novembre Giornata internazionale di contrasto alla violenza sulle donne o in occasione della Festa annuale di Barcellona si fa una comunicazione femminista tematizzata con banner e un merchandising di gadget a tema donna e di genere: quest’anno il focus era dedicato agli uomini, volendo responsabilizzare la parte maschile della cittadinanza sul ruolo che un uomo può giocare e sulla differenza che può fare nelle situazioni quotidiane in città: perciò volantini e gadget riportavano “Tu stai contribuendo a situazioni di violenza” e gli oggetti riportavano anche slogan contro il machismo accanto al logo del comune.

Sui giovani poi si concentrano azioni specifiche sia conoscitive, ad esempio con interventi nelle discoteche, club e centri sportivi, per conoscere le problematiche sessuali in cui si imbattono e per fare prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili e delle molestie sessuali e dello stupro. Sono allo studio politiche specifiche sulla sessualità e adeguati servizi di assistenza.

Continua sul prossimo numero de La Città Futura

15/12/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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