Il Coronavirus fa scoppiare la rivolta nelle carceri

Le rivolte nelle carceri sono dovute al sovraffollamento e alle condizioni disumane dei carcerati. Le pene devono essere orientate alla rieducazione dei condannati e servono misure alternative alla detenzione e un indulto.


Il Coronavirus fa scoppiare la rivolta nelle carceri

Nelle pagine de Il manifesto compare un appello ai detenuti perché cessino ogni forma di violenza negli istituti di pena dopo le proteste, e le morti, a seguito del divieto dei colloqui con i familiari per impedire il propagarsi del contagio.

Quanto accaduto nelle carceri era da tempo nell'aria. Il Governo ha risposto con l'aumento della durata delle telefonate e la disponibilità di adottare misure alternative e di detenzione domiciliare. Dal canto suo il Ministro Bonafede ribadisce la contrarietà all'indulto, in linea peraltro con i dettami securitari della Lega.

L'Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo per il sovraffollamento degli istituti di pena. In pochi anni la popolazione carceraria è cresciuta a dismisura perché con la detenzione si colpiscono reati per i quali sarebbero logiche, e necessarie, misure di pena alternative.

Condizioni di vita umane e rieducazione sono elementi fondanti dell'art. 27 della Costituzione a proposito di pena, le condizioni di vita negli istituti sono invece disumane e non da ora: carceri vecchie e fatiscenti, una palese disumanità che accomuna quanti nel carcere vivono per espiare una pena e le stesse guardie carcerarie.

Quanti sono i detenuti?

Meno di un anno fa erano 60.439, 10 mila in più dei poco più dei 50 mila posti letto ufficialmente disponibili, posti ai quali dovremmo comunque sottrarre gli eventuali spazi oggetto di manutenzione. Dati alla mano il sovraffollamento si attesa al 120%, in alcuni istituti di pena si raggiunge anche il 150%. Significa mettere 3 detenuti dove dovrebbero starcene due.

Ma da chi è composta la popolazione carceraria? Le donne sono 2.659, pari al 4,4% del totale. Il 33,6% è composto da detenuti stranieri, nell'Aprile 2019 erano 20.324.

In questo contesto aumentano gli episodi di violenza. Solo tra gennaio 2017 e giugno 2019, il numero di agenti sottoposti a procedimento penale era attorno a una cinquantina, molto più numerosi tuttavia sono gli episodi denunciati da familiari e detenuti.

In molti carceri hanno depotenziato per anni la medicina carceraria e conseguentemente si sono diffuse malattie di ogni tipo, sono aumentati i suicidi, l'uso di psicofarmaci e gli episodi di autolesionismo. Allo stesso tempo sono calati anche gli educatori e i progetti educativi e destinati al reinserimento futuro.

Il carcere rappresenta una delle tante emergenze. Molti istituti andrebbero chiusi perché fatiscenti e disumanizzanti. Bisognerebbe prevedere non solo misure alternative di pena per tutti ma soprattutto per quanti hanno oltre 70 anni di età e sono in condizioni di salute a dir poco precarie. Per questo non serve solo il Magistrato di sorveglianza ma provvedimenti legislativi come l'indulto, l'abbattimento delle vecchie carceri e l’edificazione di nuovi istituti in cui sia possibile rieducare.

Contrariamente a quanto creduto da tanti governi, non servono guardie ma altre figure, mediatori, insegnanti, educatori, medici e infermieri, perché la popolazione carceraria è per lo più malata. Serve costruire percorsi educativi e di orientamento lavorativo se vogliamo dare un senso al concetto di rieducazione che poi è alla base dell'articolo della Carta Costituzionale prima menzionato.

Le giornate di violenza e morte nelle carceri non sono solo il prodotto delle rivolte ma delle condizioni di sovraffollamento e di una pratica carceraria antitetica ai processi di inserimento, di recupero e rieducazione. Questi processi non hanno bisogno di violenza, sbarre, ozio. La risposta non può essere quella di chiudere ogni forma di comunicazione tra detenuti e familiari, il virus non deve entrare nelle galere ma è disumano che invece imperversino epatite, pidocchi e scabbia e altre malattie contagiose. Senza cadere nelle facili condanne o nelle demenziali esaltazioni, i detenuti hanno tutto da perdere e le rivolte per denunciare la soppressione delle visite dei familiari dimostrano che lo Stato ha miseramente fallito. Da qui occorre ripartire con l'indulto, le misure alternative e processi rieducativi, con istituti dove si possa espiare una pena senza contrarre malattie per le scarse condizioni igieniche e il sovraffollamento. È una battaglia di giustizia e di civiltà!

16/03/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Federico Giusti

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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