L’aggressione a un bambino che vuole guardare una neonata in carrozzina

Un bambino di tre anni di origine marocchina è stato aggredito da una coppia.


L’aggressione a un bambino che vuole guardare una neonata in carrozzina

COSENZA. Ricordare, come scrisse il poeta Erich Fried, è forse il modo più tormentoso di dimenticare e forse il modo più gradevole di lenire questo tormento. La cronaca ha ricordato giorni fa il caso del piccolo bambino che si stava avvicinando incuriosito a una neonata trasportata a passeggio in carrozzina dai genitori e che è stato aggredito da questi con violenza.

Il padre della bimba, in particolare, ha sferrato un calcio tremendo all'addome del bambino facendogli fare un volo di due metri per poi cadere violentemente sull'asfalto. I due stolti si sono subito allontanati tra gli insulti di chi ha assistito alla scena, ma nessuno è intervenuto per bloccarli. Un caso di razzismo, considerato il fatto che il bambino di tre anni è di origine marocchina.

I due assalitori sono stati denunciati per lesioni personali aggravate. Le immagini delle videocamere di sorveglianza hanno consentito agli agenti della Questura di Cosenza di individuare e identificare un giovane padre 22enne e una giovane madre 24enne, autori della feroce aggressione.

Il bambino era con i fratelli e la madre in un ambulatorio medico, nel centro della città di Cosenza. Mentre aspettava il suo turno la mamma ha mandato i figli a comprare un gelato nel bar vicino allo studio medico. Uscito in strada il bambino, incuriosito, si è avvicinato alla carrozzina della neonata che transitava in quel momento con i giovani genitori.  Uno dei testimoni ha dichiarato di aver visto quel bimbo fare un salto di due metri e accasciarsi a terra dolorante. Così il suo primo pensiero è stato di soccorrerlo.

Il padre del bambino ha detto che per i due giorni successivi il figlio non è riuscito a dormire, terrorizzato piangeva continuamente, ponendo anche la domanda "cosa ho fatto di sbagliato, papà?". Adesso fisicamente il bambino si è ripreso, ma il trauma psicologico non è facile da superare.

I due giovani violenti ed empi genitori della neonata avrebbero agito come hanno fatto se il bambino curioso fosse stato un biondino con la carnagione chiara? Vedendo il piccolo marocchino hanno pensato a un nemico per la loro neonata, magari a uno zingarello? Nessuno dei due si è domandato che avrebbero potuto uccidere mentre vivevano un sereno momento con la loro figlia neonata? Già, ma di che moriamo e uccidiamo se non di odio, di indifferenza, di miseria d’intelletto anche se nell’abbondanza di cose?

Il contenuto di quel giorno sarebbe comunque diventato il vuoto portato per stagioni di vita. Difficile pensare di espiare, sappiamo che chi volesse espiare tutto non riuscirebbe. Accanto al fatto, a questo e a quelli di grave cronaca di femminicidi, omicidi stradali successi negli stessi giorni, le parole sono troppo ripetute e cadono nel vuoto del silenzio. La parola messa lì a monito per non dimenticare è già dimenticata.

Vorrei dire al bambino di origine marocchina, vittima della stoltezza di un bruto, di pensare che nella testa di quel corpo con la gamba e il piede che lo hanno scalciato via da una carrozzina facendolo volare per terra c’è un uovo con una pietra nel becco e chi la sa rompere ci trova dentro niente. 

14/09/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Guido Capizzi

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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