Marco Bersani: "Non c'è scelta. Abolire il Patto di stabilità ed il pareggio di Bilancio"

Intervista a Marco Bersani su debito, Patto di stabilità e pareggio di Bilancio.


Marco Bersani: "Non c'è scelta. Abolire il Patto di stabilità ed il pareggio di Bilancio" Credits: foto da DinamPress.it

Intervista a Marco Bersani, coordinatore di ATTAC Italia, protagonista di tante lotte sociali e di un'importante iniziativa sull’audit del Debito dei Comuni. In questi anni abbiamo dato allo Stato 700 miliardi in più di quello che ci è tornato in termini di beni e servizi. I soldi sono serviti solo al pagamento degli interessi del debito. In Italia esistono 9000 miliardi di ricchezza tutta in mano ai privati per favorire l'accumulazione finanziaria e il profitto di pochi. Occorre rompere la trappola del debito ed arrivare al suo azzeramento, abolire il Patto di stabilità ed il pareggio di Bilancio rivendicando il pareggio di Bilancio sociale.

di Andrea Fioretti e Francesco Fumarola

Per iniziare la chiacchierata scegliamo un momento emblematico, il 12 e 13 Giugno 2011, quello del Referendum (tra gli altri) per difendere l'acqua ed i beni primari dalla privatizzazione. Affermazione schiacciante dei movimenti e scacco ai poteri forti ed al Presidente del Consiglio di allora, Berlusconi.

DOMANDA. Marco, a distanza di quasi cinque anni dalla vittoria referendaria in difesa dei beni primari possiamo dire che nessuno, per fortuna, ricordi più il Ministro dell'epoca, Ronchi - paladino della vendita del'acqua pubblica ai privati - mentre è vivissima nella memoria collettiva quella storica affermazione dei Movimenti contro il Governo Berlusconi e gli scandalosi interessi che sosteneva. Tuttavia le cose non sono andate esattamente come ci si aspettava: le bollette dell'acqua, tanto per dirne una, continuano ad essere salatissime. Inoltre in alcune zone del Paese - pensiamo alla Sicilia, ad esempio - si vivono croniche situazioni di insufficienza idrica - intollerabili per chi, come noi, esige che servizio pubblico e Stato siano quantomeno garanti delle necessità primarie di ciascuno. I distacchi per morosità, poi, sono all'ordine del giorno in molti Comuni, che di riconoscere un accesso minimo vitale all'acqua per tutte e tutti non ci pensano proprio. Infine i Governi che si sono succeduti dal 2011 ad oggi e le Amministrazioni locali tentano continuamente di spostare la gestione idrica (così come altri servizi) verso i privati e le multiutility, calpestando di fatto la volontà democratica cui i referendum avevano dato espressione. Bisognerebbe capire cosa non funziona. Quale è la situazione reale oggi e quali sono le risposte possibili che i movimenti possono mettere in campo?

RISPOSTA. Il significato profondo della vittoria referendaria del Giugno 2011 è stato il segnale di rottura che la maggioranza assoluta della popolazione italiana ha espresso nei confronti di una visione del mondo. E' stato uno scontro politico e culturale che andava ad incidere su interessi profondi. A chi diceva: “il mercato deve essere l'unico regolatore sociale”, si è collettivamente risposto che esistono dei beni che, in quanto essenziali alla vita ed alla sua dignità, non solo andavano qualificati come beni comuni, ma dovevano anche essere sottratti alle logiche del profitto. Per un sistema quale è quello capitalistico, che vede le proprie possibilità di accumulazione finanziaria unicamente legate alla mercificazione dei beni comuni, l'affronto è stato intollerabile. In questo senso la vittoria referendaria ha rappresentato non l'esito ma l'inizio dello scontro sociale su acqua e beni comuni, tuttora in essere. Con la crisi del debito pubblico costruita artificialmente è come se il sistema avesse detto a tutte e tutti coloro che si sono attivati per l'acqua pubblica e, in definitiva, per la Democrazia: “Non è questione di bello o brutto. Che vi piaccia o no, privatizzare è obbligatorio ed ineluttabile”. Quello che voglio dire è che al sistema non interessa più convincere gli altri della propria visione del mondo, perché tanto la strada che ha deciso di percorrere è di pretendere che ad essa ci si rassegni, collettivamente. È per questo che i processi di privatizzazione - per il tramite della spoliazione e del ricatto finanziario ai danni di Enti locali e comunità territoriali perseguiti a colpi di Patto di stabilità, pareggio di bilancio e tagli alla spesa pubblica – proseguono. Sui beni comuni si gioca la vera partita della crisi: oggi il tentativo è quello di accentrarne la gestione in quattro, cinque grandi multiutility quotate in Borsa, e rendere definitiva la finanziarizzazione dell'acqua. I servizi che non vengono fatti funzionare, la continua estrazione di valore finanziario dalla loro gestione a spese dei cittadini e dei lavoratori, i distacchi per morosità, fanno parte di questo percorso, cui occorre opporsi sia con la resistenza territoriale, sia mettendo in campo un nuovo orizzonte di battaglia “sistemica” in grado di invertire la rotta ed affermare che prima dei profitti vengono le persone!

In soli cinque anni, dopo quella grande mobilitazione che ha visto la stragrande maggioranza delle persone opporsi alla privatizzazione dell'acqua e di altri servizi essenziali, ci ritroviamo un Paese in cui vige una specie di silenzio-assenso su quasi tutto quello che viene proposto dal piccolo Bonaparte di Palazzo Chigi, Matteo Renzi, e dall'asse Berlino-Francoforte. Dopo il cosiddetto “Jobs Act” oggi è il momento del “bail-in”, che impone il principio che siano correntisti a partecipare alla messa in sicurezza delle insolvenze bancarie [questo ci pare il principio che passa, al di là ovviamente dei dovuti distinguo tra piccoli risparmiatori e aspiranti speculatori, ndr], ma anche dell'abbonamento RAI frazionato su tutte le bollette della luce. Non sempre c’è una mobilitazione conseguente agli attacchi in campo, ed in questo inebetimento mediatico collettivo è come se queste controriforme non riguardino tutte e tutti. Anche con un accesso all'informazione che in definitiva dovrebbe essere più semplice viste le nuove tecnologie a disposizione, intravediamo un po' di schizofrenia in giro tra livello di coscienza “contro la Politica” e passività di massa.

D. Da cosa può dipendere questa volubilità d'impegno se tutti gli argomenti sono ugualmente gravi? Perché si stenta a mettere in campo risposte complessive contro l'attacco di Governo ed Istituzioni capitalistiche transnazionali a salario, risparmi e diritti della stragrande maggioranza della popolazione?

R. La crisi del debito pubblico è stata artificialmente costruita come uno “shock”, nell'esatto significato attribuito alla parola da Naomi Klein. Milton Friedman, uno dei massimi teorici del Liberismo, diceva: “Lo shock serve a far diventare politicamente inevitabile ciò che è socialmente inaccettabile”. La crisi è servita a seminare il panico, e quando il panico arriva gli esiti sulla psicologia individuale e sociale sono conseguenti: immobilità, isolamento ed adesione acritica alla narrazione dominante, uniti ad un senso di frustrazione e rancore, sono facilmente indirizzabili verso le fasce più deboli della società. Inoltre la crisi della democrazia in Italia non è paragonabile a quella in Grecia o Spagna, e chi ammicca di volta in volta a quei modelli sperando di replicarli automaticamente nel nostro Paese non fa che riprodurre la propria inefficacia sociale. Syriza e Podemos si confrontano all'interno di realtà uscite dal fascismo trent'anni dopo di noi: il quadro politico contro cui combattono è quello che da noi è saltato nel '92 e che ha prodotto un'uscita a destra in senso sia politico che culturale. Venticinque anni di delega e di individualismo, assieme alla sopraggiunta radicale trasformazione del modello economico e sociale, non si recuperano facilmente! Stiamo dentro un paradosso, quello di un Paese dove sono sì attive migliaia di vertenze e conflittualità sociali, ma tutte vissute come resistenze del “qui ed ora”, non come humus per un cambiamento complessivo. Nel mondo dell'informazione inondante quello che manca alle persone è la chiave di lettura, che le aiuti a passare dal “panico” alla “pre-occupazione”, ovvero alla possibilità di occuparsene. Mettere a disposizione questa chiave, che non può più essere data dai Partiti, è compito primario dei movimenti sociali. Ma anche questi ultimi devono fare un salto di qualità nell'analisi e nell'azione, pena l'irrilevanza.

D. Parlando di “risparmio” ancora sono in tante-i ad essere convinti che con i soldi che si accantonano alla Posta si finanzino opere pubbliche utili. Ci puoi spiegare, invece, qual è l'uso reale che lo Stato fa - attraverso Cassa Depositi e Prestiti e non solo - dei risparmi postali?

R. Siamo il Paese che nella stagione delle grandi privatizzazioni, tutte portate a termine dai governi di centro-sinistra!, è riuscito a privatizzare integralmente il sistema bancario e finanziario, per cui oggi le scelte fondamentali di politica economica sono prese dalle banche e dalle grandi lobby finanziarie. In questa orgia privatizzatrice abbiamo consegnato alle banche anche il mondo degli investimenti degli Enti locali, da cui fino agli anni '90 del secolo scorso erano escluse. La Cassa Depositi e Prestiti [nel seguito, CDP] nata nel 1850, fino al 2003 era un Ente di diritto pubblico con un unico scopo: utilizzare il risparmio postale dei cittadini per finanziare a tasso agevolato gli investimenti degli Enti locali. Con questo semplice meccanismo nel nostro Paese si è realizzato lo Stato sociale ed il cittadino che affidava i propri risparmi alla Posta aveva immediata evidenza di come venivano utilizzati, usufruendo direttamente delle opere realizzate. Da tutto questo settore le banche erano escluse per legge ed il circuito era interamente gestito dal pubblico. Nel 2003 si è deciso di trasformare CDP in una Società per Azioni ed al proprio interno sono entrate le fondazioni bancarie: da quel momento CDP si è comportata verso gli Enti locali come una qualsiasi banca che presta a tassi di mercato. Il risultato è che oggi siamo al paradosso che gli Enti locali sono finanziariamente con il cappio al collo mentre CDP è il soggetto che li aiuta a svendere il patrimonio pubblico ed a privatizzare i servizi pubblici locali. In buona sostanza i risparmi dei cittadini, che prima venivano affidati allo Stato in cambio opere pubbliche legate al Welfare, oggi contribuiscono all'espropriazione dei beni delle comunità locali in cui vivono. Anche su questo occorre invertire drasticamente la rotta, mettendo in discussione la trappola del debito, il mantra de “i soldi non ci sono”, e socializzando Cassa Depositi e Prestiti, che deve tornare alla sua funzione originaria e coinvolgere territori e cittadini nelle scelte di finanziamento.

Gira che ti rigira tra bollette, abbonamenti RAI, privatizzazioni e risparmi bisogna sempre tornare a parlare di debito, con i creditori internazionali e i privati che vogliono comunque sempre e solo raschiare denaro dalle casse e dalle risorse pubbliche - dall'acqua, dai trasporti, dai malati e, visto quanto costano i funerali, pure dai morti – e con il Governo che, conseguentemente, continua smantellare, schiacciare i salari e privatizzare su richiesta della Trojka. Inoltre il cosiddetto Patto di Stabilità interno, imposto proprio come diktat dall'Eurozona, impone vincoli alle amministrazioni locali che impediscono qualsiasi politica di redistribuzione e di sostegno ai redditi più bassi, figuriamoci la ripubblicizzazione dei servizi. Tu sei tra quelli che hanno sempre messo in guardia su questa trappola fatta di politiche di tagli e compressione di diritti, si chiamino esse “Patto di Stabilità”, “Fiscal Compact” o inserimento del “pareggio di bilancio” in Costituzione. Rispetto al debito pubblico, in particolare, hai sempre preteso un approfondimento ed una presa di parola dal basso [audit, ndr] che ne denunciasse la parte “illegittima” ed “odiosa” [ad esempio l'acquisto di armi e/o mezzi militari; le cosiddette Grandi Opere inutili per la collettività; ecc.. ndr], da ripudiare. Eric Toussaint, che per la Grecia stava facendo proprio questo tipo di lavoro, ha dovuto chiudere con l'insediamento del secondo Governo Tsipras: il suo lavoro, praticamente terminato, oggi sta lì e rischia di ammuffire. Gli scettici potrebbero pensare: “se Toussaint ha fallito nella piccola Grecia con un Governo di ‘sinistra’, figuriamoci in Italia!”. Eppure proprio in queste settimane tu sei, con ATTAC Italia ed altre associazioni, tra i protagonisti di un dibattito nazionale sulla messa in discussione del Debito dei Comuni [vedi assemblea nazionale a Livorno il 23 gennaio, ndr] ed a Roma sta partendo un gruppo di lavoro proprio su questo tema. Il dibattito potrebbe quindi aprirsi. Occorre capirne gli sbocchi.

D. Quali pensi che siano i margini di manovra per i movimenti politici e sociali su questo tema del Debito? Quale è la tua posizione nel dibattito tra rinegoziazione e ripudio del Debito, ricontrattazione o rifiuto dei vincoli del Patto di Stabilità (fino a che non entrerà in vigore il Fiscal Compact)?

R. Su questo tema i movimenti hanno una grande libertà, quella di non avere scelta! Se ogni rivendicazione sociale, dall'acqua pubblica all'asilo nido, non assume come parte della propria vertenza la rimessa in discussione del debito e dei vincoli finanziari imposti, sarà destinata a sbattere contro un muro di gomma. Occorre rendere nudo il Re: nessuno, nemmeno i creditori, pensano che il debito potrà mai essere ripagato. L'usuraio teme solo due cose nella vita: la morte del debitore ed il saldo del debito perché, in entrambi i casi, perderebbe ciò a cui è interessato, un'entrata sicura e periodica - gli interessi - e la possibilità di dominio sull'altro. Chi paga le tasse in questo Paese negli ultimi vent'anni ha dato allo Stato 700 miliardi in più di quello che lo Stato gli ha restituito in termini di beni e servizi: questi soldi sono serviti al pagamento degli interessi, per “onorare” i quali lo Stato ulteriormente si indebita, finendo per avvolgersi in una spirale senza fine. Per quanto riguarda gli Enti locali, nonostante il loro “contributo” al debito pubblico sia pari solo al 2,7%, è su di essi che si scarica la gran parte delle “misure” previste dal Patto di stabilità (e, a partire da quest'anno, dal pareggio di bilancio). Anche la favola che i soldi non ci sono va smascherata. In Italia esistono 9000 miliardi di ricchezza: il problema è che sta tutta in mano ai privati ed è tutta orientata a favorire l'accumulazione finanziaria di pochi. Occorre rompere la trappola del debito attraverso un'alfabetizzazione di massa sul diritto di tutti a decidere il “che farne”. Personalmente penso che dovremmo arrivare ad una radicale ristrutturazione del debito, fino al suo azzeramento. Nell'immediato basterebbe la scelta - vergognosamente moderata – del congelamento del pagamento degli interessi per costringere tutti a ridiscutere tutto. Circa il Patto di stabilità ed il pareggio di Bilancio finanziario io penso che dovremmo mettere in campo, oltre alla richiesta della loro immediata abolizione, la rivendicazione del pareggio di Bilancio sociale, ovvero del meccanismo per cui gli Enti pubblici hanno l'obbligo di certificare quanti diritti nelle comunità amministrate siano ancora negati ed in quali tempi e con quali risorse intendano superare il deficit sociale.

Debito, aggressione ai redditi, tagli, anti-democraticità dei Governi, strada spianata alle multinazionali [ci riferiamo per esempio al TTIP, il trattato segreto tra USA e UE che demolisce le giurisdizioni nazionali lasciando campo libero alle corporations, ndr]. Per non parlare di distruzione dell'ambiente e del Pianeta da parte del Capitale.

D. A questo proposito alcune settimane fa, ed è la nostra ultima domanda ringraziandoti per la tua disponibilità, si è chiuso a Parigi il summit mondiale COP21, la Conferenza sui cambiamenti climatici. La grancassa mediatica ha fatto rimbalzare l'accordo come un grande successo, visto che pure gli USA, a differenza di quanto successo a Kyoto, lo hanno sottoscritto. Certo, se dobbiamo valutare la bontà delle intese dalla presenza della firma del Presidente degli Stati Uniti stiamo freschi! Qual è invece, a tuo avviso, la verità emersa da questo vertice internazionale?

R. Il problema, senza soluzione per lorsignori e con conseguenze nefaste per le popolazioni, è l'impossibilità di coniugare il mantenimento del Capitalismo con la lotta al riscaldamento globale: senza una drastica inversione di rotta che sancisca l'incompatibilità di questo modello con il futuro della qualità della vita sul pianeta, nessuna firma, per quanto autorevole ed ammesso che lo voglia, potrà cambiare alcunché. Quello che emerge da Cop21, così come da tutti gli altri analoghi summit, è ancora una volta il tentativo di estendere le mani della finanza non più solo sull'economia bensì sull'intera società, sulla vita delle persone e sulla natura. In questo senso oggi siamo perfino oltre la bugia della green economy, ossia l'illusione della convivenza tra profitti e salvaguardia dell'ambiente. La lotta oggi sta tutta nella de-finanziarizzazione della società, vale a dire della progressiva sottrazione al profitto dei beni comuni e della loro riappropriazione sociale da parte delle comunità dentro un nuovo modello che ribalti il concetto di spazio e tempo propri di quello neoliberista. Se quest'ultimo ha esteso enormemente lo spazio -il pianeta come unico grande mercato- noi dobbiamo ri- territorializzare l'economia; e se il tempo delle scelte liberiste è scandito dall'indice di Borsa del giorno successivo, noi dobbiamo situare il tempo delle scelte basandoci sugli effetti che esse produrranno sulla vita delle prossime generazioni. “O la Borsa o la vita”: da esclamazione dei romanzi di avventura a realtà in cui collocare l'azione per cambiare il mondo.

19/02/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: foto da DinamPress.it

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L'Autore

Andrea Fioretti

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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