Referendum e sanità. Le ragioni del No

L’inutilità di un cambiamento che non fa nemmeno risparmiare


Referendum e sanità. Le ragioni del No

Il testo dell’articolo 117 della Costituzione, che i sostenitori del Sì vogliono cambiare, definisce che lo Stato ha competenza esclusiva per “la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”. La competenza concorrente con le Regioni concerne la tutela della salute. La riforma Renzi-Boschi vuole eliminare questa competenza concorrente e nel contempo vuole aggiungere alla competenza esclusiva dello Stato le “disposizioni generali e comuniper la tutela della salute, per le politiche sociali e per la sicurezza alimentare”, lasciando alle Regioni la “programmazione e organizzazione dei servizi sanitari e sociali”. Come dire che lo Stato deciderà tutto e le Regioni dovranno mettere in pratica queste decisioni.

Il referendum del 4 dicembre farà esprimere gli elettori, come noto, su molte questioni tra le quali anche il rapporto tra Stato e Regioni, attualmente regolato dal Titolo V della Costituzione. Il Governo e i suoi alleati vorrebbero un accentramento dei poteri e di fatto cancellare la riforma che nel 2001 aveva attribuito maggiori poteri alle Regioni con quello che viene ancora definito federalismo, seppure imperfetto.

Chi sostiene il Sì ritiene che la centralizzazione della sanità guarisca il malandato sistema sanitario nazionale su base regionale. Renzi ha detto che “con il referendum si decide se lasciare tutta la sanità alle Regioni oppure dare stessi diritti a tutti i cittadini”. Per loro il federalismo sanitario è un fallimento e così occorre tornare alla pianificazione centrale per non assistere a differenze tra chi si cura a Reggio Calabria e chi a Milano. Centralizzare, poi, consentirebbe di avere prezzi standard nelle forniture di servizi e prestazioni. È noto che l’ Agenzia nazionale per i Sistemi sanitari regionali sta verificando i prezzi regionali al fine di riuscire a individuare i prezzi medi per ogni prestazione e armonizzarli.

Chi dice No è convinto che con la riforma tutto dovrebbe cambiare per lasciare tutto come prima. La riforma non modificherà la situazione. Il livello di servizi e prestazioni non è già più in mano alle Regioni perché è deciso dal Ministero dell’Economia con i fondi che vengono assegnati alla sanità pubblica. Vale anche ricordare che la riforma del 2001 del Titolo V tentava di superare il centralismo produttore di fatto di notevoli disavanzi di bilancio. Quello che vuole il Governo del Sì diventa un ritorno al passato economicamente più disastrato.

La sanità è tra le principali voci di spesa statali, il 15% del bilancio, ma è soprattutto uno dei diritti fondamentali previsti anche dalla Costituzione. Ci siamo sufficientemente domandato cosa succederà alla sanità con la riforma costituzionale del Governo Renzi e dei suoi alleati?

Oggi le Regioni hanno potestà legislativa in materia di sanità, applicando i principi generali. In 15 anni si sono formati 21 sistemi sanitari in parte diversi perché ogni Regione ha una propria legislazione sanitaria [1].

Le Regioni hanno sostanzialmente speso male i fondi loro assegnati dallo Stato. Gli appalti per garantire i Livelli essenziali di assistenza sono stati spesso fonte di scandali per corruzione e inefficienza. Dal 2012 c’è stato il tentativo di rimediare con la GSA, Gestione Sanitaria Accentrata, un centro di responsabilità regionale per regolamentare i conti. Le Regioni avrebbero dovuto individuare anche un certificatore terzo, un ente imparziale per certificare la regolare tenuta della contabilità. Di fatto ci troviamo di fronte a un sostanziale e generalizzato fallimento.

Allora, se il problema sono gli appalti dove si trovano corruzione e clientelismo, ci si può chiedere come mai non hanno funzionato le Centrali uniche di committenza per almeno uniformare i prezzi per territori e poi prevedere una Centrale di Committenza nazionale. In realtà ci si ritrova, per responsabilità governativa e della Conferenza Stato-Regioni, in una situazione distorta e inefficiente. Si sono verificati grandi squilibri tra i sistemi sanitari regionali e si è creato anche il fenomeno del turismo sanitario tra Regioni italiane.

Con quali ragioni plausibili i sostenitori del Sì referendario rispondono? In tema di salute ci troviamo nel “gattopardesco” sostenere che si vuole cambiare per lasciare, in realtà, che non cambi nulla. Sostenere il No diventa, allora, un dovere civico importante.

Note:
[1] I LEA, livelli essenziali di assistenza, sono i servizi e le prestazioni minime garantite dallo Stato e sono uguali in tutta Italia. Si tratta dei servizi minimi che lo Stato assicura per garantire il diritto alla salute. Per i Lea sono assegnati i maggiori fondi che lo Stato eroga alle Regioni, in particolare per finanziare gli ospedali. Pur definiti dallo Stato i Lea sono concretamente applicati dalle Regioni che possono decidere con propri fondi di erogare servizi aggiuntivi.

12/11/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

Condividi

L'Autore

Guido Capizzi

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

APPUNTAMENTI

Newsletter

Iscrivi alla nostra newsletter per essere sempre aggiornato sulle notizie.

Contattaci: