Trovare il coraggio di compiere una scelta: rompere la gabbia di UE, Euro e NATO

Il fallimento della politica di Tsipras in Grecia ha dimostrato, ancora una volta, l’impossibilità di riformare dall’interno l’Unione Europea.


Trovare il coraggio di compiere una scelta: rompere la gabbia di UE, Euro e NATO

Il fallimento della politica di Tsipras in Grecia ha dimostrato, ancora una volta, l’impossibilità di riformare dall’interno l’Unione Europea che si conferma espressione di un potere che non accetta compromessi ed è disposto a ignorare la volontà popolare e la scelta di milioni di cittadini. Se il socialismo è il nostro obiettivo, si potrà costruire solo sulle macerie della gabbia dell’UE e del capitalismo globale di cui essa è espressione.

di Niccolò Koenig

Sarebbe precocemente ottimista dire che “qualcosa si muove a sinistra” riguardo alla questione dell’uscita dall’Euro, dall’UE, dalla NATO. Certo è però che sabato 28 al CSA Intifada di Roma una sala piena di compagni e compagne provenienti dalle più svariate esperienze e realtà - almeno trecento persone da molte città d’Italia - si è riunita in assemblea attorno all’appello della piattaforma sociale Eurostop per interrogarsi sulla reale necessità di rompere la gabbia

La crisi economica e finanziaria non solo non accenna a diminuire, nonostante i dati sul PIL sbandierati dal governo Renzi come segno di ripresa, ma anzi si acuisce. L’Unione Europea gioca in questo un ruolo fondamentale: essa viene presentata come un’opportunità, ma da anni è la maggiore responsabile della scarnificazione del welfare, dello smantellamento dei diritti, dell’abbassamento dei salari, della disoccupazione, della realtà di un mondo del lavoro precarizzato e incerto. L’Unione Europea vive e respira sull’esasperazione delle diseguaglianze, sullo sfruttamento e sull’impoverimento progressivo di interi paesi e dei loro settori sociali più deboli.

Assume le caratteristiche di una vera e propria gabbia, una gabbia della competitività sfrenata all’interno del processo di globalizzazione del mercato, che si basa sul controllo delle politiche economiche degli Stati Membri.  Una gabbia che - per sua intrinseca necessità - non può più tollerare la sovranità e l’autonomia, politica ed economica, dei singoli stati. L’esempio lampante e peraltro tragico degli ultimi mesi è la Grecia, costretta a sottostare ai criteri del Fiscal Compact e del pareggio di bilancio (quindi all’abbassamento di pensioni e salari, alla privatizzazione di interi settori pubblici dell’economia, ai tagli sfrenati a sanità e servizi chiave), e da anni terra di un’opposizione di sinistra ai memorandum della Troika e della UE, opposizione che proprio nel luglio 2015 ha dimostrato il proprio fallimento. Andando con ordine, ma senza che sia necessario ricapitolare nei dettagli gli avvenimenti sconfortanti di quei giorni, al referendum NAI-OXI vinto da Tsipras e da SYRIZA con oltre il 60% dei voti contro la bozza di accordo proposta da Bruxelles ha fatto seguito un accordo del governo con la Troika - accordo più o meno volontario ma comunque contrario alla volontà popolare espressa nel referendum. E quindi, al 60% di OXI è comunque succeduto un terzo memorandum, un’altra ondata di tagli e privatizzazioni e l’aggiudicarsi, da parte della Commissione UE, del “potere di consultazione preventiva” su ogni progetto di legge riguardante gli impegni economici presi. In pratica, il potere di riscrivere le leggi direttamente a Bruxelles, e, per traslato, il funerale della sovranità nazionale e della democrazia.

La sinistra in Grecia davanti all’ultimatum dell’UE ha fallito: forse non dal punto di vista elettorale (anche se di certo l’accordo non ha pagato per quanto riguarda le percentuali elettorali di SYRIZA, anzi) ma sicuramente nei confronti degli impegni presi con il proprio elettorato. Una sottomissione totale delle politiche di uno Stato a regole d’austerità dettate a migliaia di chilometri di distanza non può infatti che essere considerata una sconfitta: primo, perché il terzo Memorandum greco non consente al governo Tsipras che di mantenere una minima parte dei propri impegni elettorali, costringendolo anzi a rimangiarsi gran parte delle promesse; secondo perché ha sancito di fatto la capitolazione e la disgregazione di una sinistra ancora illusa della possibilità di contrattare davanti a un potere economico e politico sovranazionale; e terzo perché ha avviato la Grecia sulla via della liberalizzazione totale del mercato del lavoro interno (flessibilità oraria, salariale, contrattuale; precarizzazione; smantellamento delle tutele dei lavoratori), liberalizzazione che rappresenta la bestia nera di qualsiasi sinistra che si rifaccia anche solo lontanamente al marxismo.

Al funerale delle aspettative della sinistra greca ancora convinta di una possibilità di riformare la UE hanno applaudito con entusiasmo Renzi (che insieme al presidente francese Hollande ha di fatto accompagnato Tsipras alla capitolazione, arrogandosi il ruolo di mediatore nelle trattative e  contribuendo organicamente all’ultimatum della UE), la Merkel, Schulz. 

L’Italia si trova nella stessa situazione della Grecia pre-Tsipras: un governo al servizio della UE che porta avanti riforme tese a tagliare i servizi sociali, a liberalizzare il mercato del lavoro interno, a smantellare i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, a salvare le banche e i grandi patrimoni a scapito dei settori sociali più deboli. Il Partito Democratico è ormai non solo complice, ma addirittura protagonista di questo processo, mentre nella destra a trazione leghista la parola d’ordine dell’uscita dall’Euro è banalmente schiacciata su posizioni populiste senza reali prospettive. 

La sinistra ha accolto il fallimento innegabile del governo Tsipras e la sua resa con confusione e sconcerto; la linea della Sinistra Europea, di SYRIZA in Grecia e in Italia per traslato di Rifondazione Comunista, riassumibile nelle massime “disobbedire ai trattati” e “creare un’altra Europa” si è miseramente infranta di fronte alla constatazione della reale natura del “nemico”: un potere spietato e determinato con il quale è impossibile scendere a patti. Se non chiariamo definitivamente all’interno del nostro stesso Partito questo aspetto, e quindi se non ci interroghiamo profondamente su come e con quali mezzi controbattere efficacemente alle riforme e ai ricatti del governo Renzi e della UE, se andiamo avanti navigando a vista, con posizioni appiattite su una linea riformista senza capo né coda, è palese che né Rifondazione né l’embrionale aggregazione a sinistra che sta lentamente nascendo avranno un futuro.

Questo perché, se vogliamo dirlo con le parole di Marx, ci troviamo davanti ancora una volta a “una lotta ininterrotta, a volte nascosta, a volte palese fra oppressi e oppressori”, fra un popolo di lavoratori e lavoratrici che sta vedendo smantellati i propri diritti, i propri salari, le proprie pensioni e precarizzato il proprio futuro, e un potere sovranazionale irriformabile che non tiene minimamente in considerazione la volontà popolare. E questa lotta potrà finire solo “con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la rovina comune delle classi in lotta”. Ed è ormai tempo, per la sinistra e per Rifondazione, ammettere che per riformare l’Unione Europea, per disobbedire ai trattati e costruire un’Europa dei diritti e della solidarietà non c’è più spazio di manovra. Che il fine ultimo, oltre alla difesa dei diritti dei lavoratori, all’abbattimento della precarietà, al contrasto della globalizzazione e della liberalizzazione del mercato, non può che essere la creazione di una società socialista, e che questa non si potrà certamente costruire restando all’interno della gabbia dell’Unione Europea, men che mai tentando di contrattare con un potere che non accetta compromessi ed è disposto a ignorare la volontà popolare e la scelta di milioni di cittadini. 

Se il socialismo è il nostro obiettivo, e sono fermamente convinto che lo debba essere, allora esso si potrà costruire solo sulle macerie della gabbia dell’UE e del capitalismo globale di cui essa è espressione. E se la sinistra non lo riconosce, se essa si rassegna all’ignavia e alla volontà di non intraprendere l’unica strada possibile, rompere la UE, morirà schiacciata dalla contraddizione tra una vuota volontà di “riformare l’esistente” e una gabbia che non lascia scampo alla democrazia, ai diritti, alla sovranità nazionale, a un futuro socialista.

 

27/11/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Niccolò Koenig

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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