Una risposta di classe alla “marcia su Bologna”

La manifestazione fascio-leghista provocatoriamente organizzata a Bologna domenica 8 novembre si è rivelata, nei fatti, un flop.


Una risposta di classe alla “marcia su Bologna”

La manifestazione fascio-leghista provocatoriamente organizzata a Bologna domenica 8 novembre si è rivelata, nei fatti, un flop. Nonostante la spropositata repressione poliziesca e le consuete strumentalizzazioni mediatiche, quattro cortei partecipati e ben accolti dalla popolazione hanno dimostrato che la “rossa”, città plurale e meticcia, è inespugnabile e intende continuare la sua storia di resistenza e di lotta di fronte alle nuove sembianze dei fascismi neri e verdi. Con la consapevolezza che l’antifascismo ha un senso se inquadrato in una prospettiva anticapitalista e di lotta di classe, mentre la sinistra salottiera emette, comodamente da casa, le sue esternazioni moraliste e pseudo-pacifiste.

di Davide Costa

Domenica 8 novembre è stata indetta una delle più grandi riunioni nazionali, tenutesi quest’anno, delle forze reazionarie italiane (Lega Nord, Fratelli d’Italia, Casapound in sordina e l’immancabile Forza Italia) nel cuore della “rossa” Bologna, da sempre simbolo dell’antifascismo militante e medaglia d’oro alla Resistenza.

Questa provocazione già di per sé sfacciata, diviene più irriverente se si pensa che proprio il 7 novembre a Bologna ricorre l’anniversario della Battaglia di Porta Lame in cui le forze del 7° GAP, pur in inferiorità numerica, sfuggirono all’accerchiamento dei repubblichini e sconfissero le truppe nere lì stanziate.

Una “marcia su Bologna” che, nelle intenzioni degli organizzatori, voleva sancire il mutamento dei tempi e delle forze, in una città ferita dalle politiche di lacrime e sangue del PD, indegno erede dello storico PCI bolognese che ha governato la città per tutto il dopoguerra fino al suo scioglimento.

Non sarebbe stata comunque un’impresa semplice: la città ancora pullula di forze e spazi antagonisti che pur dopo sgomberi e repressioni sono ancora vivi e carichi. La reazione di uno Stato di polizia non si è fatta attendere: sono stati schierati circa 700 celerini in tenuta antisommossa lungo tutto il perimetro della città, un numero assolutamente spropositato di camionette e un elicottero che sorvegliava la città dall’alto. Sembrava di essere in guerra civile e invece si dovevano semplicemente proteggere i fascisti.

Quattro i presidi antifascisti organizzati : “Ancora fischia il vento” di Rifondazione Comunista e Giovani Comunisti davanti alla statua che commemora le vittime della strage fascista del 2 agosto 1980 presso la Stazione Centrale; “Difendere Bologna”, sul simbolico Ponte Stalingrado, di Social Log, Làbas, Rete dei comunisti, Ross@, Fronte Popolare, CUA e altre realtà autonome varie; “Mai con Salvini” in piazza XX Settembre organizzata da TPO, Hobo e varie realtà indipendenti; infine il presidio “infestAzione” nella via “rossa” del Pratello organizzato dalla sezione locale dell’ANPI.

Già qualche ora prima delle partenze dei cortei la città attorno alle mura del centro storico si riempiva di caschi blu e appena partiti già si veniva bloccati. Dopo svariati minuti, quando i primi tre cortei stavano per incontrarsi davanti Porta Mascarella, le intenzioni della polizia sono apparse chiare: un muro di camionette è stato posizionato davanti allo spezzone comunista chiudendolo sul viale Angelo Masini, il corteo “Mai con Salvini” è stato chiuso dai celerini attorno alla strettoia di Porta Mascarella e altre fila di celerini intrappolavano davanti e dietro il corteo di “Difendere Bologna” sul Ponte Stalingrado.

Dividere, accerchiare, provocare e caricare.

I più “vulnerabili” erano sicuramente i compagni sul ponte, i quali avevano come unica via di fuga un salto da 5 metri sulle rotaie della Stazione centrale e infatti è bastato un nulla per far partire circa 10 cariche dalla violenza assolutamente ingiustificata, di fronte alle quali ci si è difesi con bastoni e poco altro. Si è parlato di un “agente ferito da una bomba-carta” - vero - ma le sporadiche bombe-carta non hanno avuto di certo la stessa forza repressiva combinata di manganelli, lacrimogeni e camionette che infine hanno spianato la strada del ponte costringendo il corteo a indietreggiare fino a disperdersi.

Nessuno è stato risparmiato: un giovane fotoreporter di 19 anni racconta di essere finito in mezzo agli scontri insieme ad altri giornalisti e che se non fosse stato per la sua macchina fotografica, avrebbe preso più di una manganellata sulla spalla. Alcuni giornalisti freelance dicono di aver sentito pronunciare alle forze dell’ordine la frase: “la libertà d’informazione è sospesa”.

Per non parlare dei ragazzi e ragazze molto giovani presi a caso, trascinati per terra e caricati come sacchi sulle volanti. Gli altri cortei divisi e accerchiati nulla hanno potuto contro la violenza di Stato. Il senso d’impotenza in quella situazione era angosciante, agghiacciante ma allo stesso tempo rinforzava le nostre coscienze e le nostre lotte contro lo Stato borghese che difende la sua “opposizione farlocca” funzionale al mantenimento dello status quo. Tutto questo mentre i fascioleghisti erano liberi di scorrazzare nella città cuore della sinistra italiana, e mentre le truppe “nero-verdi democratiche e moderate” facevano il saluto fascista davanti al Sacrario dei Partigiani in piazza Maggiore.

Ma il cuore di quella che chiamavano l’ “Emilia Paranoica” non è stato conquistato, né scalfito. Al di là delle cifre sparate a caso su 100.000 presenti in piazza Maggiore - dove materialmente non c’è spazio per 100.000 persone, ricordiamo che il centro storico di Bologna è di origine medioevale, le strade sono strette e le piazze non così grandi. Sappiamo infatti con certezza che metà della piazza era occupata dagli stands del “Cioccoshow” e da transenne varie, quindi dei 6.900 metri quadri ne rimanevano effettivamente occupabili 3.500. La piazza non sembrava stracolma quindi, ad esagerare, vi erano 7.000 persone e, considerati i pullman predisposti dalle varie organizzazioni e provenienti da tutta Italia si può giungere a una conclusione: l’evento è stato un flop, Bologna sotto quel palco non c’era!

Bologna invece c’era quando ai due cortei è stato accordato il sacrosanto diritto di entrare in città tra le foto e la curiosità dei passanti. Bologna c’era quando calava dai balconi striscioni contro il fascioleghismo. Bologna c’era quando qualcuno si affacciava dal balcone sventolando una rossa bandiera.

Ma mentre Bologna era il teatro sia del volto peggiore dello Stato sia della spontanea risposta popolare, la “sinistra” dei salotti borghesi stava in mezzo al guado e tuonava contro la “violenza dei manifestanti”. Stefano Fassina, uno dei frontman della nuova sigla “Sinistra Italiana” dal suo profilo twitter affermava che il fascismo si ferma con la Costituzione e non con la violenza. Sempre negli stessi momenti “caldi”, mentre SEL tuonava sulla sua pagina facebook contro Salvini, la “grande assente” SEL Bologna invitava gandhianamente alla moderazione ambo i lati… da casa.

Insomma gli eroi dell’antifascismo virtuale, tanto bravi a lanciare appelli e a fare inutilissime conferenze, nelle piazze non ci sono e danno anche consigli su come combattere nelle piazze il fascismo, ignorando la violenza ingiustificata delle forze dell’ordine e la pericolosità dei soggetti presenti in Piazza Maggiore (ricordiamo che Casapound usa i coltelli, non il diritto). L’inopportuna retorica della nonviolenza da assenti, sicuramente non ha aiutato i partigiani 70 anni fa a liberare Bologna dai nazifascisti.

Questo non vuole essere un elogio all’anarcoinsurrezionalismo ma una presa di coscienza della vacuità di certi commenti. Chiediamoci anche chi ha praticato questa “violenza”: individui armati di bastoni o i caschi blu in tenuta antisommossa con camionette e lacrimogeni?

Non mi vergogno ad ammettere che, pur con tutte le divergenze ideologiche e strategiche, in quella determinata circostanza mi sono sentito più vicino ai compagni dei collettivi malmenati in piazza che alla “sinistra” inutile che sputa sentenze comodamente dai propri palazzi.

Una retorica che poi non si discosta più di tanto da quella di quel PD “renziano” di cui vorrebbero rappresentare l’ “alternativa”: il sindaco del PD Merola (con cui ancora, ricordiamo, SEL governa al di là delle paventate dimissioni, sempre proclamate ma mai attuate) il 7 novembre ha avuto il coraggio di dichiarare davanti alla statua dei partigiani caduti e all’ANPI che il fascismo si combatte con la democrazia e con la nonviolenza “costituzionale”, quindi concedendo anche a razzisti e fascisti di spargere odio in Piazza Maggiore – da cui i bolognesi più anziani dicono parlasse il “loro” Togliatti - senza problemi.

Eppure la giunta PD-SEL non si è fatta troppi problemi a sgomberare con la forza bruta centri sociali e culturali storici come Atlantide, punto riferimento per la comunità LGBTQI bolognese o l’ex-Telecom dove erano alloggiate 280 persone senza una casa.

Ma d’altronde si sa, il fascioleghismo è l’opposizione funzionale all’establishment: scatena la guerra dei penultimi contro gli ultimi lasciando a gongolare le classi patronali e allo stesso tempo rende più “presentabili e democratiche” le forze borghesi.

L’antifascismo militante, quello vero portato avanti strada per strada e casa per casa, però è ancora vivo e ha risposto con forza l’8 novembre. In quella piazza blindata sono emersi i veri legami di classe della Bologna meticcia e plurale: comunisti, autonomi, studenti fuorisede, migranti, sfrattati, dalla Sicilia fino al Piemonte, dall’Africa all’Europa dell’Est, tutti quelli che Marcuse avrebbe definito “gli esclusi dalla società borghese che rappresentano intrinsecamente la sua contraddizione e l’anima rivoluzionaria”, tutti avevamo nella mente e nel cuore un unico obiettivo ovvero che il fascismo andasse sconfitto lì e adesso, niente attendismi, se fosse caduta Bologna, saremmo caduti tutti, difendere la “rossa” simboleggiava difendere la vera democrazia, le lotte per un futuro migliore e in ultima istanza noi stessi. Oggi Bologna, domani tutte le altre città.

Con questa consapevolezza siamo usciti arricchiti da questo 8 novembre di lotta di classe e oggi appare chiaro come l’unità si realizzi nelle piazze, nelle pratiche e nelle lotte, dal basso, non certo nei salotti o nei teatri tramite fusioni a freddo di dirigenze opportuniste e appelli cartacei: anche perché l’antifascismo, se non coniugato in una prospettiva più ampia di anticapitalismo, rimane una parola vuota e monca.

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14/11/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Davide Costa

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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