Il “governo del fare” contro il diritto alla casa

Il “governo del fare” di Renzi effettivamente di cose nefaste ne ha fatte molte. Una di queste è il Piano casa che è stato approvato in sordina come decreto legge sulle “Misure per l’emergenza abitativa, per il mercato delle costruzioni e per Expo 2015” alla fine del marzo 2014 e che ha scatenato le ultime mobilitazioni, perché colpisce i diritti delle categorie più deboli.


Il “governo del fare” contro il diritto alla casa

 

Il “governo del fare” di Renzi effettivamente di cose nefaste ne ha fatte molte. Una di queste è il Piano casa che è stato approvato in sordina come decreto legge sulle “Misure per l’emergenza abitativa, per il mercato delle costruzioni e per Expo 2015” alla fine del marzo 2014 e che ha scatenato le ultime mobilitazioni, perché colpisce i diritti delle categorie più deboli.

Le case sono fatte per viverci, non per essere guardate.

Francis Bacon (Londra 1561-1626)

di Giulia Pezzella

Una delle frasi preferite di Renzi è che il suo è il “governo del fare”. Effettivamente – pur non avendo rispettato quelle “scadenze” che avrebbero dovuto determinare la remissione del mandato – di cose nefaste ne ha fatte. Come per esempio il Piano casa che, approvato in sordina come decreto legge sulle “Misure per l’emergenza abitativa, per il mercato delle costruzioni e per Expo 2015” alla fine del marzo 2014, è stato poi convertito il 23 maggio.

Senza voler in questa sede analizzarne il testo completo – che riserva sorprese mirabolanti quasi in ogni articolo– è opportuno iniziare a chiarirne quegli aspetti che sono stati all’origine delle ultime mobilitazioni, perché colpiscono i diritti delle categorie più deboli.

La nuova legge, infatti, affronta l’emergenza abitativa – che è ridicolo continuare a chiamare “emergenza”, perché ormai ha una storia lunga qualche decennio – colpendo chi non ha avuto altre soluzioni che quella di occupare una casa e programmando la dismissione dell’Edilizia Residenziale Pubblica (le case popolari) a vantaggio di chi può comprare e degli speculatori.

Le prime mobilitazioni, iniziate tra fine maggio e giugno in tutta Italia, sono state quelle che chiedevano l’abolizione dell’art. 5 sulla “Lotta all’occupazione abusiva”. Il nuovo Piano casa nega la residenza a tutti coloro che non portano agli uffici competenti un regolare contratto di affitto o di proprietà. Le ricadute di questo provvedimento sono molteplici, perché nel nostro paese alla residenza sono legati molti altri diritti, dall’iscrizione a scuola al medico di base.

Non solo. L’art. 5 prevede anche che senza un regolare titolo di occupazione di un immobile sia impossibile richiedere l’allacciamento ai servizi pubblici (luce, gas, acqua e telefono), lasciando intendere che tale provvedimento potrebbe essere retroattivo consentendo “ai soggetti somministratori la verifica dei dati dell'utente e il loro inserimento negli atti indicati nel periodo precedente”. Qualsiasi commento appare inadeguato: per risolvere il problema del “disagio abitativo” (locuzione perbenista molto in uso, che definisce in modo edulcorato un dramma) il governo sancisce come soluzione la negazione dei diritti di chi già non ne ha o ne ha pochi…

Con la fine dell’estate si è aperta poi un’altra partita: quella sulle “Misure per l’alienazione del patrimonio pubblico residenziale”, impostata dall’art. 3 del Piano Renzi/Lupi che deve essere perfezionata da un decreto attuativo. Il governo ha deciso, strategicamente, di far approvare dalla Conferenza Unificata la bozza di decreto che dovrà essere firmata dal ministro delle infrastrutture Lupi. Il perché è semplice: l’Edilizia Residenziale Pubblica è di competenza esclusiva delle regioni; di conseguenza se il decreto ottiene il loro parere favorevole, i margini di un ricorso per incostituzionalità del provvedimento sarebbero minimi se non nulli. La prima intesa sulle “procedure di alienazione degli immobili di proprietà dei comuni, degli enti pubblici anche territoriali e degli istituti autonomi delle case popolari, comunque denominati” è stata sancita il 16 ottobre 2014.

Che le case popolari non fossero ritenute un bene comune da valorizzare, da incentivare e potenziare è una vecchia storia: già in passato erano stati approvati dei piani di vendita (del tutto discutibili) che, nonostante fossero decisamente appetibili (sicuramente per il mercato immobiliare) non avevano ottenuto l’esito sperato. L’esempio dell’Ater di Roma può far capire meglio ciò di cui si parla: in alcune zone della città, in particolare quelle che hanno assunto caratteristiche commerciali interessanti (come Monteverde, per fare un esempio evidente) gli inquilini con regolare contratto di affitto hanno ricevuto una proposta di acquisto da parte dell’ente a cifre irrisorie rispetto alla zona. Inutile ora entrare nell’analisi e nel merito della questione. Il dato certo è che in molti non hanno potuto comprare: pensionati, famiglie a basso reddito o con reddito precario e disoccupati, tutti quelli che per caratteristiche economiche avevano e hanno il diritto di essere tutelati.

Come risolvere il problema? Come fare cassa? Il ministro Lupi aveva trovato un’ottima soluzione: vendere all’asta le case popolari, a prezzi di mercato (quello definito dall’Osservatorio del mercato immobiliare) e lasciando agli inquilini, come unica tutela, il diritto di prelazione. Inoltre, il decreto definiva il criterio che gli enti avrebbero dovuto seguire per individuare gli immobili da dismettere: in prima battuta quelli “misti” a prevalenza privata (quelli, cioè, dove i precedenti piani di vendita non erano riusciti a completare l’alienazione) e gli immobili ritenuti “fatiscenti” (con la possibilità di venderli in blocco); poi quelli “onerosi” dal punto di vista della manutenzione (a Roma sono praticamente tutti, visto che dopo la costruzione la cura del patrimonio è stata lasciata al buon cuore degli inquilini). Con i proventi di questa operazione si sarebbe provveduto a comprare nuovi alloggi oppure, in seconda battuta, a costruirli.

Le mobilitazioni successive all’intesa – le assemblee territoriali, le manifestazioni e i successivi presidi presso le sedi regionali e il ministero delle infrastrutture – hanno ottenuto un primo risultato: il decreto non è stato firmato, ma è stato ridiscusso e corretto dalla Conferenza Unificata. Il risultato? Non lo sappiamo, perché la nuova bozza di decreto approvata a dicembre questa volta non è “fuoriuscita”. Certo è che, dalle dichiarazioni di Lupi, sembrerebbe aperta l’ipotesi di vendita a terzi e un “ritocco” dei prezzi a favore degli inquilini che volessero esercitare il diritto di prelazione.

In un paese in cui la povertà aumenta, il lavoro manca e il numero di chi non riesce a soddisfare i bisogni primari è sempre maggiore, nonostante le percentuali dell’edilizia pubblica siano i più bassi d’Europa, il governo cosa fa? Vende tutto, cercando di incassare il più possibile, favorisce gli speculatori e protegge a gamba tesa la proprietà privata!

Siccome aveva fatto poco e voleva chiudere il 2014 in bellezza, aggiunge la ciliegina sulla torta e nel decreto “milleproroghe” sparisce la sospensione degli sfratti esecutivi. Attenzione: una norma che riguardava provvedimenti per finita locazione e non per morosità, che tutelava esclusivamente le famiglie entro un certo reddito, con minori, invalidi, anziani e malati terminali.

Su questi temi ci sono ormai, quasi quotidianamente, mobilitazioni in tutta Italia. Alcune più rumorose, altre meno, ma sono in continuo aumento soprattutto perché investono un numero sempre maggiore di persone: prima erano gli occupanti abusivi, poi gli inquilini delle case popolari, ora quelli che avevano la proroga degli sfratti. Ma è un problema sociale che riguarda tutti, anche quelli che una casa ce l’hanno, perché questi provvedimenti governativi sono un tassello di un progetto più generale che colpisce i più deboli, quelli che lo erano, quelli che lo sono e quelli che potrebbero diventarlo. E, visti i tempi, chi si sente di dire “io no”?

18/01/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Giulia Pezzella

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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