Cuori puri

Un duro film di denuncia sul degrado dei quartieri proletari, senza perdere la tenerezza.


Cuori puri Credits: http://www.mymovies.it/film/2017/cuori-puri/

Cuori puri di Roberto De Paolis, Italia 2017, valutazione 7-

La coraggiosa opera prima di De Paolis offre un significativo e rigorosamente spietato quadro del degrado in cui è costretto a vivere, anche nelle metropoli dei paesi a capitalismo avanzato, il proletariato. Le sue condizioni di vita sono tornate a essere così precarie che è costantemente sul punto di precipitare nel sottoproletariato con il quale già convive e dal quale è pericolosamente influenzato. Il dato più tragico dell’intera faccenda è infatti la scarsissima coscienza di classe dei giovani proletari, che li rende facili vittime dell’ideologia dominante, anche nelle sue forma più barbare, dal fondamentalismo religioso al razzismo e al nazionalismo sciovinista funzionale alla guerra fra poveri. D’altra parte la scarsa consapevolezza di classe contribuisce dal punto di vista sovrastrutturale a rendere sempre più labile la separazione con il sottoproletariato, che vivendo di espedienti fornisce costante personale alla malavita e alimenta, assumendo come unico valore la volontà di potenza, la guerra fra poveri. Il film è non a caso ambientato a Tor Sapienza, storico quartiere della periferia romana, sempre più abbandonato a se stesso e degradato, tanto da divenire territorio di scontro fra gli umiliati e offesi autoctoni e i rifugiati, che vivono una condizione di oppressione ancora maggiore.

Al di là delle chiacchiere ideologiche degli apologeti indiretti della borghesia, che si riempiono la bocca con la presunta fine del lavoro e il capitalismo cognitivo – rivendicando una redistribuzione del salario, già di per sé minimo, a vantaggio di chi non lavora, ovvero dal proletariato al sottoproletariato – con il film vediamo una realtà decisamente più realistica e tragica. I proletari sono costretti a fare di tutto per essere sfruttati, nel modo più becero e nei lavori meno intellettuali e più degradanti, pur di potersi riprodurre come forza-lavoro e non precipitare nel sottoproletariato. Quest’ultimo appare realisticamente composto da chi tende a precipitare nella tragica condizione dei baraccati, che popolano le metropoli del terzo mondo e popolavano fino a qualche decennio fa Roma, perché non intendono farsi sfruttare, e chi offre la proprio forza-lavoro alla criminalità più o meno organizzata.

Ecco, così, che il giovane protagonista – dal momento che il padre non appare in grado di accettare la necessità, in questo modo di produzione, di vendere al prezzo più basso la propria unica risorsa: la forza-lavoro – si vede costretto a fare il sorvegliante nel centro commerciale, vero e proprio simbolo di quella società dei consumi in grado di egemonizzare un proletariato privo di coscienza di classe. In tal modo viene emarginato dall’eticità che, per quanto primitiva, è ancora presente nella borgata e che considera la guardia un traditore, un voltagabbana, qualcuno che si è venduto. Anche perché diversi dei suoi amici di infanzia hanno finito per accettare la logica sottoproletaria di chi vive di espedienti, di micro delinquenza, o si pone al servizio della malavita organizzata.

Tanto più che il guardiano del centro commerciale non solo deve garantire la sicurezza della proprietà privata di merci – che corrispondono ai propri bisogni più o meno indotti, ma a cui non ha sostanzialmente accesso – ma deve perseguire i membri della sua stessa classe che, per soddisfare questi stessi bisogni, sono tentati di appropriarsi illegalmente di quella merce, generalmente di basso costo, ma a cui non hanno modo altrimenti di accedere. Il protagonista sembra in un primo momento riuscire a resistere, in questa situazione così difficile, in quanto non vuole fare né la fine del padre, sempre più costretto a vivere di elemosina, né degli amici di infanzia dediti alla microcriminalità. Inoltre, essendo del tutto privo di coscienza di classe, tende a naturalizzare questa tragica realtà, entrando nella logica totalitaria della banalità del male. In altri termini è pagato e può così soddisfare i propri bisogni elementari per difendere la proprietà privata dei grandi proprietari, da chi non ne ha accesso, sebbene ne abbia bisogno, e, quindi, cerca di fare nel modo più rigoroso il proprio lavoro, senza interrogarsi sui risultati delle proprie azioni. Così anche l’adolescente, che si appropria di un oggetto di scarso valore, per altro imposto dall’industria culturale, come il cellulare, deve essere inseguito, catturato e condotto con le buone o le cattive al luogo in cui sarà denunciato.

Tuttavia, per quanto pervasiva sia la banalità del male nell’universo totalitario in cui viviamo – ovviamente proprio perché non ne siamo consapevoli –, il protagonista non è in grado di reprimere fino in fondo la sua umanità, quel sentimento naturale di compassione, quella tenerezza che, per quanto involontariamente, non può non provare verso l’adolescente che così candidamente lo implora di non denunciarlo, non essendo una ladra ed essendo stata, in qualche modo, costretta dalle condizioni ad appropriarsi di un oggetto, per altro di scarso valore.

D’altra parte il sistema totalitario è un sistema disumano, per cui ogni traccia di umanità, di tenerezza deve essere repressa nel modo più spietato. Tanto che il nostro protagonista viene degradato al lavoro più infimo, da guardiano del centro commerciale a guardiano di un suo parcheggio esterno, adiacente a un campo dove sono costretti a vivere rom e rifugiati. Suo compito di Sisifo è mantenere, nel modo più rigido, le fragili e porose barriere che devono separare la società dei consumi dai grandi esclusi, da quei paria che hanno però una funzione decisiva nel sistema. Sostituiscono, infatti, quegli schiavi che nel mondo antico riducevano il proletariato a plebe, facendogli perdere la propria unica qualità, ossia quello di essere potenzialmente la classe rivoluzionaria, non avendo altro da perdere che le proprie catene. Dinanzi ai paria costretti a vivere in un campo di concentramento di fortuna, anche la condizione ultra-miserabile, frutto di un’occupazione ultra-degradante, gli appare un privilegio da difendere a ogni costo. Anche perché, come lo minaccia il suo superiore, vi sono molte persone che, per uscire dalla situazione di estremo degrado in cui sopravvivono, sarebbero immediatamente pronti a prendere il suo miserevole posto.

Del resto la sua eticità, per quanto primitiva, lo porta da una parte a disprezzare il padre costretto a vivere di carità ed espedienti, dall’altra a non poter seguire fino in fondo la strada della microcriminalità imboccata dal suo amico di infanzia. Sino a che si tratta di rapinare un povero extra-comunitario, impiegato in un negozietto aperto anche durante la notte, l’ideologia nazionalista funzionale alla guerra fra poveri, che gli è stata inculcata dall’ideologia dominante, lo porta ad agire senza nessuna pietà, anzi quasi provando gusto a sfogarsi delle umiliazioni e oppressioni subite su chi è ancora più debole e inerme. Ma, quando si tratta di vendere droga anche agli adolescenti del proprio quartiere, ancora una volta la sua umanità, la tenerezza per quanto repressa tende a riemergere e a impedirgli di far bene il proprio lavoro.

In questo orizzonte di totale spietatezza e disumanità gli appare possibile trovare un’imprevista via di fuga nella purezza di cuore della giovane adolescente che ha finito per lasciare libera dopo il furto del cellulare, proprio in quanto è in grado di suscitare in lui quella tenerezza che è stato abituato a reprimere. Tanto più che la fanciulla ha un ideale in cui sperar, per quanto disumano e primitivo, che non po’ che affascinare “la plebe sempre all’opra china senza ideale in cui sperar”. Certo, in un primo momento, non può che apparirgli assurdo il fatto che la giovane svolga attività di volontariato proprio a favore dei nemici con i quali combatte nella guerra fra poveri, che conduce sia per la professione che svolge, sia per l’ideologia dominante che ha introiettato. Dall’altra parte questa umanità, per quanto primitiva, non può che attrarlo, proprio perché lo porta in qualche modo a far rinascere anche in sé quei sentimenti umani troppo a lungo repressi.

Del resto l’adolescente ha un’ideologia perché, a differenza del giovane proletario, è a contatto con un intellettuale: il prete della locale parrocchia. Quest’ultimo ben rappresenta quella forma di religione popolare mediante cui le gerarchie ecclesiastiche svolgono il ruolo nella società classista di far accettare passivamente agli umiliati e offesi la loro condizione, in quanto il sacrificio li avvicinerebbe al Cristo, da cui il consumismo li allontanerebbe. Così, se da una parte l’intellettuale ecclesiastico dà ai proletari che lo seguono un ideale in cui sperare, un senso di comunità fondato sull’amore che consentono di vivere quei sentimenti umani di solidarietà, che la società capitalista tende a sopprimere, d’altra parte li esorta alla completa subordinazione all’autorità costituita, sia essa la “sacra” proprietà privata o la volontà del proprio superiore, a partire dal genitore, per quanto irrazionale possa apparire. Infine, questa apologia indiretta della società classista, fondandosi sull’ascesi, porta a imporre ai fedeli dei divieti assurdi, in quanto repressivi degli stessi impulsi naturali, dello stesso principio vitale del piacere.

D’altra parte, l’esperienza secolare porta il clero cattolico a mitigare il proprio disumano fondamentalismo acetico, in primo luogo dal punto di vista sessuale, con una dose di ipocrisia necessaria a non allontanare la maggioranza dei fedeli, che non vogliono rinunciare alla propria umanità. Per cui, come si suol dire, fatta la regola, si trova l’inganno. La regola vuole che la sessualità sia del tutto slegata dal piacere e ricondotta alle sole esigenze della riproduzione della specie, per le donne e quelli uomini che, come le prime, non sono in grado di reprimere completamente – come dovrebbero fare gli uomini di dio, i membri del clero – i propri sensi e lo stesso vitale principio del piacere. Tuttavia l’uomo non è dio, è peccatore, è soggetto costantemente alla tentazione del maligno, ovvero al principio del piacere e non sempre è in grado di resistere, ma spesso cade. Al punto che lo stesso Cristo preferisce l’adultera ai farisei che, ipocritamente, la vorrebbero lapidare. Ecco, allora che i giovani sono spinti dal prete a fare professione di castità, almeno fino alle nozze, ma ciò non toglie che essendo umani possono comunque cadere nel peccato e non saranno perciò abbandonati da dio, che è sempre pronto al perdono.

In tal modo, però, demonizzando lo stesso fare l’amore con il partner che si ama, porta a farlo in modo inconsapevole, irrazionale, tanto che il naturale piacere è subito sostituito dal pentimento. D’altra parte, però, per quanto il cattolico sa che l’azione cattiva, in quanto irrazionale, compiuta non lo porta a dover abbandonare la comunità dei fedeli, ma al contempo teme il giudizio degli altri, che non potranno che considerarlo un povero peccatore, ecco che l’azione peccaminosa deve rimanere celata. A tale scopo la cosa più facile è scaricarne la responsabilità sul più debole, che non appartiene alla comunità dei fedeli, e che l’autorità costituita stessa – a cui il cattolico è abituato a subordinarsi – tende a offrire quale comodo capro espiatorio.

01/07/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: http://www.mymovies.it/film/2017/cuori-puri/

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L'Autore

Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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