Cuties

Il film “Cuties” ha destato scandalo per la rappresentazione di adolescenti in atteggiamenti sessualmente espliciti. In realtà il film è una denuncia contro gli stereotipi che rendono la donna vittima dell’oppressione patriarcale sia nelle culture integraliste che in quelle che apparentemente non lo sono.


Cuties

“Cuties” (titolo originale “Mignonnes”) è il nuovo film della regista francese Maïmouna Doucouré, premiata per questa opera al Sundance Film Festival 2020.

Uscito ad agosto, ha fatto parlare di sé soprattutto per le polemiche sorte quando Netflix l’ha reso disponibile sulla sua piattaforma streaming. La pietra dello scandalo è stata la scelta della locandina usata da Netflix, che riprendeva una scena del film in cui le ragazzine protagoniste nell’eseguire un balletto assumono atteggiamenti sessualmente ammiccanti. L’accusa, partita negli Stati Uniti, è stata quella di sessualizzare delle bambine, e sono state raccolte decine di migliaia di firme con una petizione che invitava a boicottare Netflix, finché lo streamer ha cambiato locandina e ha espresso pubbliche scuse.

Prima di esprimere le mie valutazioni su questa aspra polemica, che si è in seguito estesa a tutto il contenuto del film, vediamone la trama.

La protagonista è una ragazzina di undici anni, Amy (interpretata dalla bravissima Fathia Youssouf), che vive nella periferia parigina con la sua famiglia, di origine senegalese. Il padre è in procinto di sposare la seconda moglie (siamo nell’ambito di una tradizione poligama), e si trova in Senegal per i preparativi. Amy si trova ad affrontare il distacco dal genitore (in diverse occasioni manifesta il suo senso di abbandono e l’essere spaventata nel prefigurarsi il nuovo equilibrio familiare con la seconda moglie), la gestione del fratellino e la sofferenza malcelata della madre. Secondo la tradizione, il matrimonio dovrà celebrarsi in famiglia con la partecipazione entusiasta di tutti i membri. Una anziana zia si occupa di “inquadrare” le femmine di casa nel loro ruolo, consigliandole e guidandole verso la loro posizione di completa sottomissione ai padri/mariti.

In questa situazione, Amy intravede una via di fuga e di libertà nell’atteggiamento di un gruppo di sue compagne di scuola, disinibite nel modo di vestire e di porsi e ossessionate dal voler apparire come ragazze adulte. Il gruppetto si sta preparando per una gara di twerking dance, e Amy fa in modo di entrarne a far parte. Per sentirsi accettata nel gruppo, però, porta all’eccesso il suo atteggiamento provocatorio, rischiando di essere esclusa per lo “scandalo” e compromettere dunque la sua “liberazione”.

Si arriva a una crisi in cui la ragazzina è lacerata dal contrasto fra i due mondi in cui vive, e si sente esclusa da entrambi, ma grazie a un gesto forte della madre riuscirà a pacificare dentro di sé gli opposti motivi di disagio e a riconciliarsi con se stessa e con un’indipendenza interiore più autentica.

Ritornando alle critiche ricevute dal film, è certamente vero che sono presenti molte scene in cui delle bambine assumono atteggiamenti provocanti e ipersessualizzati; il punto è comprendere che si tratta di una denuncia, non di accondiscendenza al “vojeurismo pedofilo” (e in questo senso anche la locandina di Netflix non faceva che cogliere tale denuncia). Se si prendono le distanze dal moralismo ormai pervasivo del senso comune e “invasivo” nella sua opera di censura dell’arte in tutte le sue forme, si capisce che mostrare un fenomeno reale (in questo caso quello della sessualizzazione precoce delle adolescenti e del loro soggiogamento alla logica delle apparenze e dei “like” sui social) non equivale a promuoverlo o approvarlo. La critica anche severa di un fatto, non può e non deve essere sempre e per forza didascalica.

Ciò che a me è arrivato guardando questo film è il racconto di come una ragazzina che sta diventando donna (emblematico l’arrivo del menarca a metà film) si trovi schiacciata fra due culture entrambe le quali costringono le donne in ruoli stereotipati, sebbene di segno opposto. Nella cultura tradizionale della famiglia di Amy il femminile è sottomesso a maschi e religione; nel mondo fintamente libero delle sue amiche la loro costrizione è data da un simulacro di libertà sessuale tutta volta al conformismo con modelli adulti di compiacimento dell’occhio maschile. L’emancipazione che inizialmente per Amy rappresenta un modo di ribellarsi e liberarsi si trasforma un’illusione, perché spezzate le catene dell’oppressione patriarcale della sua cultura di origine, la “libertà” che sperimenta non è che un nuovo giogo dove il suo corpo ancora una volta è oggetto da conformare all’immaginario maschile e dove l’accettazione di cui ha tanto bisogno passa per l’apparenza come unico elemento inclusivo.

Sottotemi interessanti e affrontati con grande delicatezza dalla regista sono quello del passaggio fra infanzia e età adulta, della scoperta della propria sessualità, del convivere negli adolescenti di parte bambina e parte matura, e del bisogno, in quella fase della vita, di essere accettati dagli altri e di stabilire un senso di appartenenza.

Nel complesso, la regista ci offre il quadro in cui pur in differenti culture e dunque diverse modalità di prevaricazione, la struttura patriarcale oggettifica le donne nella sua logica maschiocentrica, relegandole a ruoli precostituiti accomunati dal loro sfruttamento.

L’ambientazione del film rimanda efficacemente il messaggio che l’emancipazione non è un fenomeno svincolato dalla condizione sociale di chi la ricerca: gli strumenti culturali (legati al contesto socioeconomico) che queste ragazzine di una banlieu parigina hanno a disposizione le porta a individuare un valore positivo di riscatto nei beni materiali (il cellulare come oggetto necessario a costo del furto per validare la propria esistenza nei social) e nel consumismo (significativa la scena gioiosa di shopping sfrenato, possibile grazie al furto di soldi alla famiglia).
Film da vedere e far vedere alle proprie figlie adolescenti.

27/09/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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