Giochi di potere

Come stravolgere il classico thriller politico di denuncia, sino a farne uno strumento di apologia indiretta della forma più aggressiva di imperialismo.


Giochi di potere Credits: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-giochi_di_potere_il_nuovo_film_di_denuncia_della_cia_per_lavare_la_coscienza_sporca_su_iraq_e_siria/6119_24670/

Giochi di potere è un film interessante in quanto ci fa capire quanto i paesi a capitalismo avanzato siano preda di una grave crisi non solo economica, ma anche morale e intellettuale. Innanzitutto abbiamo una evidente manipolazione della forma del film politico, di denuncia di sinistra che diviene uno strumento dell’imperialismo più aggressivo. Protagonista del film è un giovane americano – figlio dell’ambasciatore statunitense in Libano negli anni del massacro di Sabra e Chatila, che lavora per i grandi fondi speculativi e che improvvisamente, senza neanche bisogno di una folgorazione sulla via di Damasco, abbraccia una sua sedicente vocazione idealista per l’affermazione dei diritti umani. Tale presunta vocazione gli deriverebbe dal fulgido esempio del padre, appunto ambasciatore statunitense in Libano, ossia quanto di più distante possa immaginarsi dall’idealismo. Tanto più che il giovane asserisce che tale vocazione, che naturalmente fa a cazzotti con la sua precedente carriera nei grandi fondi avvoltoio, gli deriva dal suo sogno di divenire un diplomatico come il padre. Anche qui ci troviamo dinanzi una quanto mai assurda contradictio in adiecto, in quanto, come è noto, la figura del diplomatico, in particolare dell’imperialismo statunitense in Medio oriente, è quanto di più cinico e distante possa esservi, almeno apparentemente, dall’idealismo per l’affermazione dei diritti umani a livello globale. Tanto distante quanto solo una brillante carriera nei grandi fondi speculativi può esserlo.

Come se non bastasse, abbiamo subito dopo una, involontariamente, altrettanto esilarante scena da commedia dell’assurdo in cui il nostre eroe, privo di qualsiasi titolo per vedere accolta la sua domanda all’O.N.U., viene immediatamente assunto come assistente del vice segretario della Nazioni unite, che sta gestendo la più rilevante missione “umanitaria” del tempo: Oil for food. Intorno a tale missione, infatti, vi sono investimenti dell’Onu decisamente superiori a tutte le altre missioni messe insieme, ovvero 10 miliardi di dollari l’anno. La sedicente missione umanitaria dovrebbe servire a diminuire i “danni collaterali” che l’embargo imposto all’Iraq stava provocando in un paese già martoriato dalla prima aggressione imperialista, nota come Guerra del Golfo. Dinanzi a 500.000 bambini iracheni morti a causa dell’embargo deliberato dall’Onu e dinanzi alla volontà di sfruttare le risorse petrolifere irachene, approfittando della tragica situazione vissuta dal paese, per tenere basso il prezzo del petrolio a favore delle potenze imperialiste, si stabilì che tale risorsa strategica, vitale per la sopravvivenza di un paese devastato e in pieno stato di assedio, potesse essere utilizzato solo se la sua vendita fosse posta sotto il controllo dell’Onu che lo avrebbe scambiato con aiuti umanitari, da distribuire, in modo del tutto indipendente dal governo, alla popolazione civile.

Anche qui siamo palesemente dinanzi a un cinico e bieco utilizzo dei diritti umani, per sottrarre a un paese in stato di assedio la sua principale risorsa e gestirla, per screditarne il governo, da emissari di potenze straniere. Come è evidente, in una “comunità internazionale” dominata dal pensiero unico neoliberista, in cui l’unica cosa che conta è il profitto individuale, su tale missione umanitaria si lanciarono tutti gli avvoltoi dei grandi fondi speculativi delle multinazionali che, mediante le tangenti, corrompono con estrema facilità i vertici delle Nazioni unite.

Anche perché, tornando al film, il personale viene selezionato, come è mostrato esemplarmente dall’assunzione del nostro eroe, nel modo più palesemente contrario ai fini che dovrebbe avere un’organizzazione umanitaria. Il giovane che si è distinto come funzionario dei fondi avvoltoio, pur non avendo per sua stessa ammissione altri titoli, viene assunto direttamente dal vice segretario delle Nazioni unite con la giustificazione che i migliori giovani sarebbero sottratti all’Onu proprio dalla concorrenza dei grandi fondi speculativi e che di tale candidato ci si poteva senz’altro fidare – tanto da mettergli nelle mani la più lucrosa e delicata missione delle Nazioni Unite – perché ne aveva conosciuto personalmente il padre, l’ambasciatore statunitense in Libano.

Dunque vediamo tranquillamente esplicitata la modalità di assunzione di funzionari dell’Onu assunti in luoghi chiave, sulla base di criteri stabiliti nel modo più arbitrario dai vertici: in primo luogo la cooptazione sulla base di conoscenze personali – nel caso specifico di un padre che si pone necessariamente agli antipodi dell’idealismo umanitario – in secondo luogo l’aver fatto carriera in quei fondi avvoltoi che sottrarrebbero alle Nazioni Unite le più promettenti “risorse umane”. Al giovanissimo neoassunto con questi criteri da teatro dell’assurdo viene, in modo del tutto inverosimile, subito consegnato il dossier più scottante dell’Onu, concernente la già chiacchieratissima missione Oil for food. Nonostante che il suo predecessore, in tale delicatissimo compito, sia morto in circostanze quanto mai sospette a Baghdad, investito da un autoveicolo.

Il nostro cavaliere della virtù si mette alacremente al lavoro dovendo consegnare, il giorno dopo, al suo potentissimo dirigente, un sommario del resoconto di tale delicatissima missione, necessario per ottenere il rifinanziamento dalla “comunità internazionale”. Prima di dedicarsi a tale mastodontico compito, il nostro eroe fa in tempo a essere contattato da un emissario della Cia, che lo mette al corrente del gravissimo coacervo di corruzione e speculazione che ruota intorno alla missione Oil for food, al cui centro vi sarebbe un altissimo funzionario delle Nazioni Unite. Perciò al giovane neoassunto viene chiesto ufficialmente dall’agente della Cia che lo avvicina di fare da informatore per incastrare il corrottissimo alto funzionario Onu. Ora nel film, tratto dalle memorie del nostro eroe, che si autodipinge come il giovane candido e ingenuo eroe senza macchia e senza paura, egli avrebbe rifiutato sdegnosamente, in modo anch’esso del tutto inverosimile per il figlio di un altissimo diplomatico statunitense in Medio Oriente, che nutre, per sua stessa ammissione, un’ammirazione del tutto acritica e ingiustificata per la missione sedicente idealista portata avanti dal padre a Beirut. Per altro questa apologetica trasfigurazione del rappresentante dell’imperialismo Usa a Beirut, in piena guerra del Libano, dovrebbe fondarsi sulla contro prova inoppugnabile che il padre non potrebbe che essere stato, a sua volta, un eroe idealista, in quanto vittima di un attentato terrorista a opera della resistenza antimperialista libanese.

Detto fatto il nostro autoproclamato cavaliere della virtù si mette alacremente all’opera consegnando, in modo del tutto inverosimile, al proprio capo la mattina successiva un dettagliatissimo resoconto in cui si denuncia con dovizia di particolari l’enorme livello di corruzione che ruota intorno alla missione. In modo altrettanto inverosimile, il suo capo, il vice segretario dell’Onu, che gli si presenta per la prima volta, lo rimprovera pesantemente per avergli fatto perdere tempo con un rapporto dettagliato. E, quando il nostro eroe, costretto a riassumere a voce in poche battute il succo della relazione, fa presenti i gravi e documentati fenomeni di corruzione il vice capo delle Nazioni Unite, per tutta risposta, gli dà una lezione da navigato uomo del corso del mondo.

Per prima cosa distrugge senza neanche degnarla di uno sguardo la documentazione della corruzione e poi gli spiega che la nobile missione del diplomatico, non ha nulla a che vedere, in un regime democratico, con la ricerca e la documentazione della verità fattuale. In quanto, “la prima regola in democrazia è che la realtà non deve basarsi sui fatti, ma sul consenso generale”, nel caso specifico, dei finanziatori interessati della missione, sedicenti rappresentanti della “comunità internazionale”. Del resto, nel mondo rovesciato del pensiero unico neoliberista, dove ciò che conta è solo il profitto privato, è evidente che i finanziatori – che sono essenzialmente gli stessi che hanno prima aggredito l’Iraq, dopo essersene serviti per dieci anni per scatenare una spaventosa guerra alla rivoluzione iraniana, e che al contempo lo hanno ridotto alla fame con l’embargo – continueranno a investire unicamente se ne potranno ricavarne il loro tornaconto. Quindi senza corruzione non vi sarebbe la missione umanitaria, dunque, considerato che il fine giustificherebbe i mezzi, bisogna a ogni costo nascondere gli strumenti deplorevoli, per conseguire l’“alto fine umanitario”.

Il problema, però, è che in questo universo di corrotti e corruttori pretende di giocare la sua parte lo stesso governo iracheno, che dopo aver fatto per dieci anni una guerra su commissione per conto dell’imperialismo, è stato scaricato e sta per essere rovesciato grazie al binomio embargo e indispensabili aiuti umanitari, che dovrebbero essere distribuiti al popolo direttamente da agenti di paesi stranieri. Come è ovvio, nessun governo potrebbe accettare una cosa del genere se non costretto e se non cercando di riprendere una qualche forma di controllo sulla distribuzione degli aiuti. Ecco, dunque, individuato il capro espiatorio, in grado di corrompere in primo luogo le multinazionali europee, contrarie alla guerra americana per rovesciare il dispotismo di Saddam Hussein, in quanto interessate unicamente ai propri profitti. In secondo luogo, subito pronta a farsi corrompere, vi è la dirigenza delle Nazioni Unite, che dinanzi all’opposizione della grande maggioranza dei paesi membri non se la sente di coprire, quale guerra umanitaria, la nuova aggressione imperialista all’Iraq.

In tale favoletta edificante, basata naturalmente su una storia “vera”, anche se narrata dal punto di vista del tutto particolaristico del protagonista, che vi ha costruito sopra la sua carriera, non poteva mancare la giovane fanciulla curda, l’eroica vittima per definizione (addirittura da millenni), che non può che innamorarsi perdutamente dello “spirito umanitario” del protagonista. Nonostante quest’ultimo, pur di realizzare il proprio idealista arrivismo, non esiti a farsi strumento di una completa mistificazione della realtà volta ad occultare l’enorme corruzione creata dalla “missione umanitaria”, sebbene ciò comporti la copertura del proditorio assassinio della stessa rappresentante dell’Onu in Iraq, “colpevole” di voler denunciare il complesso di interessi privatistici che si cela dietro Oil for food.

La curda, quindi, non può che essere un’eroina senza macchia, come il protagonista di cui si innamora, nonostante si venga a sapere, sulla base di una minuziosa documentazione, che si tratta di una spia utilizzata dagli altrettanto corrotti dirigenti curdi iracheni, divenuti i più fidati collaborazionisti della Cia, nello scenario post Seconda guerra del Golfo. Allo stesso modo, non poteva mancare il cattivo assoluto, che non poteva essere, naturalmente, che un russo, vero e proprio deus ex machina dei servizi segreti iracheni, che sarebbero stati i principali responsabili dello scandalo e della corruzione della missione umanitaria. Anzi. il perfido agente russo sarebbe la vera causa di tutte le tragedie che hanno martoriato l’Iraq, anche dopo l’eliminazione del perfido tiranno Saddam Hussein.

Tanto che, nell’altrettanto tragico scenario post seconda guerra del Golfo, è ancora lui a impedire l’esportazione della democrazia in Iraq, tramando per organizzare la resistenza alla liberazione del paese, che non può che essere identificato con il terrorismo jihadista di cui la prima vittima non può che essere la nostra eroina kurda. Ma niente paura, il protagonista, con un atto encomiabile di eroismo, tradisce la fiducia del suo capo, di cui sino a quel momento ha sostanzialmente coperto tutte le malefatte, denunciandolo a quell’altrettanto encomiabile paladino della lotta alla corruzione ai poteri forti incarnato “naturalmente” dal Wall Street journal, per conto del quale proseguirà la sua brillante carriera da impenitente idealista.

28/07/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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