High Flying Bird, un film che mira a sovvertire l’industria culturale

Sebbene Soderbergh faccia di tutto per realizzare un film antitetico all’industria culturale, la mancanza di una visione del mondo alternativa gli impedisce di andare al di là di un lodevole film di denuncia dei meccanismi, anche razzisti, di sfruttamento della forza lavoro e della necessità di battersi contro di essi.


High Flying Bird, un film che mira a sovvertire l’industria culturale Credits: https://www.youtube.com/watch?v=1nXpJth8Ze0

Con il film High Flying Bird Soderbergh cerca coraggiosamente di portare fino in fondo il suo 1 contro 1 con l’industria culturale. Per svincolarsi da essa dal punto di vista formale, realizza il film con il suo telefonino, se lo monta o lo distribuisce tramite Netflix per sottrarlo a ogni forma di controllo della tentacolare industria culturale statunitense. Anche il contenuto del film mira proprio a sovvertire il meccanismo economico stesso di funzionamento dell’industria culturale, che come ogni impresa capitalista si fonda sullo sfruttamento della manodopera.

Così nel film la sfida all’ultimo sangue lanciata da Soderbergh è impersonata da un idealista, ma al contempo astutissimo procuratore che cerca di sottrarre la manodopera afroamericana dai complessi e sofisticatissimi mezzi di sfruttamento dell’industria culturale che domina incontrastata sul Basket professionista. Il film è ambientato in un momento topico della lotta di classe all’interno della Nba fra l’industria culturale e i lavoratori salariati, in massima parte afroamericani, che sfrutta. In termini tecnici si parla di lockout per indicare il braccio di ferro che si apre fra gli acquirenti della forza lavoro e i giocatori costretti a venderla, quando non si arriva a trovare un accordo pacifico.

Il mancato accordo provoca una sospensione del campionato di Basket – che ha una funzione centrale per l’industria culturale statunitense – in cui come al solito si tratta di resistere un giorno di più del proprio padrone. I giocatori, infatti, i principali venditori della propria forza lavoro, scioperano a oltranza di contro alla serrata a oltranza portata avanti dai padroni.

Tale situazione è particolarmente tragica per le matricole, appena uscite dalle università in cui non erano retribuite, e in procinto di passare al basket professionistico. Nella maggior parte dei casi si tratta, infatti, di afroamericani di estrazione sottoproletaria, che entrando fra i professionisti modificano radicalmente il loro stile di vita e lo status sociale. Così la volontà di riscatto e di ostentare il nuovo status sociale, conquistato al prezzo di tanti sacrifici e sfide vinte, li porta a cadere facili prede degli squali della finanza delle società per cui lavoreranno, che gli anticipano ingenti somme di denaro da restituire con interessi da strozzino. I giovani ingenui cadono nel tranello, in quanto contano di lì a poco sui significativi stipendi che avranno divenendo professionisti e si ritrovano nei guai sino al collo nel momento in cui il lockout gli impedisce di poter vendere la propria forza lavoro.

La figura del protagonista rappresenta in modo esemplare la necessità di trovare un complesso equilibrio dialettico fra le opposte necessità di condurre, animato da un sano spirito dell’utopia, una sfida assolutamente impari contro la tentacolare e apparentemente onnipotente industria culturale e l’esigenza realistica di portare a casa un risultato, per dimostrare ai giovani afroamericani sfruttati che solo la lotta paga e che il temibile avversario è in realtà una tigre di carta.

Apparentemente, infatti, la lotta per resistere un giorno di più del proprio antagonista, sembra del tutto impari, dal momento che i giocatori, soprattutto i più giovani – spesso strangolati dal meccanismo diabolico del debito – hanno l’assoluta necessità di vendere quanto prima la loro forza lavoro, mentre i padroni, con i loro enormi capitali sembrano poter resistere a oltranza. In realtà, anche questo apparentemente invincibile antagonista nella lotta di classe ha un suo tallone di Achille, in quanto i suoi capitali, per quanto enormi, sono veramente tali, soltanto quando si valorizzano mediante lo sfruttamento della forza lavoro.

Dunque, la prima esigenza è di liberare i più giovani e deboli dal meccanismo ricattatori del debito, anch’esso solo apparentemente invincibile, dal momento che rischia di saltare completamente se l’indebitato si dichiara insolvente. Subito dopo si tratta di superare la concorrenza che il sistema, l’industria culturale e i mezzi di comunicazione di massa fanno di tutto per alimentare, per dividere il fronte dei giocatori, ossia di coloro che sono obbligati a vendere la propria forza lavoro. Anche tale compito è particolarmente complesso, in quanto si tratta nella maggior parte dei casi di giovani provenienti da un ambiente spesso sottoproletario e improvvisamente accecati dal miraggio di paghe di lusso, che li porta a ragionare come se fossero borghesi. In tal modo diviene particolarmente difficile sviluppare un’adeguata e indispensabile coscienza di classe.

Al solito la soluzione di questa complicatissima vicenda risiede in primo luogo nella lucida analisi dei suoi presupposti storici, che permettono così di comprenderla in modo scientifico, dal momento che la storia è il fondamento di ogni scienza. Da qui l’importanza del rapporto con i veterani della forza lavoro afroamericana, che hanno con la loro dura esperienza acquisito un indispensabile bagaglio di esperienze e, dunque, di memoria storica.

In tal modo, è possibile risalire al fondamento storico dell’attuale conflitto di classe, ovvero il fatto che l’industria culturale, avendo bisogno per meglio valorizzare il proprio capitale di sfruttare la forza lavoro più specializzata degli afroamericani – che la dura esperienza da servi ha formato al punto di essere decisamente migliori come lavoratori dei loro padroni caucasici – si è vista costretta a infrangere la tradizionale società castale dell’apartheid. Così gli afroamericani, sino ad allora banditi in quanto paria dal campionato professionista controllato dall’industria culturale WASP, si sono conquistati la possibilità di poter vendere la propria forza lavoro ai ricchi sfruttatori caucasici.

Dunque, questi ultimi, avevano un tale bisogno di poter sfruttare in senso capitalistico i loro ex servi, che sono stati costretti a emanciparli. Al solito si tratta di una liberazione contraddittoria, perché da una parte gli ex schiavi hanno conquistato l’eguaglianza formale con i loro padroni WASP, ma dall’altra hanno pagato tale emancipazione con la perdita dei loro arretrati mezzi di produzione, in questo caso rinunciando al campionato per soli afroamericani ed essendo così costretti a vendere la loro forza lavoro per potersi riprodurre come classe di giocatori sfruttati dall’industria culturale.

D’altra parte, un residuo di tali arcaici mezzi di produzione, intorno a cui si costruiva anche un senso di comunità degli afroamericani vittime dell’apartheid, è sopravvissuto nelle palestre popolari dei quartieri proletari, in cui si allenano i giovanissimi afro-americani. In tale contesto sopravvive una per quanto arcaica coscienza di classe.

Diviene, dunque, essenziale riportare le giovani matricole del campionato professionista, che rischiano di perdere del tutto il loro senso di appartenenza a una comunità di sfruttati – introiettando il modello individualistico propagandato dall’ideologia dominante egemone nella società civile – a contatto con i giovanissimi frequentatori delle palestre popolari e i loro anziani maestri che conservano ancora la preziosa memoria storica.

In tale contesto ricco di suggestioni e di proficue contaminazioni, la concorrenza fra i giovani campioni proletari afroamericani – ad arte alimentata in ogni modo dall’industria culturale, ma che ha la sua base nel fatto che, privi di una cultura autonoma, diversi afroamericani cadono nella trappola delle chiese che sono un’efficace strumento di egemonia per l’ideologia dominante – li porta a un’inedita sfida sul terreno dello sport popolare che non può che suscitare l’entusiasmo della comunità dei subalterni. Tale entusiasmo, sfruttando i nuovi mezzi di comunicazione come youtube, diviene di massa, complice la forte domanda di sfide sportive in un momento in cui manca del tutto l’offerta a causa del lockout.

Dunque, sul terreno della riconquistata comunità dei subalterni, sorge spontaneamente una potenziale sfida al sistema di sfruttamento capitalistico dello sport da parte dell’industria culturale, che trova una direzione consapevole negli intellettuali organici, ovvero nel protagonista procuratore, nella sua assistente e nella afroamericana che conduce le trattative per conto dei giocatori. In particolare, trovando un’ottima mediazione dialettica fra l’utopista cavaliere della virtù e lo spregiudicato uomo del corso del mondo, il procuratore lancia una sfida aperta all’industria culturale, rilanciando una pratica sportiva autogestita dai campioni proletari, senza padroni, in grado di valorizzare il capitale umano attraverso la sua vendita a spregiudicati nuovi mezzi di comunicazione come Netflix, pronti ad approfittarne per battere la concorrenza paralizzata dal lockout.

In tal modo il braccio di ferro con il padronato va a buon fine, perché i salariati campioni di basket dimostrano che, autogestendosi, sono in grado di resistere un giorno di più del loro avversario di classe. Quest’ultimo, pur di riprendere il controllo sulla forza lavoro e stoppare uno sviluppo che potrebbe avere esiti potenzialmente sovversivi è ben disponibile a concedere un allentamento dello sfruttamento della forza lavoro dei giocatori. In tal modo si giunge a un lieto fine che non può che lasciare con l’amaro in bocca, visto che non si apre una prospettiva in grado di andare al di là della lotta in grado di conseguire conquiste sul piano economico-sindacale, ma che non comporta, ma anzi riproduce lo sfruttamento della forza lavoro dei cestisti salariati da parte dell’industria culturale.

In questo caso i limiti degli intellettuali organici protagonisti del film tendono a fondersi con quelli del regista che in essi, non a caso, si impersona completamente. Infatti, in entrambi i casi la coscienza dei limiti e dell’ingiustizia del sistema dominante, che porta alla necessità di lottare contro di esso in maniera al contempo radicale e realistica, non si accompagna a una visione del mondo alternativa, che apra alla prospettiva di un modo di produzione superiore, più giusto e razionale e, soprattutto, in grado di risolvere le contraddizioni strutturali del modo di produzione capitalistico, insuperabili al suo interno. Il lodevole sforzo di realizzare un’opera per quanto possibile realista e antagonista all’industria culturale non può raggiungere i propri ambiziosi obiettivi proprio perché resta priva di una prospettiva in grado di andare al di là della sacrosanta denuncia dell’attuale sistema e della necessità di lottare intelligentemente contro di esso. In altri termini il realismo democratico di Soderbergh non è in grado di svilupparsi in un realismo socialista.

Questo appare più in generale il principale limite dei validi e coraggiosi artisti statunitensi sinceramente democratici. Il loro vivere sulla loro pelle il capitalismo maggiormente e più puramente sviluppato a livello internazionale, nella sua fase imperialista, gli consente di coglierne e di evidenziarne, in modo generalmente migliore dei loro colleghi di altri paesi, le contraddizioni e la necessità di contrastarlo. Tale proposito poi, non è in grado di svilupparsi perché incapace di formulare una reale e compiuta alternativa, non disponendo di una visione del mondo realmente autonoma e antitetica all’ideologia dominante, come quella offerta esclusivamente dal marxismo.

16/03/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: https://www.youtube.com/watch?v=1nXpJth8Ze0

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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