Il diritto di contare

Un buon esempio di Rivoluzione passiva: come l’anticomunismo ha permesso di superare negli Usa in modo molecolare l’apartheid nei confronti degli afroamericani e i pregiudizi di genere.


Il diritto di contare Credits: Fotogramma del film

Il diritto di contaredi Theodore Melfi Usa 2017, valutazione: 6/10

Il film narra una storia “vera” della lotta per l’emancipazione del genere umano. Protagoniste sono tre donne afroamericane che riescono a emergere e a far valere le proprie doti professionali conducendo una dura lotta contro lo stato di apartheid vigente ancora negli anni sessanta del novecento, in particolare negli Stati del sud degli Usa. Nonostante le tre siano determinate ed eccellenti professioniste impiegate alla Nasa debbono battersi, per poter svolgere il proprio lavoro, contro i pregiudizi razziali delle leggi della Virginia che vietano ai neri qualsiasi forma di convivenza con i bianchi. Il regime di apartheid impone per legge, mezzi di trasporto, uffici, mense, bagni e sale d’attesa rigorosamente separati. La possibilità stessa di accedere a lavori specializzati è negata ai neri che sono segregati sin dalle scuole dell’infanzia e gli è impedito l’accesso all’università oltre che agli albi professionali.

Come se non bastasse la patria della democrazia moderna è fortemente segnata dal patriarcato e dai pregiudizi nei confronti delle donne, anch’esse nei fatti escluse da ogni incarico dirigenziale. Il maschilismo, inoltre, attraversa la stessa comunità afroamericana e rende ancora più complessa la lotta per l’emancipazione di donne per lo più di colore, che non riescono ad avere spesso il sostegno da parte degli stessi afroamericani, che finiscono per dividersi in una fratricida guerra fra poveri funzionale al potere costituito.

Le tre donne grazie alla forza di volontà, alla determinazione e alla coraggiosa lotta contro i pregiudizi riusciranno a infrangere le barriere di genere e di razza, che gli impediscono di mettere a frutto le loro competenze in quello che dovrebbe essere il regno della meritocrazia. Non si tratta però di tre casi tipici, in quanto abbiamo a che fare non solo con persone dotate di capacità specialistiche davvero fuori del comune, che fanno sì che la loro battaglia sia condotta sul terreno certo più favorevole della Nasa, rispetto a un qualsiasi altro luogo di lavoro.

Ancora più determinante è il contesto storico in cui questa dura battaglia per l’emancipazione ha successo, ovvero la corsa per la conquista dello spazio che vede, in piena guerra fredda, gli Stati Uniti in una grave situazione di svantaggio nei confronti dell’Unione Sovietica. Quest’ultima, nonostante le terribili avversità che ha dovuto affrontare, ha decisamente dato prova di aver sopravanzato gli stessi Stati Uniti dal punto di vista scientifico-tecnologico, dandogli un decisivo vantaggio sia dal punto di vista militare, che dal punto di vista internazionale.

È proprio questa situazione contingente e la necessità che ha la Nasa di sfruttare al meglio le indubbie competenze e la grandissima abnegazione e dedizione al lavoro che le afroamericane sono costrette costantemente a dimostrare a consentirgli di infrangere diverse forme di segregazione di genere e razziale. A dimostrazione, ulteriore, che nella società capitalistica la contraddizione fondamentale resti quella fra capitale e forza lavoro e non quella di razza e di genere, che generalmente sono sfruttate e mantenute in vita in funzione della prima. Tanto è vero che, nel momento in cui si tratta di contrastare il paese in cui la forza lavoro ha avuto la meglio sul capitale anche i pregiudizi di razza e di genere possono e debbono essere messi da parte.

Dunque, per quanto gravi e pesanti possano essere le discriminazioni di genere e razza, ben più pesanti sono quelle di classe e politiche che colpiscono le forze che si battono per l’emancipazione della forza lavoro e attraverso di essa dell’intera umanità.

Di tutto ciò sono del tutto inconsapevoli il regista e le tre protagoniste del film, che sembrano davvero credere che il sostegno all’imperialismo statunitense nella sua lotta per la vita e per la morte contro il paese dei soviet sia una guerra indubbiamente giusta. Così come le tre protagoniste conquistano la loro emancipazione, al prezzo di sostenere la ben più vasta lotta di de-emancipazione condotta dalla principale potenza imperialista contro il maggiore paese socialista, così il film contribuisce alla lotta per l’emancipazione razziale e femminile, contribuendo alla lotta per la de-emancipazione del genere umano, dando per scontato che un paese imperialista non possa che essere migliore di una paese socialista.

Anche in questo caso siamo dinanzi al processo che abbiamo già notato a proposito di film come Moonlight o Barriere, ossia la sacrosanta lotta condotta dagli afroamericani contro le forti discriminazioni che ancora oggi subiscono nello stesso mondo dello spettacolo, che dovrebbe essere un’oasi di democrazia, è stata ricompresa e strumentalizzata dal sistema. Da una parte mercificandola fino a lanciare un nuovo genere così alla moda negli ultimi due anni da rischiare una crisi di sovrapproduzione, dall’altra riprendendone gli elementi meno compromettenti per il sistema e utilizzandola come strumento di rivoluzione passiva.

In tal modo quest’ultimo riesce a funzionalizzare alla propria lotta per l’egemonia anche un duro attacco al suo prestigio internazionale. La discriminazione dei neri, per quanto possa essere stata brutale, è comunque un qualche cosa che riguarda un tempo del tutto passato, che proprio il sogno americano è riuscito a superare. Anche nel Diritto di contare protagoniste della lotta per l’emancipazione sono tre donne eccezionali, che portano avanti in modo solitario, per quanto si svolgano in parallelo, le loro lotte. Anzi esse appaiono del tutto slegate, se non addirittura contrapposte al grande movimento per i diritti civili che in realtà proprio in questi anni costrinse gli Stati Uniti a eliminare il sistema di apartheid, dal momento che radicalizzandosi gli afroamericani tendevano sempre di più per avvicinarsi alle posizioni dei comunisti.

Al contrario nel film vediamo tre donne che riescono a emanciparsi proprio perché restano estranee e in qualche modo considerano in modo negativo i movimenti di lotta dal basso per i diritti civili, mirando a farsi riconoscere dall’alto come strumento necessario a vincere la battaglia decisiva che si combatteva con il socialismo.

Infine non solo per quanto riguarda il contenuto, ma per la stessa forma, piatta e convenzionale, il film appare poco più che un discreto prodotto dell’industria culturale a stelle e strisce.

25/03/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: Fotogramma del film

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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