Manchester by the sea: l’anti La la land

Un coraggioso film non riconciliato con l’industria culturale che riporta al centro dell’attenzione la working class, la cui tragica condizione è, però, rappresentata in modo naturalistico.


Manchester by the sea: l’anti La la land Credits: Locandina del film

Manchester by the sea di Kenneth Lonergan, Usa 2017, valutazione 7/10

Forse il miglior film fra quelli candidati all’oscar, insieme a Barriere, avrebbe presumibilmente meritato la miglior regia, mentre si è dovuto accontentare del premio di migliore attore, discutibilmente scippato a Denzel Washington e della migliore sceneggiatura originale, presumibilmente uno degli aspetti meno riusciti del film.

Si tratta di un film molto europeo, da festival, che ci mostra il lato oscuro del sogno americano, divenuto un incubo con Trump, e ancora celebrato da La la land. Protagonista del film, cosa molto rara, in particolare nel cinema americano, è la working class, presentata peraltro in modo niente affatto edulcorato. Il film mira a dar da pensare allo spettatore, produce una discreta esperienza estetica e si pone all’antitesi del classico prodotto di evasione dell’industria culturale alla La la land. Manchester by the sea riesce nell’ardua impresa di competere per i più ambiti oscar opponendosi al proprio destino di merce, di cui al contrario La la land si compiace. Il film rifiuta di conquistarsi lo spettatore con gli scaltri strumenti dei prodotti culinari di intrattenimento, né ha di mira la piena e acritica impersonificazione dello spettatore nei protagonisti. Anzi, cosa molto rara nel cinema americano, si ha un significativo effetto di straniamento, che permette allo spettatore di assumere quella distanza critica dinanzi ai destini che si trova davanti.

Si tratta di destini che, nell’attuale condizione della working class statunitense, non possono essere che tragici. E questo è l’aspetto migliore e più coraggioso del film, la sua attitudine non riconciliata con l’esistente, come del resto lo sono i rappresentanti della working class che riconquistano il centro dell’attenzione. Anche in tal caso il film si pone agli antipodi di La la land che rappresenta la completa e compiaciuta resa all’esistente di un mondo in una fase ormai avanzata di putrefazione.

In queste condizioni è impensabile un lieto fine hollywoodiano, che del resto neppure La la land si può permettere. D’altra parte Manchester by the sea non accetta nemmeno il comodo ruolo di opposizione di sua maestà, l’industria culturale, assunto dal postmoderno, che offre merci più di nicchia per snob e cinefili. Il film non scade mai nell’irrazionale e nel grottesco, non troviamo sempre in primo piano il regista intento ad ammirarsi la lingua. Non vi sono cadute nel secentismo programmatico, nell’ironia soggettivistica, né nell’attitudine paternalista che guarda dall’alto in basso i propri personaggi rappresentanti delle classi sociali più umili, quel fastidiosissimo brescianesimo da cui non è affatto esente Moonlight.

Per quanto il film possa avvicinarsi ai grandi film di ambientazione proletaria di Ken Loach, Manchester by the sea appare se non la brutta copia, almeno un fratello minore di Io, Daniel Blake. Mentre quest’ultimo, come ogni autentica opera d’arte, è realista, Manchester by the sea resta un’opera naturalista, che si limita a fotografare l’esistente, mostrandolo così per quello che è, qualcosa con cui un proletario non può riconciliarsi. L’esistente però non è il reale, che è anche necessariamente razionale, e il naturalismo riproduce solo gli aspetti fenomenici della realtà, senza farne emergere le cause. Così dall’accidente non si risale alla sostanza, dall’essere all’essenza, ovvero alla ragione di essere.

Si finisce così per rimanere prigionieri delle tenebre del quotidiano, proprio perché mirando a fotografare l’esistente, la working class rappresentata nel film è priva non solo di spirito dell’utopia, ma dello stesso principio speranza in un mondo migliore. Si tratta di un proletariato naturalisticamente rappresentato come totalmente privo di coscienza di classe e così ridotto alla plebe sempre all’opra china senza ideale in cui sperar. Così se nel film la tragedia non è priva, come nel suo stravolgimento postmoderno, della necessaria conclusione catartica tuttavia, anch’essa, come del resto l’intero film, lascia insoddisfatti e con l’amaro in bocca.

Limitandosi a riprodurre l’esistente, pur nei suoi lati oscuri e contraddittori, il film non è in grado di aprire allo spettatore nessuna prospettiva. In tal modo la tragedia della working class finisce per essere in qualche modo naturalizzata. Non ci sono vie d’uscita dalla tenebra del quotidiano neppure nell’utopia dai contorni più sfumati. La stessa solidarietà fra oppressi, che rappresenta l’elemento catartico comunque presente nel film, resta limitato, a differenza di quanto avviene in Io, Daniel Blake, nell’ambito dell’eticità naturale della famiglia. Non assurge così la solidarietà di classe, in quanto manca la coscienza stessa della propria identità, che implica la contrapposizione all’altro da sé, ovvero l’individuazione del nemico di classe.

18/03/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: Locandina del film

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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