Platone e Aristotele nella storia della filosofia di Hegel

Hegel non cerca di ricostruire dall’esterno il pensiero dei due filosofi oggetto delle proprie lezioni, ma dall’interno, dal punto di vista del per noi filosofi, ossia da un punto di vista scientifico che gli consente di ritrovare importanti momenti di unità fra il soggetto indagante e l’oggetto indagato.


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Hegel, naturalmente, assegna a Platone e Aristotele un posto di primissimo piano nelle sue Lezioni sulla storia della filosofia. La sua trattazione dei due filosofi spicca rispetto alle trattazioni che si trovano generalmente nelle storie della filosofia per il taglio scientifico-filosofico. In altri termini, Hegel non si pone davanti all’oggetto delle sue lezioni come uno storico, come generalmente avviene, ma come un filosofo, che cerca di delineare in modo scientifico due momenti fondamentali della storia della filosofia. Per tale motivo Hegel non cerca di ricostruire dall’esterno il pensiero dei due filosofi oggetto delle proprie lezioni, ma dall’interno, dal punto di vista del per noi filosofi, ossia da un punto di vista scientifico che gli consente di ritrovare importanti momenti di unità fra il soggetto indagante e l’oggetto indagato. In altri termini, mentre la quasi totalità dei filosofi che si sono cimentati con la storia della filosofia lo hanno fatto quasi sempre dal punto di vista dualistico della filosofia della riflessione, in cui vi è una netta separazione fra il soggetto indagante e l’oggetto indagato, Hegel si pone dal punto di vista più elevato della filosofia speculativa. Questo rende le sue Lezioni sulla storia della filosofia decisamente più ostiche e difficili da digerire della stragrande maggioranza delle trattazioni sul medesimo argomento. Tale sforzo, per chi riesce a portare a termine il travaglio del concetto, è adeguatamente ricompensato, in quanto apre la strada a una comprensione più complessa e più elevata non solo dei filosofi in questione, ma della stessa filosofia nel suo dispiegarsi storico di cui, in queste pagine, vengono analizzati due momenti di sviluppo decisivi.

Certo, in determinati momenti – poiché Hegel considera i diversi pensatori che affronta nel suo corso come momenti più o meno decisivi dello sviluppo della storia della filosofia, che giunge al suo momentaneo compimento, nel filosofo in grado non solo di ripensarla, ma di farla pienamente sua – l’interpretazione appare un po’ forzata e non sempre attinente dal punto di vista storico, in quanto il filosofo vi ritrova concetti base del suo stesso pensiero. Allo stesso tempo, però, ciò consente a Hegel – a differenza di quanto fanno la grande maggioranza degli storici della filosofia – di distinguere adeguatamente gli aspetti salienti, ovvero quelli che hanno contribuito allo sviluppo della storia della filosofia del genere umano, dalle concezioni ormai storicamente superate, valorizzando essenzialmente i primi a discapito delle seconde che, ciò nonostante, vengono indicate e sottolineate. In tal modo, il lettore oltre a imparare a distinguere ciò che è vivo e particolarmente attuale del pensiero di questi giganti della filosofia, impara anche a conoscerne i limiti storici e a comprendere gli essenziali sviluppi successivi della storia del pensiero umano.

Naturalmente emerge, necessariamente, il limite storico del punto di vista filosofico a cui è giunto Hegel nella propria epoca storica. Del resto come afferma Hegel – proprio nelle lezioni su Platone e Aristotele anche questi giganti del pensiero – questi veri e propri maestri del genere umano, come chiunque altro, sono figli della loro epoca storica e non possono che rielaborare nel loro pensiero quest’ultima, con tutti i limiti che assume dal punto di vista di chi li considera, scientificamente, da un’epoca storica maggiormente avanzata e ricca di determinazioni.

Da questo punto di vista pesa soprattutto nell’interpretazione, per quanto storicamente certamente geniale di Hegel, la mancanza del materialismo storico, che si svilupperà solo nell’epoca successiva principalmente a opera di Marx ed Engels. In tal modo, manca a Hegel una decisiva prospettiva di interpretazione storica per distinguere quanto vi è di progressivo – non solo in senso strettamente filosofico, ossia da un punto di vista astrattamente speculativo – in un determinato pensiero. Perciò, talvolta, la storia della filosofia di Hegel manca, paradossalmente, proprio di quella concretezza, che per il filosofo stesso è caratteristica decisiva di ciò che è vero. Così Hegel non si occupa di questioni decisive e dei limiti fondamentali della stessa democrazia ellenica, ovvero di un modo di produzione fondato sulla schiavitù, della corruzione che ciò comporta fra le masse popolari, generalmente ridotte a plebe, della condizione di oppressione e sfruttamento della donna e della contrapposizione fra greci e schiavi, considerati privi di ragione e, dunque, naturalmente subalterni. La visione, in buona parte apologetica, del mondo greco antico da parte di Hegel dipende proprio di non aver approfondito queste questioni socio-economiche e politiche decisive. Inoltre Hegel non si avvede dei limiti di fondo della posizione di Aristotele, per cui l’attività più importante per l’uomo è l’attività puramente teoretica, che sottintende un sostanziale disprezzo per il lavoro, specialmente manuale. Anche perché, in tal caso, soprattutto per quanto concerne la superiorità della vita teoretica, Hegel – di fondo – condivide la posizione di Aristotele. Del quale, però, non coglie la grande rilevanza delle analisi economiche, come farà in seguito Marx. Segno che, negli anni di Berlino, sia almeno in parte scemato il grande interesse del giovane Hegel per l’economica politica.

Ciò non toglie che Hegel, considerando la filosofia come la comprensione della propria epoca in modo concettuale, sia in grado di scrivere pagine illuminanti sulla filosofia sociale e politica dei grandi pensatori del passato. Anzi, è proprio questa giusta e sacrosanta attenzione a interpretarli sempre come espressione, per quanto geniale, della loro epoca storica, che consente a Hegel di cogliere concretamente al contempo la grandezza e gli inevitabili limiti storici, anche di due veri e propri capisaldi del pensiero umano come Platone e Aristotele.

Particolarmente significativa è l’interpretazione da parte di Hegel de La Repubblica di Platone. In modo estremamente originale e produttivo Hegel non interpreta la concezione dello Stato e della società elaborata da Platone come una estremistica utopia. Proprio al contrario, Hegel vi coglie l’ultimo grande e disperato tentativo di salvare la bella eticità greca dal suo destino di tragico tramonto.

Così Platone – pur essendo stato il più geniale dei discepoli di Socrate e pur avendo preso nettamente posizione contro la sua ingiusta condanna – finisce, sviluppando la sua filosofia, per cogliere quell’elemento inconsapevolmente rivoluzionario che avrebbe portato alla necessaria condanna a morte del suo geniale maestro.

In altri termini con Socrate si sarebbe affermato, per la prima volta nel mondo, il principio del valore assoluto della soggettività, un principio che sarà il fondamento stesso del mondo moderno e che, proprio perciò, non poteva che costituire la pietra tombale per il mondo antico. Perciò, pur riconoscendo come il suo maestro Socrate fosse decisamente il più avanzato nella sua epoca storica, al contempo Platone ha perfettamente chiaro l’aspetto sovversivo per la società antica del principio della soggettività, aspetto che doveva rimanere celato allo stesso Socrate.

Così, per riabilitarlo in pieno dinanzi ai suoi concittadini – che lo avevano ingiustamente ma, al contempo, altrettanto giustamente condannato a morte – Platone fa pronunciare proprio a Socrate ne La Repubblica quella apologia dello Stato e della società antica, che hanno raggiunto il loro massimo sviluppo proprio nella bella eticità della polis greca. Quindi, Platone non solo ha perfettamente chiaro ed è in grado di esplicitare nel modo più lucido ed elevato i tratti salienti del mondo etico antico, ma ne coglie al contempo, il principale limite, intuendo quale sarà il principio fondamentale che porterà a fondo il bel mondo ellenico, senza naturalmente poter cogliere appieno come questo principio, allora distruttivo, avrebbe svolto la funzione levatrice del mondo moderno.

Perciò, sviluppando al massimo il concetto del mondo antico, della bella eticità ellenica, Platone evidenzia come tale modello aveva potuto svilupparsi solo sacrificando completamente il progressivo porsi per sé degli individui, il loro cominciare a voler riflettere sulle norme etiche della polis.

D’altra parte tale lettura – per certi aspetti certamente stimolante – porta però Hegel a sottovalutare le più importanti novità rivoluzionarie della prospettiva platonica, dall’emancipazione delle donne, al sostanziale superamento del modo di produzione schiavistico, fino alla prima grande esposizione della società comunista. Per quanto riguarda quest’ultima questione, Hegel tende a interpretarla in senso reazionario, ovvero come una sorta di ritorno al comunismo primitivo che non riconosce ancora la libertà dell’individuo, che si realizza nel pubblico riconoscimento della proprietà privata. Anche per quanto riguarda l’emancipazione femminile, Hegel ne coglie esclusivamente gli aspetti regressivi, in quanto in realtà continua ad avere dei pregiudizi rispetto alla donna, per diversi aspetti peggiori di quelli di Platone. Discorso analogo vale dal punto di vista politico, anche qui Hegel appare decisamente più moderato e meno stimolante di Platone. Tanto che, per esempio, non coglie e valorizza la molto significativa critica al modello democratico. Anche se nella sua epoca, a differenza dell’epoca di Platone, l’ideologia dominante non era niente affatto democratica. Da questo vivere in un epoca storica – in particolare negli anni della maturità – di sostanziale restaurazione, deriva certamente la mancanza in Hegel di quello spirito dell’utopia, che è invece uno degli aspetti più significativi del pensiero di Platone. Anzi, da questo punto di vista, la posizione di Hegel è certamente molto più assimilabile al realismo caratteristico della filosofia politica e sociale di Aristotele.

Per quanto riguarda quest’ultimo, Hegel mostra adeguatamente lo sviluppo dato alla storia del pensiero umano rispetto a Platone, dal momento che Aristotele non considera più la verità come qualcosa di oggettivo, ma di soggettivo, di attivo. Aristotele – proprio perché vive in un’epoca in cui non c’è più la speranza di mantenere viva la grande esperienza storica delle polis greche – sviluppa l’elemento dell’individualità, nel senso che l’universale diviene individuale.

Inoltre, Hegel nota a ragione come Aristotele nelle sue opere prettamente logiche sviluppi, per la prima volta, in un modo ancora oggi valido, la logica dell’intelletto, base di diverse scienze. D’altra parte nella sua metafisica e anche nel modo di interpretare la logica, Hegel mostra acutamente come Aristotele ha già superato la logica dell’intelletto sviluppando l’idea speculativa, la superiore logica della ragione.

La parte decisamente più deludente è quella dedicata da Hegel alla filosofia politica di Aristotele. Per quanto la filosofia politica di quest’ultimo sia certamente meno affascinante e innovativa di quella di Platone, Hegel non ne coglie gli aspetti significativi, anzi, al contrario, ne evidenzia gli aspetti più deboli e storicamente superati. In tal modo evita anche di affrontare la questione di grande interesse del rapporto fra la filosofia politica di Platone e quella di Aristotele.

 

26/08/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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