Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson, drammatico, thriller, Usa 2025, con Leonardo DiCaprio, Sean Penn, Benicio Del Toro, Regina Hall, ha ottenuto 8 candidature a Golden Globes, è stato premiato a National Board, 13 candidature e vinto 3 Critics Choice Award, 1 candidatura a Directors Guild, 1 candidatura a CDG Awards, a AFI Awards, 6 candidature a The Actor Awards, voto 8,5. Certamente fra i migliori film dell’anno (2025). Con tutti i ben noti limiti del cinema statunitense, si tratta di un film politico molto significativo e commovente. Riesce a mediare contenuti decisamente attuali e molto avanzati rispetto all’ampio pubblico al quale si rivolge, riuscendo allo stesso tempo a essere molto toccante, ben interpretato, ben girato e pieno di suspence. Il limite principale è la sostanziale apologia della piccola borghesia che oscilla fra il riformismo armato e il riflusso nel privato.
Disunited nations di Christophe Cotteret, documentario, Francia 2025, voto: 8. Documentario ben realizzato e molto puntuale nella denuncia del genocidio del popolo palestinese, della cancellazione di ogni forma di diritto internazionale e della stessa Onu, quanto mai incapace di porre un limite all’ennesima aggressione imperialista contro un popolo oppresso. Protagonista del documentario è Francesca Albanese, che impersona l’impotenza e l’annichilimento dell’Onu a opera di Israele per conto dell’Occidente collettivo. Albanese, che subisce ogni forma di attacco solo in quanto cerca di fare il proprio lavoro, bene impersona un popolo come quello palestinese vittima di un genocidio per la sola colpa di esistere e di rimanere, nonostante tutto, aggrappato alla propria terra. Il limite è la mitizzazione de diritto internazionale, come se bastasse farlo rispettare per risolvere dei gravi problemi di politica internazionale.
No Other Land di Yuval Abraham, Basel Adra, Hamdan Ballal, Rachel Szor, Palestina, Norvegia 2024, miglior documentario ai Premi Oscar, premiato al Festival di Berlino, 1 candidatura a BAFTA, 2 candidature e vinto un premio agli European Film Awards, Il film è stato premiato a National Board, ha vinto un premio ai Spirit Awards, 2 candidature e vinto un premio ai NSFC Awards, voto 7,5. Film sicuramente molto utile per la sua uscita in pieno genocidio e per la capacità di conquistare significativi riconoscimenti internazionali, nonostante i contenuti decisamente avanzati sulla questione palestinese. Peccato che sia poco fruibile da un pubblico ampio.
A House of Dynamite di Kathryn Bigelow, drammatico, thriller, Usa 2025, ha ottenuto 1 candidatura a Critics Choice Award, disponibile su Netflix, voto: 7+. Film su un tema di fondamentale importanza su cui, in modo davvero assurdo, si riflette troppo poco. Certo, si tratta di un prodotto dell’industria culturale a stelle e strisce, ma purtroppo solo loro non di rado si occupano di questioni sostanziali come il crescente rischio di un conflitto nucleare. Inoltre, proprio perché si tratta di un prodotto dell’industria dello spettacolo, si tiene nel dovuto conto l’esigenza di rivolgersi a un pubblico il più possibile ampio. Il film ha una struttura narrativa molto significativa, risulta godibile e bene orchestrato. Purtroppo nel cinema nessun paese pare in grado di impensierire, anche molto alla lontana, lo strapotere statunitense. Così, attraverso anche il cinema, resta dominante l’ideologica del paese più decisamente imperialista.
I peccatori (Sinners) di Ryan Coogler, horror, azione, drammatico, Usa 2025. Il film ha ottenuto 15 candidature ai Premi Oscar, 7 candidature e vinto 2 Golden Globes, 13 candidature a BAFTA, è stato premiato a National Board, 17 candidature e vinto 4 Critics Choice Award, 1 candidatura a Directors Guild, 2 candidature a CDG Awards e a AFI Awards, 5 candidature a The Actor Awards, voto: 7. Il film ha uno sfondo storico di lotta al razzismo, quanto mai imperante negli Usa, decisamente significativo e attuale. Certamente ben realizzato e con una colonna sonora di tutto rispetto. Ha stabilito il record di candidature ai premi oscar. Peccato che il film nella seconda parte decade nella ormai scontatissima saga dei morti viventi e, dunque, nel genere horror particolarmente irrazionale.
Adolescence di Philip Barantini, miniserie televisiva drammatica, su Netflix, in 4 episodi, Gran Bretagna 2025, ha vinto 4 Golden Globes, 4 Critics Choice Award, ha ottenuto 4 candidature a Spirit Awards, è stata premiata a AFI Awards, 2 candidature a The Actor Awards, voto: 7-. Probabilmente la serie più quotata dell’anno, è interessante e avvincente. Con uno stile naturalista mostra come la violenza omicida dei maschi contro le donne, che provano a emanciparsi dalla schiavitù domestica, sia talmente permeante da divenire egemone persino fra i bambini. Colpisce come in Gran Bretagna sia imputabile e processabile anche un bambino di tredici anni, che viene trattato quasi come se fosse un maggiorenne. Ancora più sbalorditivo è che tale barbarie non crei nessun imbarazzo negli autori del film, tanto che la presentano senza un minimo di effetto di straniamento, che favorisca una presa di distanza critica. Peccato, inoltre, che manchi una significativa riflessione sul femminicidio.
Molto interessante osservare come la cultura schiavista nei confronti delle donne sia in grado di fare proseliti persino fra gli adolescenti fino a spingerli al femminicidio. Anche in questo caso colpisce il fatto che non si comprenda come il ragazzino oltre a essere indubbiamente colpevole è altrettanto inequivocabilmente vittima di un sistema sempre più malato. Senza volerlo gli autori fanno emergere tutta l’assurdità del sistema inquisitorio borghese, tutto incentrato nel colpire e far ricadere la colpa esclusivamente sul singolo, anche se è ancora essenzialmente un bambino, piuttosto che indagare sul sistema marcio che lo ha indotto a fare delle azioni così spaventose. Colpisce, infine, come gli autori della serie si impersonino e portino il pubblico a impersonarsi, senza nessuno spirito critico, con esponenti degli apparati repressivi di uno Stato imperialista, anche quando sfoggiano tutto il repertorio del fascismo quotidiano nel suo invincibile disprezzo per il mondo dell’istruzione.
Ogni episodio è quasi una storia a sé, sono tutti molto semplici, ma toccanti e intensi. L’analisi psicologica è arguta. Anche se il fatto che sia stata la serie più incensata dalla critica dell’anno, oltre a indicare il livello piuttosto basso dei serial tv, testimonia anche il carente spirito critico di quelli che dovrebbero essere i “critici” cinematografici.
The Pitt serie drammatica, prima stagione in 15 episodi, Usa 2025. Ha vinto 2 Golden Globes, 4 candidature e vinto 3 Critics Choice Award, 2 candidature a Spirit Awards, 1 candidatura a Directors Guild, premiata a AFI Awards, 2 candidature a The Actor Awards, voto: 6,5. Naturalistica, ben confezionata, ben girata e recitata, lascia anche abbastanza da riflettere sulle problematiche della sanità in un paese capitalista, dove la cosa più importante è sempre il profitto privato, nonostante le spaventose sofferenze degli individui che affollano il pronto soccorso. Buono lo scavo psicologico dei personaggi. Significativa la trovata di far corrispondere ogni puntata a un’ora di una giornata al pronto soccorso. Anche se tale aderenza ha anche delle controindicazioni, come la scarsa capacità di sintesi, comuni alla grande maggioranza delle serie, e scene e personaggi troppo caricati che finiscono con l’apparire poco realistici. Notevole la necessaria collaborazione su un piano paritetico di un personale medico espressione delle più diverse etnie. Significativo anche lo scontro fra l’etica professionale del medico e gli impulsi in senso opposto che derivano dalla ideologia neoliberista dominante. Purtroppo si perde troppo spesso di vista che la storia in una società classista è storia di lotte di classi. Prevale perciò una astratta etica del lavoro, in cui si perde di vista lo sfruttamento, per cui abbiamo il paradosso, piuttosto consueto nelle serie statunitensi, che i protagonisti fanno a gara nell’autosfruttamento, al punto che i dirigenti debbono pregare i lavoratori di smettere di lavorare quando è ultimato il loro turno. Facendo apparire come normale qualcosa di del tutto eccezionale, tanto da apparirci decisamente poco realistico.
Presence di Steven Soderbergh, horror, thriller, Usa 2024, voto: 6+. Intelligente rovesciamento critico in grado di rendere interessante anche un genere decisamente irrazionale e il più delle volte reazionario come l’horror. Il film, ben girato e confezionato, è piacevole e lascia qualcosa di non accidentale su cui riflettore a un po’ a ogni spettatore. Peccato che il minimalismo programmatico sia di dubbio gusto.
Frankenstein di Guillermo del Toro, horror, Usa 2025, ha ottenuto 9 candidature a Premi Oscar, 5 candidature a Golden Globes, 8 candidature a BAFTA, premiato a National Board, 11 candidature e vinto 4 Critics Choice Award, 1 candidatura a Directors Guild, 1 candidatura a CDG Awards e a AFI Awards, 3 candidature a The Actor Awards, voto: 6. Film troppo lungo e poco realistico. Per quanto del Toro insiste sempre sulla stessa questione, finendo con l’essere un po’ prevedibile, tuttavia è certamente animato da buone intenzioni. Il rovesciamento della prospettiva, che porta a interrogarsi su chi sia il vero mosto è notevole. D’altra parte il pretendere che un automa possa divenire più sensibile e umano degli umani è non solo irrealistico, ma potrebbe apparire decisamente reazionario, se non fosse un mero espediente per far emergere gli aspetti disumani e irrazionali della società borghese.
Black Bag – Doppio gioco di Steven Soderbergh, con Cate Blanchett, Michael Fassbender, film di spionaggio, Usa 2025, voto: 6-. Film certamente godibile, ben confezionato e cool. Peccato che il contenuto sia del tutto al di là del bene e del male, in modo acritico e senza effetto di straniamento. Ennesimo esempio di quanto sia pervasiva e dominante l’ideologia della società capitalista persino nella sua fase imperialista.
The Smashing Machine di Benny Safdie azione, biografico, drammatico, con Emily Blunt, Usa 2025, 2 candidature a Golden Globes, 1 a Critics Choice Award, voto: 5,5. Il film è anche ben confezionato ma del tutto acritico verso uno sport allucinante e, al contempo, truffaldino. Anche il personaggio principale è rappresentato senza indagarne realmente tutte le contraddizioni. La sua prospettiva non viene mai riportata con un briciolo di effetto di straniamento, per cui si tende a immedesimarsi acriticamente in un tipo nei confronti del quale sarebbe quanto mai necessaria una attitudine critica.
Cure di Kiyoshi Kurosawa, thriller, Giappone 1997, voto: 3,5. Non si capisce davvero il successo, anche di “critica”, di un film piuttosto noioso e senza qualità. Sfugge ancora di più cosa abbia portato a riproporlo in prima visione, quasi si trattasse di un grande classico.
