Toni Erdmann, ovvero del principio di prestazione

Il film muove da un valido spunto critico marcusiano, il principio di prestazione che uccide la stessa gioia di vivere, ma non è in grado di svilupparlo se non nella direzione di un noioso film d’autore.


Toni Erdmann, ovvero del principio di prestazione Credits: Fotogramma del film

Vi presento Toni Erdmann, di Maren Ade, Germania 2016-17, valutazione 7/10

Il film ha goduto di un eccezionale successo di critica a livello internazionale, tanto da essere dato come sicuro vincitore del premio oscar quale miglior film straniero, alla fine assegnato per sacrosanti motivi politici all’iraniano Il cliente. Il suo eccezionale trionfo agli European films awards, in cui ha collezionato praticamente tutti i maggiori riconoscimenti, non ci pare giustificato.

Il film muove da una significativa critica alla attuale società capitalista di matrice essenzialmente francofortese, senza però scadere mai nell’intellettualismo. Anzi il film è a tratti decisamente divertente, dotato di un sarcasmo pungente, che lascia al quanto da pensare allo spettatore. Anche gli attori sono piuttosto in gamba e riescono a far emergere bene i limiti dei personaggi che interpretano, consentendo una fruizione critica da parte dello spettatore.

Al centro del film vi è un interessante rapporto padre figlia. Il primo, personaggio sempre in grado di godersi la vita, nonostante tutte le sue avversità, cerca di sostenere la figlia che, al contrario, completamente presa dall’ansia di prestazione dominante nella società capitalista l'ha completamente perduta. Anzi, non è neppure più in grado di capire cosa possa significare godersi la vita.

Apparentemente è una giovane donna di successo, capace, sicura di sé ed estremamente determinata. In realtà conduce, pur essendo un colletto bianco, una vita totalmente alienata, in cui ogni carica libidica, l’intero principio del piacere è sacrificato alla produttività. È un personaggio del tutto diserotizzato e i suoi rapporti sessuali sono al di là delle apparenze squallidi quanto i rapporti che stabilisce con le persone che la circondano. In esse vede sempre e solo dei mezzi per la propria personale autoaffermazione, tanto che nel padre in pensione e privo delle sue piccole ambizioni personali, vede solo un elemento estraneo e un oggettivo e noioso ostacolo al suo impulso ad autoaffermarsi nella spaventosa lotta per la concorrenza che anima la società capitalista, della cui logica è pienamente pervasa.

Il padre al contrario, magnificamente interpretato da Peter Simonischek,risulta del tutto estraneo a tale logica e a sua volta non appare in grado nemmeno di comprendere il senso del principio di prestazione di cui è prigioniera la figlia. Ma mentre quest’ultima non appare in grado di riconoscere il suo opposto, ovvero il padre, quest’ultimo capisce l’intima sofferenza e la profonda insoddisfazione della figlia soggetta a quel surplus di rimozione degli istinti imposto dalla società ultra classista che dal mondo occidentale sta colonizzando completamente lo stesso mondo orientale, orfano del socialismo. Particolarmente allarmante è come la giovanissima assistente rumena sia completamente asservita al principio di prestazione, a quel vero e proprio imperativo categorico dell’attuale restaurazione liberista che impone di impiegare tutte le proprie energie psicofisiche per scopi lavorativi e produttivi. Ciò non può che portato a reprimere tutte le richieste umane di felicità e piacere, portando anche in questa giovanissima e in sé avvenente fanciulla alla completa diserotizzazione del corpo umano.

Al contrario il padre cerca di far emergere l’assurdo surplus di rimozione degli istinti e in particolare dell’eros, ovvero della naturale ricerca del piacere, imposto dall’ideologia neoliberista, che tende ad apparire del tutto “naturale” a chi ne è pervaso, mettendo provocatoriamente in discussione la stessa rimozione di base, ovvero lo stesso necessario sacrificio degli istinti al principio di realtà imposto dalla convivenza civile in un ambito sociale e l’altrettanto necessaria sublimazione delle pulsioni libidiche indispensabili allo sviluppo stesso della civiltà. In tal modo questo personaggio che incarna l’assolutamente altro rispetto alla logica dominante di cui sono pervasi tutti gli individui che vivono nel mondo degli affari in cui è stata risucchiata la figlia, ha un effetto straniante, ma al contempo sovversivo. Tanto che finisce per travolgere in primis la figlia e con lei la sua cerchia più ristretta in una vera e propria esplosione dell’elemento dionisiaco per troppo tempo represso.

Nel film emerge anche senza essere tematizzato un altro tema essenziale del mondo contemporaneo, ossia la banalità del male, ovvero quella completa mancanza di pensiero critico che caratterizza gli interpreti di questo sempre più disumano modo di produzione, in cui tutto è sacrificato alla logica del profitto. Banalità del male, cui non a caso la Arendt riconosceva l’origine e al contempo il più tipico prodotto di un sistema totalitario. La protagonista, in effetti, cerca di realizzare con la massima dedizione e meticolosità possibili il suo compito di licenziare il numero più elevato di lavoratori per massimalizzare i profitti dei committenti per i quali lavora, individuando il modo più efficace per far accettare in modo indolore e senza suscitare proteste queste misure del tutto antisociali. Ciò che colpisce è come il personaggio, in modo purtroppo realistico, porti avanti questo impiego così infame senza il benché minimo scrupolo di coscienza, essendo la sua preoccupazione unicamente volta a portare avanti il proprio compito nel modo più efficiente e produttivo.

Tuttavia a rendere il film poco godibile dal punto di vista estetico è la durata davvero eccessiva, che rende alla fine il tutto noioso, prevedibile e ripetitivo. Tale errore così comune fra i registi che mirano a realizzare un cinema autoriale è in ultima istanza il portato del medesimo principio di prestazione, che sembra costringerli a infrangere necessariamente quei limiti al di là dei quali il naturale principio di piacere è necessariamente e inutilmente rimosso. L’angoscia di doversi differenziare dalle opere puramente culinarie, dai prodotti puramente mercificati dell’industria culturale, finisce troppo spesso per produrre prodotti altrettanto standardizzati rivolti a un pubblico di élite di cinefili, che sembrano dover dimostrare il proprio amore per il puro cinema negandosi qualsiasi forma di godimento estetico.

Il secondo grande limite del film, anch’esso purtroppo così tipico nell’attuale cinema d’autore, è l’incapacità di andare al di là della dialettica puramente negativa di adorniana memoria, di indicare in qualche modo una prospettiva, una possibile via di uscita su cui far riflettere lo spettatore. Prigionieri della tenebra del quotidiano, privi di principio speranza e di spirito dell’utopia, questi intellettuali tradizionali non riescono nella maggior parte dei casi di contrapporre all’esistente una prospettiva nichilista o irrazionalistica, volta a esaltare in modo altrettanto sconsiderato del surplus di rimozione, richiesto dalla società capitalista, un’esplosione irrazionale del dionisiaco.

25/03/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: Fotogramma del film

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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