Una giusta causa

Un bel film di denuncia della società patriarcale statunitense, che mostra come solo la lotta paga e ha consentito di conseguire la stessa parità dei diritti fra i generi.


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Sex (Una giusta causa) di Mimi Leder, Usa 2018, è un bel film realista di denuncia e impegnato su un fronte decisivo della lotta fra le classi, ovvero la lotta per l’emancipazione della donna dalla società patriarcale e dalla schiavitù domestica. Non a caso è stato stroncato dalla (a)critica cinefila anche della sinistra radical, in quanto non fa nessuna concessione all’ideologia dominante in particolare nel mondo del cinema europeo continentale, ossia al postmodernismo. Proprio per il suo essere un film impegnato nella lotta di classe a livello delle idee, sia dal punto di vista della forma che del contenuto, non può che apparire inattuale ai cinefili prigionieri del pensiero unico imposto dall’industria culturale dell’imperialismo europeo.

Il film ricostruisce – a partire dall’esemplare lotta condotta dalla protagonista Ruth Ginsburg, da sempre in prima linea contro ogni forma di discriminazione della donna – un momento essenziale della lotta di classe e per l’emancipazione del genere umano che si è combattuta negli Stati Uniti negli anni sessanta e settanta. Lo sviluppo in questi decenni di grandi movimenti di massa di lotte politiche e sociali ha consentito tre vittorie decisive nella lotta per l’emancipazione del genere umano negli Stati Uniti e, più in generale, a livello internazionale. In primo luogo il grande movimento per i diritti civili che ha posto fine allo stato di apartheid vigente nei confronti degli afroamericani, ponendo fine, almeno sul piano giuridico formale, alle discriminazioni razziali. In secondo luogo ha portato a una storica battuta d’arresto dell’imperialismo costretto a ritirarsi dall’Indocina. In terzo luogo ha portato al superamento delle discriminazioni sul piano giuridico e formale delle donne. Tutto ciò a ulteriore dimostrazione dei tre grandi limiti delle società liberal-democratiche, ovvero il loro escludere dagli stessi diritti liberali e democratici le donne, i poveri e i non appartenenti al gruppo etnico dominante. Il che costituisce una memoria storica decisiva contro la concezione apologetica dei paesi capitalistici, in cui sarebbero quantomeno garantiti i diritti formali giuridici e civili a tutti. Niente di più falso, se solo si analizza la storia anche recente della prima, più grande e famosa società liberal-democratica, ovvero quella statunitense.

In effetti, nonostante che negli Stati uniti il capitalismo e il suo regime politico liberal-democratico si siano affermati prima e nella loro forma più pura – non dovendo scendere a patti come in Inghilterra con le classi dominanti dell’ancien régime – proprio qui appaiono nel modo più evidente le gradi clausole escludenti dal godimento dei pieni diritti civili e giuridici, discriminatorie verso tutti coloro che non appartengono al gruppo dominante dei WASP maschi. Tanto che diversi storici indipendenti dall’ideologia dominante hanno descritto la “grande democrazia statunitense” – che dovrebbe essere un modello da esportare anche con la guerra e le armi di distruzione di massa in tutto il mondo – come una  Herrenvolk democracy, ossia una democrazia valida unicamente per il popolo dei dominatori, come era del resto l’antica democrazia ateniese e come pretenderà di essere la stessa Germania nazionalsocialista. Il tutto a ulteriore conferma della concezione marxista dello Stato – in realtà già in parte intuita dal padre della democrazia moderna J. J. Rousseau – secondo la quale essendo lo Stato in quanto tale una forma di dominio di classe, la democrazia non può che essere reale unicamente all’interno del gruppo dominante, mentre nei riguardi degli esclusi da esso lo Stato ha una forma dittatoriale e, quindi, discriminatoria.

Tutto ciò si vede abbastanza bene dalla storia di Ruth Ginsburg, al centro del film, figlia di immigrati russi costretti ad abbandonare il loro paese per la pesante discriminazione che colpiva la principale minoranza religiosa costituita dagli ebrei. Vediamo subito che tale forma di discriminazione è presente anche negli Stati Uniti, anche se finisce per passare in secondo piano dinanzi alle discriminazioni razziali e classiste, che colpiscono in primo luogo gli afroamericani e alle discriminazione di genere, che colpiscono le donne condannate alla perpetua schiavitù domestica. Ruth eredita dalla madre e dalle discriminazioni vissute dalla comunità ebraica una eccezionale forza di volontà che la porta a sfidare apertamente ogni forma di discriminazione che gli sbarra la strada. Inoltre eredita dalla madre un forte spirito critico e dialogico e la consapevolezza della radicale finitezza della vita umana – anche perché la madre morirà presto colpita da un tumore – che la porta a impiegare nel modo migliore e proficuo il proprio tempo.

In tal modo è fra le primissime donne a essere ammesse nella facoltà di giurisprudenza nella università di élite di Harvard, appunto destinata ai rampolli della Herrenvolk democracy, in cui non è previsto nemmeno un bagno per le donne. Tanto più che Ruth oltre a essere discriminata in quanto donna, lo è anche in quanto giovane madre e moglie ed ebrea. Al punto che si vede ben presto costretta, insieme alle altre mosche bianche donne, da pochissimo ammesse all’università, a doversi giustificare dinanzi alle autorità accademiche “per aver preso il posto di un maschio”.

Così nonostante tutto, compresa una gravissima malattia che colpisce il marito, Ruth riesce a prendere una doppia laurea con il massimo dei voti, sviluppando una concezione rivoluzionaria del diritto, del tutto controcorrente rispetto all’indirizzo dominante che fa dei giuristi, come si evince chiaramente nel film, dei conservatori o reazionari, in quanto sempre pronti a utilizzare le passate norme giuridiche per impedire l’ulteriore emancipazione del genere umano. Al contrario Ruth sviluppa una concezione storica e in sé dialettica della norma giuridica, che non considera la legge qualcosa di morto, di passato, di tradizionale e positivo, ma qualcosa di vivente che si sviluppa insieme al processo di emancipazione del genere umano, che è una lotta alla quale bisogna prender parte. Inoltre Ruth diviene cosciente che lo sviluppo del diritto non può che procedere di pari passo con lo sviluppo della società e della lotta per l’emancipazione del genere umano. Anzi gli avanzamenti del diritto, contro le discriminazioni razziali, di genere e classiste è possibile unicamente in corrispondenza di movimenti di massa impegnati nelle lotte sociali. Tanto che Ruth diviene consapevole di poter rovesciare la tradizione giuridica e di poter porre termine alla discriminazione dal punto di vista legale delle donne – anche quando tutti lo consideravano sostanzialmente impossibile – proprio in quanto si rende conto che i movimenti sociali, in cui è coinvolta la figlia, stanno cambiando lo stesso senso comune, favorendo l’emancipazione delle donne.

A dimostrazione che l’unica battaglia persa è quella che non si combatte, come osservava Che Guevara, la lotta in cui decide di impegnarsi Ruth appare quanto mai impari. Nonostante i suoi eccezionali risultati all’università e l’ottimo curriculum, anche dal punto di vista delle referenze, il suo essere donna e per di più sposata con figli e proveniente dalla comunità ebraica gli impedisce di trovare un posto in uno studio di avvocato anche in una grande città multietnica come New York. È, quindi, impossibilitata a esercitare la professione per cui tanto si era sforzata a formarsi. Ruth, però, non si perde d’animo e ripiega sull’insegnamento. Anche qui nonostante le discriminazioni, riesce con la sua eccezionale determinazione e forza di volontà a emergere e a sconfiggere i pregiudizi, tanto da divenire la prima donna a insegnare diritto nelle università statunitensi. Anche qui, nonostante le discriminazioni, per cui guadagna molto meno dei colleghi maschi, non si sottomette all’ideologia dominante anzi la sfida apertamente essendo la prima a occuparsi e a scrivere sulla questione della discriminazione giuridica delle donne.

Si tratta di una sfida epica, perché la stessa questione della discriminazione sul piano del diritto è talmente radicata nei liberal-democratici Stati Uniti da essere radicalmente negata dall’ideologia dominante, dalla tradizione e dalla società patriarcale statunitense. La lotta è ancora più ardua, perché anche nel campo del diritto tutto il potere è nelle mani dei maschi, che evidentemente non sono disposti a cedere i loro privilegi, per quanto ingiusti e irrazionali, fondati sulla schiavitù domestica delle donne.

Persino i settori più avanzati e radicali, che hanno guidato la lotta per i diritti civili degli afroamericani e per l’obiezione di coscienza contro la guerra in Vietnam, non se la sentono di condurre la lotta proposta da Ruth per l’emancipazione femminile sul piano giuridico. Un po’ non riescono nemmeno loro a comprenderne l’importanza, tanto appare “naturale” il ruolo subordinato che hanno le donne nella società. Un po’ pensano che sia una sfida troppo impari, visto il peso determinante che ha la tradizione giuridica – secondo il modello reazionario inglese – nella giurisprudenza statunitense. Per cui hanno un valore essenziale le sentenze del passato, che hanno visto sempre sconfitte le poche coraggiose donne che hanno provato a portare avanti una causa per la parità giuridica di genere. Infine, non è nemmeno possibile richiamarsi alla Costituzione, visto che la statunitense è la più antica e, perciò, anche una delle meno avanzate del mondo, dove la parola donna non è mai nemmeno contemplata. Si tratterebbe, dunque, di convincere dei giudici maschi, tendenzialmente conservatori, a prendere posizione per la parità di genere a livello giuridico contro i loro stessi pregiudizi, i loro privilegi, la tradizione giuridica e sostanzialmente la stessa Costituzione. Tanto più che la lunga e ininterrotta tradizione discriminatoria fa apparire come naturale la subordinazione della donna, la schiavitù domestica e, quindi, l’impossibilità della stessa eguaglianza giuridica.

Ciò nonostante la fiducia illuminista e progressista nella ragione e nella sua capacità di affermarsi contro le tenebre di una tradizione costellata da discriminazione e da rapporti fra i generi impostati secondi il rapporto servo-padrone e la consapevolezza che le lotte sociali stanno portando a uno sviluppo dell’eticità porta Ruth a condurre con successo la sua lotta, all’inizio solo supportata dalla sua progressista famiglia. Il film è sicuramente importante in una fase come l’attuale in cui la lotta di classe è condotta principalmente dai ceti dominanti nei confronti dei subalterni e, di conseguenza, le grandi conquiste degli anni sessanta e settanta, anche per quanto riguarda l’emancipazione femminile, sono sempre più a rischio. A ulteriore dimostrazione che non esiste un diritto naturale o divino, ma le leggi più o meno avanzate sono un prodotto del conflitto sociale che si combatte anche come battaglia di idee e concezioni del mondo a livello delle sovrastrutture. La situazione oggi è tragicamente rovesciata, la società va a destra e con essa anche la giurisprudenza, tanto che Ruth Bader Ginsburg, sebbene sia riuscita a entrare nella corte suprema, è oggi sempre più anziana e isolata, visto che hanno di nuovo la maggioranza magistrati conservatori o apertamente reazionari.

Se da una parte stupisce ancora una volta la capacità autocritica, anche rispetto alla propria stessa storia, di alcuni intellettuali statunitensi, rispetto alla molto più diffusa sudditanza all’ideologia dominante degli intellettuali europei e, in particolare, italiani, d’altra ciò che manca completamente anche ai più spregiudicati registi statunitensi è il materialismo storico, ossia una concezione del mondo autonoma e antagonista alla dominante. Una visione complessiva del mondo che consenta di intendere le lotte particolari – per quanto decisive – per i diritti civili, contro il razzismo, contro la discriminazione delle donne, contro la guerra imperialista, come aspetti e momenti di una lotta più complessiva e universale costituita dalla lotta di classe.

20/04/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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