Recensioni

Il terzo uomo e Viaggio a Tokio. Rivedere restaurati i grandi film del passato offre la possibilità di reinterpretare alla luce del presente dei capolavori.

La genialità di Welles, la sua capacità di riuscire a risolvere gli imprevisti che si presentavano di fronte a ogni suo progetto, la sua capacità di farsi beffa dell’industria cinematografica.

Ripercorrere la vita e le opere del grande cineasta americano offre lo spunto per riflettere sulla mancanza di libertà di espressione negli Stati Uniti. La più famosa liberaldemocrazia – da sempre in lotta, a suo dire, contro i totalitarismi – si rivela un regime da caccia alla streghe che colpisce in particolar modo i grandi intellettuali democratici come Orson Welles.

Come in tutte le società finora esistite anche nella capitalistica, a un certo grado del suo sviluppo, i rapporti di proprietà entrano in contraddizione con le forze produttive. Ciò vale dal punto di vista strutturale e, di conseguenza, dal punto di vista sovrastrutturale. In altri termini a essere ostacolato non è solo lo sviluppo della produzione materiale, ma anche culturale. Un esemplare controprova di ciò è la parabola di quello che è stato uno dei più eccelsi artisti del cinema e, più in generale, dello spettacolo: Orson Welles. 

L’attuale modo di produzione è talmente in crisi da considerare le proprie stesse sovrastrutture culturali dei faux frais della produzione, delle spese improduttive da ridurre al minimo. Così il paese scivola sempre più nella barbarie, come dimostra esemplarmente il livello sempre più mediocre delle stesse messe in scena al Teatro dell’Opera di Roma

Al Teatro Costanzi di Roma è andata in scena, dopo un’assenza di 60 anni, La dama di picche di Pëtr Ilich Čaijkovskij. Un’opera lirica dalla partitura musicale estremamente complessa tratta da un magnifico racconto di Puškin stravolto dal libretto dei fratelli Čaijkovskij, a sua volta stravolto da un regia e da un’interpretazione che fa acqua da tutte le parti.

È stata la danza ad aprire la stagione estiva del Teatro dell'Opera di Roma. Nel grandioso scenario delle Terme di Caracalla, che da solo vale una parte del biglietto, è andato in scena Pink Floyd Ballet del grande coreografo Roland Petit

Nel suo film su Scientology, il grande e coraggioso documentarista Alex Gibney, offre un’inconsapevole verifica empirica della denuncia formulata da Karl Marx, oltre 160 anni fa, del diffondersi di credenze religiose sempre più barbare nelle società democratiche moderne. Dal film emerge come dalla consapevolezza dei danni fisici delle droghe sia sorta una nuova domanda di narcotici spirituali.

Ci sono “storie troppo vere per essere raccontate”. Fra queste vi è l’inchiesta giornalistica Dark Alliance alla base del film qui recensito. Da essa emerge come la guerra alla droga sia strumentalizzata dall’“Impero” per tenere a bada la plebe moderna, militarizzare il territorio, carcerare un numero incredibile di afro-americani e sostenere il terrorismo; tutto per combattere il totalitarismo comunista, ça va sans dire.

Un film che attraverso una storia d’amore finita male e un difficile rapporto fra genitori e figlio lascia allo spettatore molto da riflettere sulle attuali contraddizione della Repubblica popolare cinese. Gli innegabili risultati conseguiti dai comunisti e dal popolo cinese per estirpare dal paese feudalesimo e imperialismo che lo opprimevano, rischiano di essere vanificati. Le sirene del capitalismo rischiano di far cancellare questo epico sforzo del passato.

Uno stravolgimento conformisticamente post-moderno del grande intellettuale sovietico Sergeij Ėjzenštejn. I presunti dieci giorni che sconvolsero sessualmente Ėjzenštejn contrapposti ai dieci giorni che sconvolsero il mondo, è questo il motivo fondamentale, ripetuto ossessivamente, in questo intollerabile film di Greenaway. Il film presenta un campionario dei più banali luoghi comuni improntati al più radicale orientalismo sull’Urss, la Russia e il Messico.

Al Palaexpò di Roma fino al 13 settembre sono in mostra 150 opere del fotografo statunitense David LaChapelle. 

La messa in scena, da diverso tempo attesa, al Teatro dell’opera di Roma del capolavoro mozartiano Le nozze di Figaro è nata sotto i peggiori auspici, segno senz’altro dei tempi bui in cui siamo stati gettati.

Restare due ore con il fiato sospeso e la vista incredula a tanta inquietante -ma anche affascinante- visione, fra l’immaginifico, il patetico, l’osceno e l’horror. Questo è “Tale of Tales”, ovvero “Il racconto dei racconti” di Matteo Garrone. Fra il geniale e la follia. Così, al cinema, in una domenica di fine maggio. E pensare che finalmente ne è valsa la pena di passare dal botteghino a pagare un biglietto per vedere un film. 

Film piacevole, non foss’altro che per l’alto livello della fotografia, degli attori e della loro direzione, ma certamente non bello nè tantomeno imperdibile.

Ancora il borgo immaginario di Schabbach, nella regione dell’Hunsrück (questo invece reale, luogo di provenienza del regista ottantenne Edgar Reitz, fra i padri del Nuovo cinema tedesco) e ancora la famiglia Simon protagonisti dell’ultimo capitolo della popolare fra i radical chic saga di Heimat, dal titolo L'altra Heimat - Cronaca di un sogno (titolo originale Die Andere Heimat - Chronik einer Sehnsucht). 

Il film è bello e intenso, decisamente più “ingenuo” che “sentimentale”, più “classico” che “romantico”, più goethiano e tolstoiano, che schilleriano e dostoievskiano. Possiamo dire che Moretti con questo film ha raggiunto la piena maturità, che costituisce al contempo il prodromo della vecchiaia.

Il ventesimo film del famoso cineasta cinese Zhang Yimou Lettere di uno sconosciuto (titolo italiano di fantasia, l’originale non allude affatto al capolavoro di Max Ophüls) è un melodramma intimista e sentimentale ambientato durante e dopo l’immagine che l’attuale dirigenza vuole dare della Rivoluzione culturale, non fosse mai che ci fosse qualcuno ancora interessato a riconsiderare la necessità della lotta di classe dal basso in funzione della transizione al socialismo.

L’esposizione, al contrario di quella dedicata a Matisse alle Scuderie del Quirinale, è curata nei minimi dettagli da Maria Cristina Brandera, grande esperta di Morandi e direttrice della Fondazione Longhi e già curatrice nel 2008 di una importante mostra su Morandi al Metropolitan Museum di New York. Al solito, però, lo spirito della mostra è decisamente acritico, ossia improntato al consumismo dell’industria dello spettacolo per cui si tende ad accentuare unicamente gli aspetti progressivi del pittore esposto, tacendo completamente i limiti storici della sua opera

Appena si alza il sipario si sente lo sciabordio delle onde e si capisce subito che non ci troviamo a Siviglia ma a Napoli, la Napoli dei bassifondi, della criminalità, della prostituzione ma anche della mescolanza di culture, di lingue e di musica che fanno della città il cuore del mediterraneo. È questa l’ambientazione che il regista Mario Martone sceglie per la sua Carmen, più incerto è invece il tempo storico in cui si svolge, che potrebbe ricordare principalmente la Napoli del dopoguerra, ma anche quella del dopo terremoto degli anni ’80

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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