Cosa sono le scienze sociali?

Le scienze sociali non sono un tutto omogeneo, anzi brillano per la loro eterogeneità.


Cosa sono le scienze sociali?

Primo incontro

Benché sia assai complicato definire e circoscrivere le scienze sociali oggi, non si può negare che esse costituiscono una famiglia – per usare una nozione resa nota da Ludwig Wittgenstein – nel senso di un gruppo di discipline imparentate tra loro in modo diverso e talvolta addirittura conflittuale, e che siano accomunate dall’aspirazione di conoscere e spiegare la vita sociale in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue fasi storiche. Questi aspetti riguardano sia la dimensione strutturale sia quella dinamica o processuale dalla cui relazione scaturisce il movimento storico certamente non unilineare, perché scandito da momenti di radicali trasformazioni, di stagnazione, di passi indietro e di avanzamenti che portano con sé residui ancora vivi del passato. Ispirandosi a questa prospettiva e alla ricerca della logica della dinamica capitalistica, nella prefazione alla prima edizione del primo libro del Capitale, Marx afferma che la sua finalità è svelare la legge economica della società moderna [1].

Ritornando alla nozione di famiglia, è bene sottolineare che essa è sfociata nel concetto di classe politetica, sulla base del quale l’antropologo britannico Rodney Needham rende molto più articolato il rapporto tra universale e particolare, sottolineando che una classe non deve essere necessariamente definita dalla presenza invariabile di certe proprietà comuni. Richiamandosi alla riflessione di vari autori, Needham osserva che le classi possono essere formate da significati che Lev Semiovic Vygotsky chiama complessi, tipici di una certa fase dello sviluppo intellettuale; in modo particolare, in una “catena complessa” l’attributo definitorio cambia da un collegamento all’altro. Non c’è continuità nel tipo di legame e il significato variabile è trasferito da un elemento di una classe al successivo senza nessun “significato centrale”, nessun “nucleo” [2].

Con un significativo parallelo, Wittgenstein, che scriveva nello stesso periodo di Vygotsky, ricorre all’immagine di una corda (più tardi, nelle Ricerche filosofiche, a quella di un filo) per sottolineare la stessa formazione di un concetto: “la corda è formata da fibre, ma non trae la sua forza da ogni fibra che la percorre, ma dal fatto che c’è un grande numero di fibre sovrapposte” [3]. Tra i componenti di una tale classe c’è una complessa rete di somiglianze sovrapposte e intrecciate: a volte sono somiglianze complessive, a volte solo dettagli. Wittgenstein sintetizzò queste caratteristiche nella famosa espressione “somiglianze di famiglia”.

La nozione di classe politetica prende le mosse dal lavoro del grande botanico francese Michel Adanson, il quale suggerì che un membro di una classe di piante non necessita possedere tutte le caratteristiche specifiche della classe e che un campione deviante non deve necessariamente essere assegnato a un’altra classe.

Successivamente al 1859, quando apparse la teoria darwiniana dell’evoluzione attraverso la selezione naturale, si affermò un’altra definizione di classe: la definizione dei logici – “individui che condividono caratteri comuni” – venne sostituita da “membri di un gruppo che discendono da uno stesso antenato”. Ovviamente in questo caso i membri di una (classe) non dovevano possedere necessariamente le caratteristiche definitorie comuni, in quanto non è detto che ogni carattere trasmesso da un antenato appaia in tutti i suoi discendenti. In questo nuovo contesto, una classe di elementi naturali possiede una serie di caratteristiche comuni, ma diffuse in maniera non uniforme, anche se tutti presentano tra loro un certo legame.

Nella vita sociale le cose sono ancora più complesse perché non sono rinvenibili fenomeni isolabili, dato che ogni fatto sociale ne comprende altri, e solo attraverso l’astrazione possiamo giungere agli elementi primari la cui individuazione dipende dal punto di vista adottato.

L’idea di ricostruire nelle sue contraddizioni il movimento, il dispiegamento storico di un certo fenomeno, può essere assimilata alla costruzione dialettica dei concetti, tanto più che in entrambi i casi si riconosce l’inadeguatezza della logica formale in certi ambiti.

Un’altra complessità è rappresentata dal fatto che delineare i contorni delle scienze sociali è cosa assai più difficile che definire le scienze naturali e ciò perché le prime hanno implicazioni etico-politiche più dirette e coinvolgenti delle seconde. Infatti, gli scienziati naturali, seppure talvolta con opinioni diverse, costituiscono una comunità molto più compatta rispetto agli scienziati sociali che – come si dice – sono d’accordo solo sul fatto di essere in disaccordo su tutto. In subordine, spesso questi ultimi si trasformano in tuttologi e quindi si trovano a stretto contatto con il mondo della propaganda e della pubblicità, buone a inculcare conformismo e omologazione nella mente degli individui. Definisco questi ultimi personaggi semintellettuali, proprio perché la loro attività si fonda esclusivamente nell’apologia del sistema dominante e di certe sue convinzioni.

L’altro problema a monte, che qui ci limitiamo a sfiorare, è che lo stesso concetto di scienza, spesso presentata come un’attività conoscitiva che genera verità imperiture, è problematico, tanto che un noto filosofo scrisse un libro intitolato Immagini della scienza, teso a mostrare come nella storia si sono sviluppate concezioni diverse di quest’ultima, presenti nel pensiero delle élite, nella cultura e nel senso comune, elaborate sia da uomini di scienza che da filosofi, intellettuali etc.

Per citare Freud, egli sottolineava che è piuttosto la religione che pretende di avere accesso alle verità assolute ed eterne, mentre le scienze si limitano a indicare tesi, ipotesi sufficientemente suffragate ma sempre discutibili, criticabili e modificabili. Da questo carattere deriva la democraticità delle scienze, al cui sapere tutti hanno potenzialmente accesso se si dotano di certi strumenti intellettuali e culturali, e tutti possono acquisire autorevolezza (mai autorità) in un certo campo.

Per fare un esempio di immagine della scienza sociale, menziono il caso del cosiddetto naturalismo, impostazione epistemologica per alcuni ancora fondata, per la quale struttura e metodo delle scienze sociali debbono essere riprese direttamente da quelle naturali, o addirittura si pensa sia possibile spiegare i fenomeni sociali chiamando in causa quelli naturali. Questa impostazione sfocia nell’organicismo, secondo il quale un sistema sociale è un organismo che opera sempre per riprodursi, impostazione che non ci aiuta a chiarire come avviene il cambiamento. Un caso classico di questa tendenza naturalistica è quello di spiegare le guerre facendo ricorso all’aggressività istintuale degli esseri umani. Purtroppo le cose non sono così semplici. 

Nonostante l’uomo sia un animale, proprio per la sua costituzione fisica si è trovato nelle condizioni di dover sviluppare la cultura in senso lato per sopravvivere, giacché un neonato abbandonato a se stesso in questo mondo non potrebbe sopravvivere (è stato affermato: noi siamo quelli che siamo per il corpo che abbiamo e per il mondo in cui viviamo). D’altronde, lo stesso concetto di lavoro sviluppato da Marx, indispensabile alla sopravvivenza e alla riproduzione, non si discosta da questa impostazione, come si può vedere, quando nel Libro primo del Capitale propone il famoso parallelo tra l’ape e l’architetto per segnalare la peculiarità del lavoro umano. Egli scrive: “Il nostro presupposto è il lavoro in una forma nella quale esso appartiene esclusivamente all’uomo. Il ragno compie operazioni che assomigliano a quelle del tessitore, l’ape fa vergognare molti architetti con la costruzione delle sue cellette di cera. Ma ciò che fin da principio distingue il peggiore architetto dall’ape migliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera. Alla fine del processo lavorativo emerge un risultato che era già presente al suo inizio nella idea del lavoratore, che quindi era già presente idealmente”. In altre parole, Marx sostiene che l'uomo che si appresta a una attività lavorativa è un individuo cosciente, a differenza degli animali, e che quindi coscienza, nel senso anche di esperienza e di cultura, e lavoro sono indissolubili. Coscienza che come attività mentale scaturisce dall’operare del cervello umano e delle cellule neuronali, e che funziona come deposito delle tradizioni culturali e intellettuali.

Nonostante taluni lo dipingano in termini oggettivistici, lo scienziato sociale non è mai un osservatore astratto, neutrale, anche se si considera tale inevitabilmente egli prende posizione per un modello di società, per una delle forze politiche in lotta, per certi valori invece che per altri. Ossia, si richiama a dei presupposti taciti, impliciti che talvolta neppure lui conosce. Un primo passo del lavoro epistemologico è proprio quello di portare alla luce tali presupposti, mostrando allo stesso tempo le conseguenze pratico-politiche che derivano dalla sua adozione. Inoltre, l’oggetto della ricerca sociale non corrisponde a qualcosa su cui la comunità dei ricercatori concorda: per alcuni le scienze sociali studiano il comportamento sociale, indagando le motivazioni umane e quindi la psiche (psicologia sociale), altri ritengono importante la successione degli eventi e quindi la storia o storiografia, altri ricercano invece strutture profonde nello scorrere delle vicende, magari collocate a diversi livelli, alcuni considerano la società un insieme coeso, altri ne mettono in luce le contraddizioni interne, alcuni ancora si incentrano sull’indagine delle differenze tra le varie forme di vita collettiva. 

Mentre, come si è già detto, alcuni ritengono che il mondo sociale presenti processi formali simili a quelli che si producono nella sfera naturale, altri sottolineano la sua irriducibilità ai fenomeni extrasociali o pongono l’accento sulla sua relazione dialettica con essi, alcuni immaginando che non sia possibile individuare leggi o regolarità sociali, anche se tali leggi possono essere descritte solo nei termini di tendenze o presentano un carattere probabilistico, altri invece hanno la convinzione contraria e rabbrividiscono solo al sentir parlare di leggi.

In questa situazione, è evidente che se gli oggetti da indagare sono così diversi sebbene imparentati tra loro, anche i metodi non possono che presentare la stessa differenziazione in quanto saranno adeguati a quanto debbono comprendere e spiegare. Inoltre, se si ripercorre la storia delle diverse discipline (sociologia, antropologia, psicologia, economia politica etc.), ci si renderà conto che le prospettive metodologiche delle une si ripresentano nelle altre: così per esempio esistono una sociologia positivista-funzionalista che ha il suo contraltare nell’antropologia del suo stesso segno, una psicologia cognitivista i cui temi vengono ripresi in vari ambiti e che considera l’uomo un elaboratore di informazioni e un generatore di significati, l’approccio storicistico che fa pendant con il particolarismo e il culturalismo statunitense. Al cognitivismo si contrappone il costruttivismo, secondo cui l’uomo sarebbe un inventore della realtà, che non sarebbe un fatto stabile e immutabile, ma il frutto della costruzione dei diversi punti di vista storici e sociali. Questa impostazione ha portato alcuni a sostenere l’esistenza di ontologie diverse, quasi che ognuno di noi vivesse in un mondo differente. A questi autori è stata posta la seguente domanda: è stata la rivoluzione copernicana a far spostare il sole dal centro dell’universo, spodestando la terra dalla sua posizione privilegiata?

Come si vede, dietro questi differenti temi stanno presupposti filosofici diversi: la natura umana si fonda sul lavoro, pur con le sue differenze storiche e sociali, esiste una natura umana come comun denominatore, la mente umana assomiglia a un computer, la società è il mezzo attraverso il quale l’umanità si adatta all’ambiente e risponde alle sue esigenze materiali e psicologiche, le diverse soluzioni date alla questione del rapporto soggetto/oggetto. 

In questo contesto così contraddittorio e in assenza di un sistema complessivo unificante (ricordo per esempio che in passato si è attribuito al marxismo questo ruolo), si assiste nei vari campi a un ulteriore processo di settorializzazione, ipotizzando per esempio l’antropologia dell’immondizia, la sociologia del tempo libero, filosofia delle relazioni etc., come se all’interno di una disciplina (allora che disciplina sarebbe?) ci fossero metodi diversi per uno specifico oggetto sia esso minuto o generico. Caso in cui la disciplina in questione perderebbe la sua specificità tanto agitata. Con questa settorializzazione si scopre spesso l’acqua calda, dato che per esempio gli archeologi (anche l’archeologia è una scienza sociale) hanno sempre studiato i rifiuti ritrovati presso i siti per comprendere da quale tipo di società e di cultura fossero stati prodotti e ricostruire così la civiltà in cui si sono imbattuti.

Tornando al tema su accennato dei presupposti taciti, dobbiamo tracciare un discrimine tra le scienze sociali che si fondano sull’individualismo metodologico e quelle che invece si richiamano al cosiddetto collettivismo metodologico. 

Se si prende l’Enciclopedia delle scienze sociali di Stanford, si può osservare che vengono prese in considerazione solo queste due impostazioni, pur individuando qualche sfumatura (olismo forte e moderato) tra le due e senza nemmeno menzionare il metodo dialettico, che dal punto di vista di chi scrive costituisce un superamento delle due posizioni epistemologiche.

Il punto di partenza dell’olismo è individuato in una celebre frase di Émile Durkheim: “la causa determinante di un fatto sociale va ricercata tra i fatti sociali che lo precedono e non tra gli stati della coscienza individuale” [4]. Nonostante vi siano alcuni elementi che associano Durkheim a Marx, il primo è un fautore di una scienza sociale identificata con la psicologia sociale, lo studio della quale dovrebbe evitare il sorgere dei conflitti nella complessa società moderna.

A Durkheim viene solitamente contrapposto Max Weber, che sarebbe invece il campione dell’individualismo metodologico. In poche parole l’olista – questa è la parola usata – spiegherebbe i fenomeni sociali (explanandum) nei termini di altri fenomeni sociali (i sindacati hanno proclamato lo sciopero perché insoddisfatti dalle misure prese dal governo (explanans). Mentre l’individualista spiega, per esempio, la proroga dello stato di emergenza, sollecitata dal Cts, come una decisione presa dal presidente del consiglio [5].

Il termine olistico fa pensare a qualcosa di mistico e di indistinto (la cosa durkheimiana), tanto che spesso viene identificato con il panteismo, fondato sul concetto di indifferenziazione e di pervasione. Nel caso della dialettica marxiana, un suo aspetto centrale è costituito dalla nozione di totalità, di intero, ma non si tratta di un’entità indifferenziata, bensì ampiamente strutturata e gerarchizzata (si pensi alla vexata quaestio della relazione tra struttura e sovrastruttura); inoltre, questa strutturazione deve essere dimostrata empiricamente perché non è sempre la stessa. E gli individui non scompaiono e non vengono riassorbiti dal sociale perché, benché costituiscano l’incarnazione di certe categorie sociali, possono prendere coscienza delle loro condizioni di esistenza e operare per il cambiamento. Altrimenti non si spiegherebbe la nozione di coscienza di classe.

Le scienze sociali nascono, certo sulla scia delle scienze naturali, nel momento in cui le istituzioni sociali non sono più considerate un fatto naturale immodificabile. Nascono quindi sulla spinta dell’Umanesimo e del Rinascimento, in un momento in cui l’uomo riconosce se stesso come attore sociale consapevole che opera per la sua stessa emancipazione alla ricerca di istituzioni migliori. E ciò è favorito dal superamento dello Stato assolutista e dall’emergere della borghesia che crea la società civile e la sua graduale separazione dalle istituzioni ecclesiastiche dopo secoli di guerre religiose.

A giudizio di molti il fondatore delle scienze sociali è Charles-Louis de Montesquieu, il cui libro Lo spirito delle leggi (1748) fu condannato dai gesuiti, dai giansenisti, dalla Sorbona e proibito dal governo. Ciononostante, in due anni ebbe 22 edizioni. Per il grande autore francese tutte le forme sociali esistenti o esistite possiedono specifici ordinamenti che non derivano dallo strapotere dello Stato o dalle caratteristiche generali della natura umane; essi sono piuttosto il risultato dell’interagire di molteplici fattori, di diverse circostanze e connessioni quali il clima, l’ambiente, le tradizioni. In un determinato contesto una certa società raggiunge un equilibrio in cui le pressioni dei fattori esterni e interni si armonizzano. Nel modo in cui si manifesta tale equilibrio si concreta lo spirito delle leggi di una certa società.

L’impostazione di Montesquieu si distacca da quella antica, presente nella riflessione platonica e aristotelica incentrate sulle diverse forme politiche, e attribuisce grande importanza alle “condizioni di vita materiali e sociali”, aprendo così la strada allo studio della complessità dei fenomeni sociali. Centrale nell’opera del pensatore francese è la nozione di legge sociale intesa come quella relazione necessaria che deriva dalla natura delle cose, nozione secondo cui ogni società si struttura in un certo modo a causa dei molteplici fattori che in essa interagiscono secondo determinate regole, che il ricercatore si propone di scoprire [6].

Questa considerazione ci fa intendere che Montesquieu inaugura la concezione nomotetica delle scienze sociali, propria del già menzionato naturalismo, ma da lui concepita in modo non riduzionistico; concezione che si contrappone alla visione idiografica, particolaristica delle scienze sociali che sottolineano la specificità, la particolarità di ogni fenomeno storico e pertanto l’impossibilità di elaborare generalizzazioni, astrazioni, in quanto esse ucciderebbero il particolare. 

Un esempio di particolarismo si palesa nello storicismo assoluto di Benedetto Croce, il quale attribuiva alle scienze naturali un valore puramente pratico e svalutava le scienze sociali in nome del cosiddetto storicismo assoluto, con il quale sarebbe possibile comprendere lo sviluppo razionale dello spirito che si fonda su precisi fatti ed esperienze, al cui studio si dedica la storiografia. Secondo Croce la storia non è il prodotto di cause originarie o leggi trascendenti, ma è espressione del processo immanente di realizzazione dello spirito. Dunque non sono gli uomini che fanno la storia, ma è lo spirito stesso a esserne il protagonista, la cui essenza profonda è costituita dalla libertà.

 

Note:

[1] Karl Marx, Il Capitale, Editori Riuniti, Roma 1997: 5.

[2] Lev Semiovic Vygotsky, Thought and language, M.I.T. Press, Cambridge 1962: 64).

[3] Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche Einaudi, Milano 1958: 87.

[4] Émile Durkheim, Le regole del metodo sociologico, 1895, corsivo nell’originale.

[5] (V. https://plato.stanford.edu/entries/holism-social/).

[6] Friedrich Ionas, Storia della sociologia, Laterza, Roma-Bari 1968, vol. I: 20-23.

04/02/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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