Dalla guerra al terrore all’imperialismo democratico

La sconfitta del modello panarabo e laico nasseriano, delle forze socialiste dopo il crollo dell’Urss, l’aggressione imperialista all’Iraq, la perdurante occupazione e violenza in Palestina favoriscono il sorgere di movimenti islamisti, che sono a più riprese tatticamente sostenuti dal mondo occidentale, per contrastare il comune nemico di sinistra.


Dalla guerra al terrore all’imperialismo democratico

Link al video della lezione tenuta per l’Università popolare Antonio Gramsci su argomenti analoghi

La costruzione di un nuovo nemico dell’imperialismo: il radicalismo islamico

Dopo il crollo del blocco sovietico, il fantasma del comunismo non appare più in grado di tenere insieme le classi dirigenti occidentali e ciò favorisce l’esplodere di rivalità fra le potenze capitalistiche e rende più arduo costruire il consenso intorno al blocco sociale dominante. C’era bisogno di un nuovo nemico globale, necessario anche per giustificare il mantenimento di enormi spese militari, atte ad aggirare la crisi di sovrapproduzione e per togliere consenso a un vasto, anche se spesso confuso, movimento di dissenso al modello economico e sociale dominante, noto come movimento noglobal. La sconfitta del modello panarabo e laico nasseriano, delle forze socialiste dopo il crollo dell’Urss, la guerra contro l’Iraq, la perdurante occupazione e violenza in Palestina favoriscono il sorgere di movimenti islamisti, che sono a più riprese tatticamente sostenuti dal mondo occidentale, per contrastare il comune nemico di sinistra. Tale alleanza di fatto raggiunge un primo suo apice col sostegno agli islamisti afgani impegnati in una terribile guerra civile con le forze comuniste di quel paese, che avevano chiamato in proprio soccorso i sovietici. Gli islamici bosniaci e poi albanesi sono stati sostenuti anche contro la Jugoslavia ancora governata da forze socialiste. Infine l’islamismo radicale sunnita, dominante nei paesi del golfo, è stato sostenuto dall’occidente per contrastare il radicalismo islamico sciita e antisionista dell’Iran e ciò che restava del nazionalismo arabo laico e anticolonialista in Libia, Algeria e Siria.

Al Quaeda e Osama bin Laden

Tuttavia gli islamisti sunniti, sebbene condividano sovente con l’occidente capitalista gli stessi nemici, hanno per altri aspetti interessi contrastanti. Così un’ala particolarmente radicale e reazionaria dell’islamismo sunnita, organizzate nella rete Al Quaeda (la base), guidata dallo sceicco saudita Osama bin Laden, inizia a rivendicare una serie di attentati, spesso oscuri, che colpiscono obiettivi occidentali.

L’attentato dell’11 settembre alle torri gemelle

Certamente il più grave di questi attentati è il terribile, ma per diversi aspetti ancora oscuro, attentato che l’11 settembre 2001 ha colpito le Torri gemelle a New York, in cui sono morte circa 2.750 persone. Dopo un primo momento in cui le forze filosioniste cercano di incolpare la resistenza di sinistra palestinese, è accreditata la rivendicazione di Bin Laden, ospite dei talebani, islamisti radicali che dominano l’Afghanistan dopo la sconfitta dei comunisti.

La guerra al terrorismo di Bush Junior

L’attentato favorisce oggettivamente la politica aggressiva della destra Usa tornata al governo proprio nel 2001 con George W. Bush, favorendone la sua rielezione sino al 2009. Se le elezioni di Bush sono state funestate da pesantissimi sospetti di brogli, che ne avevano posto in dubbio la stessa presidenza, l’attacco terroristico alle Twin Towers, favorisce il tentativo repubblicano di fare del XXI secolo un nuovo secolo americano, in virtù della superiorità del modello statunitense e dell’investitura divina, che renderebbe superflua ogni legittimazione internazionale all’azione di controllo planetario da parte degli Usa. Tale tentativo di scalzare ogni forma di multipolarismo riaffermando gli Stati Uniti come unica nazione egemone, trova la sua legittimazione nel momento in cui Bush si pone alla testa di una crociata contro il nuovo nemico globale, il terrorismo islamico, permettendogli di affermare la sua egemonia non solo sul popolo statunitense, precedentemente spaccato, ma anche sull’intero mondo occidentale.

La guerra in Afghanistan

La parola d’ordine dell’esportazione della democrazia contro la minaccia terrorista consente a Bush di mettere l’esercito Usa a capo della più grande coalizione militare internazionale di tutti i tempi nella guerra all’Afghanistan nel 2001. Vista l’enorme disparità delle forze, doveva trattarsi di una guerra lampo. In realtà la vittoria della coalizione è più apparente che reale in quanto, dopo aver vinto con relativa facilità l’esercito regolare afgano, non è riuscita ad aver ragione della guerriglia afgana ed è ora costretta a ritirarsi, trovando un accordo proprio con i talebani, forti del consenso di una parte significativa della popolazione afgana, ostile all’occupazione occidentale. 

La seconda guerra all’Iraq

Forte del successo ottenuto, Bush Junior cerca di sfruttare la situazione per aver ragione del suo nemico iracheno. In tal caso però, visto che il laico Iraq era uno dei principali ostacoli arabi al terrorismo islamico, gli Usa non riescono a convincere a sostenere la nuova impresa bellica né l’Onu e neppure importanti alleati europei come Francia e Germania, stanchi di doversi porre al servizio della volontà di potenza statunitense. Anche in Iraq la sproporzione di forze consente una vittoria relativamente semplice sull’esercito regolare, anche perché i gravi errori del passato avevano di molto indebolito la leadership del partito Baath. Allo stesso modo, però, gli Usa si trovano a fronteggiare una durissima resistenza, che li costringe da una parte a cooptare, nella divisione delle aree di interesse, le potenze internazionali contrarie all’aggressione all’Iraq e anche gli sciiti irakeni, nonostante i loro stretti legami con l’Iran. Infine, per limitare l’influenza iraniana e costringere in una posizione subordinata il governo sciita, non si oppongono all’affermazione nel nord dell’Iraq e poi nel sud della Siria dello Stato Islamico, organizzazione terrorista sunnita foraggiata in funzione anti sciita e kurda da apparati dello Stato turco e saudita. Solo con il sostegno iraniano in Iraq e in Siria, cui si è aggiunto l’intervento di Hezbollah, della Russia e dei kurdi sostenuti dagli Usa lo Stato islamico alla fine del 2017 è stato abbattuto. Anche se restano sacche di resistenza di fondamentalisti islamici appoggiati dalla Turchia, che ha invaso la Siria orientale per contrastare le tendenze autonomiste dei kurdi.

La politica estera durante la presidenza Obama

I relativi insuccessi di queste guerre hanno fatto, almeno per il momento, fallire il tentativo dei repubblicani Usa di riaffermare la potenza del proprio paese, in una decennale grave crisi economica, grazie alla strapotenza militare. Ciò ha favorito nel 2009 e poi ancora nel 2013 la vittoria del centrista Obama, che ha cercato di salvaguardare l’egemonia Usa più mediante la potenza mediatica che militare. Tale mutamento di strategie e in seguito l’esigenza di un accordo tattico con le forze islamiste contro i governi di Libia e Siria, 

hanno per il momento impedito lo scoppio di quella presunta “guerra di civiltà” propagandata dalla destra Usa fra mondo occidentale e mondo islamico, che rischia di riaccendersi dopo i sanguinosi attentati degli islamisti sunniti in particolare in Francia. D’altra parte proprio il sostegno dato alle forze islamiste e l’abbattimento degli Stati arabi laici, ha favorito lo sviluppo di un fondamentalismo ancora più sanguinario ed estremo di quello di Al Quaeda, lo Stato Islamico, favorendo così un riacutizzarsi della propaganda volta a soffiare sul fuoco della “guerra di civiltà”. Lo sviluppo del potere dell’Isis in Siria e Iraq ha subito una battuta di arresto dopo l’intervento militare di Hezbollah e della Russia che, insieme all’Iran, hanno consentito al governo siriano di sopravvivere alla spaventosa guerra civile finanziata da Turchia e petro-monarchie e indirettamente dalle potenze imperialiste.

Una nuova guerra fredda?

Durante la presidenza Obama si sono riacutizzati i conflitti con i principali paesi che contrastano il predominio statunitense come la Cina, dal punto di vista economico, e la Russia dal punto di vista politico-militare. Il tentativo statunitense di contrastare l’espansione economico-politica della Cina nel Sudest asiatico non pare aver avuto esito positivo, in quanto l’accordo economico fra i paesi del Pacifico, volto a tagliare fuori la Repubblica popolare, non ha avuto successo e alleati storici degli Usa come la Tailandia e le stesse Filippine si sono riavvicinate al gigante asiatico. Anche il tentativo di piegare la Russia di Putin, l’unico paese che al momento appare in grado di tenere testa al predominio statunitense sul piano politico-militare, è sostanzialmente fallito. Infatti l’offensiva statunitense, con la piena complicità degli alleati dell’Unione europea, è sì riuscita a rovesciare il governo filorusso ucraino e a mettere quasi al tappeto il principale alleato russo in medio oriente, il presidente siriano Assad, ma la pronta reazione della Russia gli ha consentito di prendere il controllo della strategica Crimea e di impedire al governo delle destre ucraine di assoggettare i territori orientali russofoni dell’Ucraina. Inoltre, dopo aver sventato in extremis l’aggressione occidentale alla Siria, ha consentito a quest’ultima di passare alla controffensiva contro le forze fondamentaliste islamiche sostenute dalle petromonarchie del Golfo. Ciò ha favorito anche la controffensiva del governo iracheno contro l’Isis nel nord del paese, tanto che gli Stati Uniti – per portare avanti le proprie politiche di smembramento di Siria e Iraq, pilastri della resistenza araba anti sionista e anti fondamentalista – hanno dovuto abbandonare il sostegno alle petromonarchie e sostenere le lotte dei kurdi per l’autodeterminazione. D’altra parte il sostegno alle forze progressiste kurde in Siria, ha spinto la Turchia, intenta da anni alle repressione di tali forze al proprio interno, a riavvicinarsi alla Russia rendendo ancora più complesso il conflitto in atto.

La controffensiva del liberismo in America Latina

Decisamente maggiori successi ha ottenuto la politica statunitense dinanzi alla rivolta di buona parte dei paesi dell’America Latina contro il suo dominio neocoloniale. Alternando sapientemente il sostegno al rovesciamento dei presidenti progressisti di Paraguay, Honduras e Brasile, con la riapertura delle relazioni politiche con Cuba, gli Stati Uniti sono riusciti a isolare la componente più radicale del movimento antimperialista sudamericano, mettendo alle corde il Venezuela, indebolito dopo la morte di Chavez, e costringendo le Farc a cercare una difficile pacificazione con il governo liberal-conservatore colombiano.

I nuovi inquietanti scenari dopo l’elezione di Trump

La politica interna del governo Obama ha invece tradito le aspettative del suo elettorato, che lo aveva portato a un inatteso successo, in quanto si era illuso che la sua elezione potesse consentire ai ceti sociali subalterni e agli afroamericani – da sempre discriminati – di poter alleviare sostanzialmente la propria condizione di oppressione. Al contrario il governo Obama ha scaricato i costi della crisi sui ceti sociali più deboli e non ha contrastato il controllo del partito democratico da parte dei Clinton, rappresentanti della componente del partito più vicina ai poteri forti. In tal modo Hillary Clinton è riuscita a sconfiggere, anche se in extremis e con il decisivo contributo dei grandi elettori, il coraggioso tentativo di Sanders di riabilitare negli Stati Uniti una politica social-democratica. Ciò ha favorito l’inattesa affermazione alle elezioni di Trump, il candidato sostenuto dalla destra radicale statunitense, che ha conquistato anche il voto di ampi settori della classe media e del sottoproletariato con la sua politica populista e demagogica, pur totalizzando 2 milioni di voti in meno rispetto ai democratici.

La riscossa dei democratici

Nelle elezioni del 2020 i democratici hanno riconquistato la presidenza – dopo che Joe Biden, con l’appoggio di tutto il partito e di praticamente tutti gli altri candidati, ha sconfitto l’outsider di sinistra Sanders – e, sebbene di misura, il senato. Il nuovo governo è riuscito a fronteggiare adeguatamente la pandemia, dopo il disastro provocato da Trump. Ha ridimensionato la carica eversiva della destra radicale che – dopo la sconfitta di Trump, da quest’ultimo incitata – aveva preso d’assalto il Campidoglio. A livello internazionale la nuova amministrazione ha ristretto i rapporti con l’Unione europea, portato a termine il ritiro dall’Afghanistan e riaperto la trattativa con l’Iran, individuando i nuovi nemici del mondo occidentale nella Russia e nella Cina.

29/04/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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