Fenomenologia dello spirito IV parte

Analizziamo la seconda parte della Fenomenologia dello spirito dedicata allo sviluppo dell’autocoscienza dal suo sorgere, attraverso la lotta per il riconoscimento, fino al rapporto servo-padrone.


Fenomenologia dello spirito IV parte Credits: https://www.libriantichionline.com/divagazioni/hegel_uomo_si_isola_rinuncia_destino

Link al video della lezione tenuta per l’Università popolare Antonio Gramsci su concetti analoghi

Segue da Fenomenologia dello spirito III parte

L’autocoscienza

La coscienza, giunta al compimento del suo percorso fenomenologico, supera il proprio limite strutturale, ovvero il cercare la verità sempre al di fuori di sé, nell’oggetto della conoscenza. In tal modo, prendendo finalmente a oggetto del proprio conoscere se stessa, la coscienza diviene l’autocoscienza, protagonista del secondo capitolo della Fenomenologia dello spirito in cui l’attenzione e la ricerca della verità si sposta sul soggetto. Tanto più che anche il suo oggetto si è, di conseguenza, sviluppato nel frattempo a sua volta sino a divenire un’altra autocoscienza.

L’autocoscienza, infatti, in quanto tale non può che cercare la verità in sé stessa come un altro, ovvero nell’altra autocoscienza che è divenuta l’unico oggetto alla sua altezza. Al contempo, però, l’autocoscienza sorgendo dalla certezza di essere il fondamento della verità di ogni cosa, non può che togliere questa alterità, riconducendola a sé, facendola sua. Perciò l’attività teoretica, che era stata sino a ora protagonista nell’analisi dello sviluppo della gnoseologia della coscienza, si supera dialetticamente riconnettendosi con la sua attività pratica. Le conquiste teoriche dell’umanità, in cui la coscienza aveva ricercato la verità, cominciano così a intrecciarsi indissolubilmente negli eventi storici di cui è protagonista l’autocoscienza nel corso del suo sviluppo, nel suo percorso fenomenologico.

La Begierde, ovvero la brama o appetito quale prima figura dell’autocoscienza

L’autocoscienza ha la certezza soggettiva di essere ormai divenuta la fonte di ogni verità, ma ha bisogno che tale certezza si realizzi, divenendo una verità oggettiva. La presunzione dell’autocoscienza di essere il fondamento di ogni verità, per comprovarsi deve passare innanzitutto attraverso l’esperienza primigenia della Begierde, ovvero della brama o appetito, mediante la quale il soggetto, per dimostrare di esser divenuto fonte di ogni verità, non si può fermare alla posizione della coscienza che si limita alla contemplazione in funzione della pura conoscenza del proprio oggetto, ma lo deve fare compiutamente proprio. In altri termini deve toglierlo dalla posizione in cui lo aveva posto la coscienza, come fonte della verità e appropriarselo fino in fondo.

Ecco, dunque, che l’autocoscienza al suo sorgere dalla coscienza ancora inconsapevole di sé, ancora intenta a ricercare la propria verità nell’altro da sé, fa suo, nel modo più immediato e radicale questo altro, facendolo proprio nell’atto stesso del divorarlo. In tal modo, però, emerge subito il limite strutturale necessario di questa autocoscienza ancora primigenia, al contempo primitiva e infantile, dal momento che per affermarsi come fonte di ogni verità ha sempre e costantemente bisogno di un nuovo oggetto, da togliere per potersene appropriare. In tal modo, tale brama o appetito rischia di divenire insaziabile, di rimanere ferma al mero dover essere in cui non a caso restava impigliato il principio puramente soggettivo della filosofia di Fichte che, pur ponendosi quale principio primo della Dottrina della scienza, aveva sempre bisogno dell’altro da sé, per quanto tendesse a nullificarlo come mero non-Io, per potersi realizzare. Ma, proprio perciò, tale realizzazione è destinata, come la fatica di Sisifo, a non compiersi, a non appagarsi mai. Tanto che l’autocoscienza al proprio sorgere sembra ancora molto prossima allo stato naturale, animale, da cui è sorta ponendosi per sé. Dal momento che si limita a divorare l’altro da sé, il frutto naturale che coglie, l’animale che caccia o il pesce che pesca.

La lotta per il riconoscimento

Per superare tale costante dileguare della propria stessa realizzazione, mediante la negazione assoluta del proprio oggetto, in funzione dell’affermazione di se stessa, che rischia di produrre una brama incolmabile dell’assoluto e una frustrazione per il costante sottrarsi della verità che si era, infine, sicuri di aver fatto propria, c’è bisogno di un oggetto che pur non dileguando nella immediata Begierde, quale brama o appetito dell’autocoscienza primigenia, la riconosca al contempo quale fondamento di ogni verità.

Tale riconoscimento non può che essere opera di un’altra autocoscienza, che è del resto l’unico oggetto all’altezza dell’autocoscienza, l’unico che può considerare come vero, senza perdere la certezza di essere la fonte di ogni verità. Del resto l’implicito riconoscimento del precedente oggetto della brama o appetito, che immediatamente divora, non può mai bastare all’autocoscienza, che necessita di dimostrare la verità della propria certezza di essere la fonte di ogni verità. Altrimenti resterebbe un tesoro sostanzialmente inutile, come un’enorme ricchezza di cui non ci può appagare, sino a che non se ne fa sfoggio davanti agli altri. Tale nuova sfida implica il confronto-scontro con un oggetto che è finalmente allo stesso livello dell’autocoscienza. Il riconoscimento del quale, quindi, non si potrà certo dare per scontato, in quanto non solo anche l’altra autocoscienza è necessariamente libera, autonoma e indipendente, ma è altrettanto convinta della prima di essere la fonte di ogni verità, la cui certezza ha ora altrettanto bisogno di dimostrare.

Ciò fa sì che tale incontro fra le due autocoscienze si debba nuovamente spostare dal piano teoretico astratto, al piano pratico concreto e l’incontro con il proprio Sé come un altro non può certo essere pacifico, in quanto nessuno può essere disposto a riconoscere niente altro che stesso come fonte di ogni verità. Perciò l’incontro fra le due autocoscienze non produce, immediatamente, nessun riconoscimento, come pretenderebbero entrambe, ma si rovescia altrettanto immediatamente e necessariamente nel suo opposto, nello scontro, nella lotta per il riconoscimento, dal momento che ciascuna autocoscienza non potrà che far di tutto per costringere l’altra a riconoscerla quale fonte di ogni verità, per rendere oggettiva la propria certezza soggettiva.

L’uscita dallo stato di natura e la fondazione di una convivenza civile fra gli individui non avviene, dunque, come si erano illusi i giusnaturalisti, attraverso un pacifico contratto sociale fra pari, ma deve necessariamente passare attraverso la prova del fuoco di una lotta per la vita e per la morte. Non è più tale lotta, ancora propria dello stato di natura della Begierde, perché tale momento è ormai superato, proprio nella lotta senza quartiere per il riconoscimento. Tale esperienza primigenia della lotta per il riconoscimento non va considerata semplicemente come la testimonianza di un lontanissimo passato destinato a non ritornare e costantemente distante da noi.

Del resto un discorso analogo vale per la stessa Begierde. Non solo in quanto ogni individuo per potersi sollevare progressivamente al sapere assoluto non può che ripercorrere, nel proprio personale e inaggirabile percorso fenomenologico, tali esperienze primigenie, ma in quanto esse ci si ripresentano in funzione subordinata nella vita di tutti i giorni, anche quando siamo divenuti persone mature. Così, ad esempio, l’esperienza della Begierde oltre che immediatamente nell’ingordigia e incontinenza, si riproduce nella smania del possesso, nella furia del collezionista, nella brama per un sempre crescente accumulazione di ricchezze, di cariche, di donne nel caso del seduttore, in questa febbrile ansia di realizzarci mediante la presa di possesso dell’altro da noi, pur sviluppando al contempo la tragica consapevolezza che tale brama, tale Begierde non può che essere senza fine, non può che sfociare in quella cattiva infinità di cui finiva con il rimanere prigioniera la filosofia dell’idealismo soggettivo di Fichte, la quale non poteva che sfociare nel titanismo irrealizzabile del romanticismo.

Per quanto concerne la lotta per il riconoscimento essa si riproduce ogni volta che incontriamo un nostro simile e pretendiamo sempre che sia lui il primo a compiere il necessario atto di riconoscimento anche attraverso il semplice saluto. Tanto che quando tale riconoscimento non va in porto, sia nel caso che nessuno dei due si pieghi alla pretesa dell’altro, sia quando – per evitare ciò – si riconosce per primi l’altro o peggio lo si fa troppo calorosamente senza essere quantomeno contraccambiati. Proprio, perciò, anche la primigenia lotta per il riconoscimento non può pensare di concludersi con la lotta per la vita e per la morte fra due autocoscienze che avanzano entrambe la pretesa di essere riconosciute dall’altro come fonte di ogni verità. In effetti non solo la morte di entrambi, ma anche quella di uno solo dei due contendenti non risolve la questione in quanto non produce il riconoscimento dell’altro. Allo stesso modo per cui il braccio di ferro per essere riconosciuti per primi nell’incontro con l’altro non può avere successo per nessuno dei due contraenti se entrambi si irrigidiscono nella propria posizione pur di non riconoscere l’altro o se il riconoscimento è del tutto unilaterale. Tanto che se uno non mi saluta difficilmente sarà ancora salutato da me e, allo stesso modo, se l’altro mi saluta e io non faccio in tempo a contraccambiare, per difendere la certezza che ho di me stesso, corro inevitabilmente il rischio di non essere più riconosciuto mediante il saluto in futuro.

Il rapporto servo padrone

Perciò una delle due autocoscienze non potrà, infine, che preferire sottomettersi all’altra per paura della morte, in primo luogo propria, ma in secondo luogo di entrambi i contendenti o anche solo del proprio antagonista, in quanto in ognuno dei tre casi non si potrà ricevere dall’altro la conferma della propria certezza di essere la fonte di ogni verità e tale certezza rimarrà una mera aspirazione soggettiva, ovvero un puro e semplice dover essere.

Proprio perciò anche gli uomini primigeni hanno dovuto apprendere a non portare sino in fondo la lotta per la vita e per la morte e chi non lo fa, restando fermo alla posizione della Begierde, non può che essere considerato un animale, ovvero un selvaggio o un folle. Tale è ancora oggi giustamente considerato chi porta fino alle estreme conseguenze un diverbio sorto per stabilire chi dovesse avere, ad esempio, la precedenza fra due automobilisti. Egualmente non potrà che venir considerata negativamente l’autocoscienza che si auto-condanna alla retrocessione allo stato di natura della Begierde, non risparmiando l’altra autocoscienza che per paura della morte e della retrocessione a pura brama e appetito si è piegata sino a riconoscere per prima e in maniera unilaterale l’altra autocoscienza. In tal modo, in effetti, questa autocoscienza si auto-impedirebbe di praticare il proprio stesso obiettivo, ovvero essere riconosciuta dall’altra.

Ecco perché anche i primi scontri per la vita e per la morte fra le tribù primitive hanno finto per evolversi, mediante la sottomissione degli sconfitti e il conseguente risparmio della loro vita da parte dei vincitori che, così, realizzano il proprio obiettivo di essere riconosciuti. Il rapporto che in tal modo si istituisce, essendo il risultato di una lotta per la vita e per la morte, non sarà mai un rapporto paritario come quello del contratto, ma sarà un rapporto fondato proprio sulla radicale negazione dell’eguaglianza, dal momento che il vincitore risparmia il vinto unicamente per vedersi riconosciuto nella sua pretesa di essere la fonte – di conseguenza necessariamente unica – di ogni verità. Si afferma così la prima forma di convivenza civile fra gli uomini, la quale non potrà che essere segnata da un rapporto di dominio, come quello che si instaura fra schiavo e signore e, poi, fra servo e padrone.

02/06/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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