Giulio Cesare Vanini: un precursore del materialismo e della laicità del pensiero (Parte I)

In questa prima parte del nostro sguardo sul pensiero di Vanini, verrà inquadrata la categoria della dissimulazione, strumento fondamentale con cui il filosofo veicola i suoi contenuti materialisti, atei e irreligiosi.


Giulio Cesare Vanini: un precursore del materialismo e della laicità del pensiero (Parte I)

Giulio Cesare Vanini è un personaggio storico purtroppo poco conosciuto in Italia, ma che andrebbe riscoperto e valorizzato perché rappresenta un importante precursore del materialismo. I contenuti del suo pensiero sono incredibilmente radicali e avanzati rispetto all’epoca in cui vive, e per certi versi anche rispetto al giorno d’oggi, se si considera la cultura dominante, egemonizzata da un pensiero intriso di moralismo confessionale, e allo stesso tempo dove l’irrazionalismo superstizioso ha ampissimo spazio nel senso comune.

Il contesto storico in cui vive Vanini – nato a Taurisano (Lecce) nel 1585 e arso vivo a Tolosa nel 1619 – è quello del periodo barocco dell’Inquisizione, descritto magistralmente nella sua caccia a streghe ed eretici nel romanzo La Chimera di Sebastiano Vassalli, anche se la condanna al rogo per “ateismo e bestemmie contro il nome di Dio” di Vanini non viene inflitta dall’Inquisizione ma dal Parlamento di Tolosa, in un’epoca in cui mettere in discussione Dio era considerato un atto sovversivo anche dal potere temporale.

Il materialismo, l’ateismo, la visione della morale sessuale, lo smascheramento dell’uso politico della religione, il riportare la verità alla ragione e alla natura, sono elementi tutt’oggi scottanti e attuali, e vedremo in dettaglio come vengono trattati da questo filosofo, prendendo come filo conduttore il tema della dissimulazione.

In questa prima parte, verranno date le coordinate generali di questo tema (cos’è la dissimulazione), mentre nelle due parti successive si analizzeranno dettagliatamente le tecniche dissimulatorie in Vanini (come la utilizza) e i contenuti che esse veicolano (perché la usa).

Schopenhauer dice che “Vanini fa affidamento sulla malignità del suo lettore”: il suo uso della dissimulazione è fondamentale su due piani:

  1. costituisce un elemento difensivo dalla repressione in tutte le sue forme; a tal proposito, va ricordato che all’epoca l’uso della dissimulazione era legittimato e sostenuto da diverse correnti eretiche, come difesa della libertà interiore (un esempio fondamentale ne è il trattato di Torquato Accetto Della dissimulazione onesta [1], del 1641).
  2. contribuisce a collocarlo nel filone del libertinismo erudito, ossia una concezione della trasmissione del sapere di tipo iniziatico, per i pochi che sanno andare al di là della superficie e capire il messaggio cifrato che vi è nascosto; va notato però come la scelta esistenziale di Vanini, che comprende la predicazione e il proselitismo clandestini, anziché un ritiro più sicuro nell’ambito di circoli intellettuali o accademici, sia radicalmente diversa da quella “salottiera” degli atei libertini a lui contemporanei o di poco posteriori, come Michel de Montaigne o Cesare Cremonini, per esempio.

Seicento: secolo della dissimulazione

La dissimulazione nel Seicento ha dimensione generale, riguarda, oltre all’ambito intellettuale e alle pratiche di governo, la mentalità comune (Rosario Villari definisce il Seicento “il grande secolo della dissimulazione” [2]), e persino la dimensione esistenziale (nella prefazione al sopracitato trattato di Accetto, Salvatore Nigro dà una suggestiva immagine dell’uomo barocco, centrato sulla “segretezza” fonte di libertà: “L’uomo barocco è «chiuso». Le «finestre» sono cieche e artificiose. Non sul petto dovrebbero aprirsi. Ma direttamente sul cuore squarciato. Sulle sue fughe in profondità. Il segreto fonda l’uomo barocco. E, nell’ombra, o nel silenzio, lo rende libero. Nel bene e nel male” [3]).

Il tema dell’inganno e del camuffamento permea tutta la filosofia barocca e persino la letteratura: Paolo Sarpi nelle Lettere scrive: “Una maschera sono costretto a portar, per quanto nessuno possa farne a meno se vive in Italia” [4]; Michel de Montaigne nei Saggi definisce la dissimulazione come “la qualità più notevole di questo secolo” [5]; troviamo anche nel Macbeth di Shakespeare un passo significativo, quando Lady Macbeth dice: “Per ingannare l’attimo assumerete il colore dell’attimo … datevi un’aria di fiore innocente ma siate, sotto sotto, la serpe” [6]. Lo spirito del tempo, insomma, manifesta ovunque una dissociazione tra il reale e l’ideale.

Cos’è la dissimulazione e quali sono i suoi rischi

Chiariamo innanzitutto il significato del termine “dissimulazione” nella sua polivalenza, per comprendere in quale accezione esso vada preso in esame per quanto riguarda l’opera di Vanini.

La dissimulazione è un elemento universalmente costante nell’interazione fra gli esseri viventi: in natura essa serve alla sopravvivenza (si pensi agli stratagemmi mimetici di molti animali e vegetali, i primi per sfuggire ai predatori e i secondi per avere aspetto invitante finalizzato alla diffusione dei semi attraverso le altre creature che se ne cibano). Nell’uomo il suo uso non è legato alla mera sussistenza e si estende a sfere diverse, ed è con ogni evidenza un elemento costante, tanto che si può considerarla un dato permanente della natura umana. La dissimulazione universalmente presente in natura, dunque priva di dimensione storica, è però una cosa diversa dalla dissimulazione che ci interessa parlando di Vanini: quella storicamente teorizzata e razionalizzata da filosofi, teologi, politici e giuristi.

Questo tipo di dissimulazione è un importante fenomeno storico, legato soprattutto alle politiche di persecuzione dell’eterodossia e dell’eversione.

Un’ulteriore precisazione terminologica va fatta nel distinguere la dissimulazione dalla simulazione: entrambi i fenomeni hanno a che fare con l’inganno, ma mentre il simulare consiste nel fingere di essere qualcosa che non si è, la dissimulazione è in un certo senso il contrario, ossia il nascondere ciò che si è. La dissimulazione è una sorta di silenzio, una verità taciuta, mentre la simulazione è una falsità detta a piena voce.

Questa distinzione è importante perché fa capire come la dissimulazione sia in relazione con le categorie del “nascondimento”, del “velo”, e dunque sia una tecnica di carattere essenzialmente difensivo, e pertanto legittimabile ai fini della protezione personale e della salvaguardia della libertà di pensiero, in contesti dove tale libertà è limitata nella sua espressione.

Come è stato rilevato da molti, nella letteratura dissimulatoria esistono rischi di errore di decodifica del messaggio nascosto, di utilizzo strumentale del testo, di manipolazione del testo stesso in base a preconcetti. Anche leggendo Vanini questa difficoltà è presente: spesso si ha l’impressione che in un certo passaggio stia dissimulando, ma si resta col dubbio che la nostra interpretazione possa essere arbitraria, e l’unico elemento “oggettivo” a cui ci si può appigliare per supporre o meno una cifratura del testo consiste nel rintracciarvi contraddizioni interne e stabilire quale delle due affermazioni in reciproca contraddizione sia quella “dissimulata”. Perfino Michel Onfray, nel suo noto Trattato di ateologia, cade nell’inganno e sostiene la tesi che Vanini non fosse ateo: “questo pensiero ossimorico non nega la provvidenza, il cristianesimo, il cattolicesimo, ma in compenso rifiuta nettamente l’ateismo […] Tutto ciò non ne fa un ateo […] quanto più probabilmente una specie di panteista eclettico”. La sua condanna quindi sarebbe dovuta alla sua eterodossia e non al suo ateismo [7].

La categoria della dissimulazione nella storia del pensiero

Conoscere il panorama culturale di cui l’autore si nutre e collocarlo nel suo contesto storico è utilissimo per limitare i preconcetti interpretativi, ecco dunque una rapida carrellata dell’evolversi del ruolo della categoria della dissimulazione nella storia del pensiero.

In ogni epoca i pensatori hanno sviscerato il problema dell’accettabilità o meno della pratica dissimulatoria.

Agostino ha una posizione netta di condanna del mentire, mentre l’eresia priscillianista, per esempio, giustificava la dissimulazione rifacendosi a elementi delle Sacre Scritture.

Altri padri della Chiesa (Origene, Clemente di Alessandria, Giovanni Crisostomo) sostennero una posizione intermedia di legittimazione della menzogna, utilizzando il concetto di intenzionalità come discrimine (e qui è evidente l’implicazione del tema del libero arbitrio e tutta la discussione che ne consegue).

Tommaso d’Aquino distingue fra dire deliberatamente il falso e tacere la verità (simulazione/dissimulazione), condannando in modo totale solo il primo caso.

È nota poi la contrapposizione fra Erasmo, che difende la dissimulazione, e Calvino, che condanna ogni forma di quello che lui definisce “nicodemismo” (il fingersi cattolici per sfuggire alla persecuzione).

Nella tradizione gesuitica la questione ha ampio spazio e ci si concentra soprattutto sull’aspetto della “riserva mentale” e della sua ammissibilità.

Anche l’ambito del cosiddetto “occultismo” del Cinque-Seicento ha rilevanza in questa indagine, del fenomeno della dissimulazione (soprattutto religiosa) nelle sue sfaccettature. Nel suo amalgama di tradizioni e dottrine (riguardanti astrologia, divinazione, numerologia, alchimia ecc.) il suo leitmotiv è infatti la concezione di una conoscenza di tipo esoterico e segreto, pericolosa se comunicata alle “masse incolte”.

Un ambito imprescindibile per capire l’opera di Vanini è quello dell’aristotelismo naturalistico di Pomponazzi, con i suoi spunti averroistici di forte separazione fra verità a fede: anche qui ci si inserisce in un contesto di parziale giustificazione del dissimulare.

Ovviamente, nel pensiero libertino e scettico tale giustificazione è totale e si lega alla proclamazione della necessità per il pensatore di conformarsi esteriormente ai costumi tradizionali (tre esempi: grande enfasi vi pone Cremonini, Charron concepisce una vita morale indipendente dalla religione e Montaigne considera il dissimulare un’importante qualità, se non usata verso se stessi).

La necessità di dissimulare è esplicitata da Bruno, Campanella, Cardano, Sarpi. Bruno la definisce “scudo della verità” [8]. Campanella dedica ampio spazio al tema del “teatro del mondo”, di uno strutturale portare una maschera che toglieremo solo nel giorno del giudizio. Cardano si sofferma molto sull’aspetto corporeo di tale pratica, del recitare una parte. Sarpi nel suo distinguere fra interno ed esterno, nel promuovere l’uso della ragione all’interno e del conformismo all’esterno, sembra rifarsi a un’etica duale di matrice senechiana, ripresa negli stessi anni dalla cultura libertina.

 

Segue nel numero 392 di questo giornale.

 

Note:

[1] Torquato Accetto, Della dissimulazione onesta, a cura di S. Nigro, Einaudi, Torino 1997.

[2] Rosario Villari, Elogio della dissimulazione, Laterza, Bari 1993.

[3] Salvatore Nigro in Introduzione a Torquato Accetto, op cit.

[4] Paolo Sarpi, lettera a J. Gillot, in Lettere ai Gallicani, a cura di B. Ulianich, Wiesbaden, 1961.

[5] Michel de Montaigne, Saggi.

[6] William Shakespeare, Macbeth, atto I scena V.

[7] Michel Onfray, Trattato di ateologia, Fazi Editore, 2005, p. 37.

[8] Giordano Bruno, Spaccio della bestia trionfante.

10/06/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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