Gli stadi dell’esistenza

Gli stadi dell’esistenza concepiti da Kierkegaard – che riduce l’uomo all’individuo singolo – e l’apologia di una fede irrazionalistica e antitetica all’etica


Gli stadi dell’esistenza Credits: https://www.illibraio.it/libro-vita-kierkegard-333173/

Link al video della lezione su temi analoghi tenuta per l’Università popolare Antonio Gramsci

Segue da “Kierkegaard

Gli stadi dell’esistenza

L’uomo è condannato da Kierkegaard alla dimensione – necessariamente asfittica – del singolo, per la sua posizione apologetica della coscienza infelice cristiana, che aliena la propria essenza generica nella dimensione estraniata di una divinità infinitamente superiore. Ciò è dovuto al suo rifiuto pregiudiziale della dialettica, al rimanere aggrappato alle certezze dell’intelletto che non riesce a comprendere, giudicandola addirittura contraddittoria, la compresenza nell’uomo di singolarità e universalità, generica e razionale. Tale impostazione è legata alla posizione radicalmente nominalista di Kierkegaard, volta a negare, come tutti i pensatori reazionari, qualsiasi legittimità alla universalità, al fine di difendere i propri meschini privilegi di rentier, di intellettuale socialmente parassita, dal concetto stesso di eguaglianza fra gli uomini.

Per altro l’impostazione di Kierkegaard da ribelle aristocratico dinanzi alla modernità, all’illuminismo, alla società liberal-democratica, ai diritti dell’uomo etc., lo porta a considerare umani solo tre tipologie di individui – per altro tutti espressione della classe dominante – ossia il decadente estetista snob e dongiovanni, il conformista filisteo borghese e il fondamentalista religioso che, attraverso la propria condizione esistenziale aristocratica, abbraccia una fede del tutto irrazionale, immorale e antitetica alla stessa vita etica. 

Dunque, a parere di Kierkegaard, vi sarebbero solo tre differenti stadi dell’esistenza: la vita estetica ed etica descritte in Aut Aut del1843. Di tale opera, dal titolo originale di Enten-Eller, sono inseriti il Diario di un seduttore e un saggio sul Don Giovanni di Mozart, in cui Kierkegaard rappresenta in modo sostanzialmente critico l’intellettuale decadente borghese che, nel suo individualismo esasperato resta al primo livello di sviluppo della ragione individuale attiva, ovvero all’uomo del piacere. Vi sarebbe, infine, come unica presunta reale alternativa agli evidenti limiti dello snobismo e del conformismo piccolo borghese, la vita religiosa, nel senso di un fideismo assolutamente cieco e antirazionale, descritta da Kierkegaard in Timore e tremore del 1843. Naturalmente, nella prospettiva reazionaria di Kierkegaard, non è nemmeno concepibile l’intellettuale impegnato socialmente e politicamente per l’emancipazione del genere umano, la donna, il proletario, il rivoluzionario, etc.

Questi tre presunti modelli di vita possono essere considerati secondo Kierkegaard sia stati dell’esistenza, ovvero modi d’essere che permangono per tutta la vita di un singolo o anche stadi, ossia momenti successivi della vita di un singolo. Non si tratta, naturalmente, di momenti dialettici, in quanto non implicano il superamento dialettico, la sintesi – ridotta intellettualisticamente da Kierkegaard alla mera compresenza degli opposti riassumibile nella formula dell’et…et, ma si esprimono nella forma radicale dell’aut aut: scegliere uno stadio implica un salto, una rottura completa, una negazione assoluta dell’altro.

La vita estetica

La vita estetica è rappresentata dalla figura del Don Giovanni di Mozart, incarnata da Johannes protagonista del Diario di un seduttore. L’esteta è colui che sceglie di non scegliere, che vive all’insegna della novità e dell’avventura, che si propone di fare della propria vita un’opera d’arte, da cui sia bandita la monotonia. L’esteta è colui che si lascia vivere rifiutando di assumere ruoli o responsabilità sociali, che passa di esperienza in esperienza senza mai definirsi attraverso una identità stabile. In questo modo non costruisce un proprio io, ma vive nell’attimo, nell’immediatezza, non si esprime come individualità. Il godimento estetico si ripete in infinite varianti (che possono essere espresse solo dalla musica: giocata intorno a varianti e riprese dello stesso motivo): Don Giovanni non ama nessuna donna in particolare, ma tutte le donne, egli ama la sensualità in quanto tale. L’esteta si disperde nelle cose e nelle esperienze e non costruisce se stesso, manca di una personalità, di un io. La vita estetica è condannata alla noia (che segue alla vanità del piacere) e alla disperazione (che riguarda il rapporto dell’uomo con se stesso), dovuta al fallimento esistenziale. L’esteta non riuscendo a costruire una propria identità avverte il vuoto della propria esistenza.

La vita etica

La vita etica è rappresentata dalla figura del marito – Kierkegaard, in particolare, descrive il personaggio del giudice Wilhelm – che sceglie di scegliere, si impegna in un ruolo, in un compito al quale rimane fedele. La vita etica, a differenza di quella estetica che cerca in ogni istante il nuovo, si contraddistingue per la sua fissità; chi vive eticamente sceglie la propria vita e afferma la propria identità nella costante ripetizione dei propri compiti. Nella vita etica l’individuo si sottopone a una forma, a un modello universale di comportamento, è la scelta della normalità. Tuttavia anche lo stadio etico è destinato al fallimento, anche se sta su un piano più alto rispetto alla vita etica. L’emergere della personalità nello stadio etico conduce al riconoscimento di sé che è, allo stesso tempo, riconoscimento di fronte a dio e, quindi, consapevolezza della propria natura limitata e della propria inadeguatezza. Questa presa di coscienza porta al pentimento, quale riconoscimento della propria finitudine, in quanto tale, peccaminosa. Inoltre nella generalità della vita etica, connessa alla ritualità dei comportamenti, l’individuo non riesce a trovare veramente se stesso e la propria singolarità genuina (si corre il rischio del conformismo sociale): in ognuno esiste infatti un’ansia di infinito che non si lascia racchiudere nei limiti della tranquilla esistenza del marito o dell’impiegato. Da ciò il bisogno di un’esperienza più profonda e coinvolgente grazie a cui l’individuo – vincendo l’angoscia e la disperazione – possa davvero realizzarsi come singolo. Tale sarebbe esclusivamente la vita religiosa.

La vita religiosa

L’esistenza è, secondo Kierkegaard, una contraddizione irrisolta e irrisolvibile perché o l’individuo rinuncia a costruire il proprio io, come fa l’esteta e finisce per non essere, o si riconosce come persona, come avviene nella vita etica, ed entra in un contrasto insanabile con se stesso, in quanto l’individuo si sa finito, ma aspira all’infinito. La contraddizione non può essere risolta, ma può essere superata. Tale superamento può avvenire solo tramite un salto qualitativo, che non è spiegabile nei termini della ragione, perché è fondato unicamente sulla volontà: questo salto è costituito dalla fede.

L’opposizione fede-etica

La fede è intesa da Kierkegaard come paradosso e segna una rottura con l’etica ed è simboleggiata dalla figura di Abramo che riceve da Dio l’ordine di sacrificare suo figlio e Abramo obbedisce: in questo modo tradisce i suoi compiti di uomo e di padre, si pone completamente al di fuori dell’etica. La sua vicenda risulta incomprensibile al di fuori della fede – la figura di Abramo nella filosofia razionale di Hegel rappresenta la massima scissione fra uomo e dio, mentre nella prospettiva di una religione irrazionalista di Kierkegaard Abramo diviene, addirittura, l’emblema della fede, dell’uomo religioso. Per Kierkegaard, nell’etica – con il consueto riferimento polemico verso la concezione hegeliana – l’individuo sarebbe subordinato al generale, all’universale, alla norma, alla legge, alla società e troverebbe in essi il proprio fine. Al contrario nella fede, il singolo, in virtù del suo rapporto irripetibile con dio, sarebbe al di sopra del generale: Abramo non è di fronte a dio in quanto membro di un popolo e il comando di dio non si pone sul piano dell'universale, perché non è valido per tutto il popolo, ma solo per Abramo, quindi è in relazione all’individuo, che vive il suo rapporto con dio in solitudine. Con il salto nella fede l’uomo non si illuderebbe più della sua autosufficienza e riconoscerebbe la sua dipendenza da dio – al quale solo tutto è possibile. In tal modo, solo grazie alla fede l’individuo potrebbero superare l’angoscia e la disperazione, che sarebbero altrimenti delle condizioni esistenziali dell’uomo.

La possibilità e l’angoscia

L’esigenza per l’uomo di compiere il salto nella fede viene ricondotta da Kierkegaard all’angoscia. L’angoscia nasce nell’uomo dalla consapevolezza di sé, cioè della sua libertà. L’angoscia è sentimento del possibile e si manifesta con l’aprirsi al singolo delle infinite possibilità, tra cui quella del peccato. L’individuo è solo di fronte alle proprie scelte e ogni scelta è irreversibile e dalla scelta dipende il proprio destino. La possibilità – quale connessione del possibile con l’avvenire – è legata a ciò che può essere e ha perciò, secondo Kierkegaard, un carattere negativo e paralizzante. Esistere significa scegliere, l’individuo non è quel che è, ma ciò che sceglie di essere, anche la rinuncia a una scelta è, comunque, una scelta. L’angoscia dinanzi alla scelta è paragonata da Kierkegaard alla vertigine che ci prende guardando un abisso di cui non si vedono i limiti, così come non si possono vedere le conseguenze della nostra libertà. L’angoscia si differenzia dalla paura: quest’ultima ha sempre una causa, l’angoscia no, è paura del nulla, è apparentemente immotivata, è un dolore che sembra sorgere dal semplice esistere.

La connessione fra l’angoscia, la possibilità e la libertà

Secondo Kierkegaard l’io nasce dalla possibilità di peccare: l’uomo nello stato di innocenza non è peccatore perché non può scegliere, ma in quanto non può scegliere non è libero e non è, quindi, un individuo. La possibilità di peccare è essenziale perché l’uomo diventi spirito, coscienza, ma al tempo stesso espone l’uomo all’eventualità della colpa e della dannazione: aspetto paradossale e contraddittorio dell’uomo, che per questo diventa preda dell’angoscia. La possibilità del peccato è terribile eppure è indispensabile per diventare individui liberi. Secondo Kierkegaard è una contraddizione che non si può sciogliere, come pretende Hegel, ma resta insolubile, genera angoscia e apre il singolo alla possibilità della fede.

La disperazione

Mentre l’angoscia riguarda il rapporto dell’uomo con il mondo – sentimento del possibile di fronte alle infinite possibilità – la disperazione riguarda il rapporto dell’uomo con se stesso, significa per Kierkegaard vivere la morte dell’io, avvertire se stesso come insufficiente e non poter andare oltre se stesso, proprio perché la concezione individualista, che tende a naturalizzare la condizione dell’uomo borghese, rende impossibile superare i propri limiti nella dimensione pubblica, collettiva. L’unica soluzione è, perciò per Kierkegaard, accettare la disperazione stessa, negarsi come autosufficienza per sentire la propria dipendenza da dio. L’unica via d’uscita è il salto nella fede. Il peccato aveva reso incolmabile la distanza tra l’uomo e dio; il cristianesimo che è irrazionale, che è paradosso perché ha come fondamento l’incarnazione – dio che si fa uomo per salvare ogni singolo – rende possibile l’incontro, sul piano esistenziale con il Cristo. Il cristianesimo significa far entrare dio nella vita di ognuno, costringendolo a pensare la propria esistenza in termini diversi è, quindi, per Kierkegaard una risposta alle proprie contraddizioni, alla contraddittorietà del proprio esserci.

11/07/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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