Il mondo come volontà e rappresentazione

Proseguiamo questa nostra ripresa della distruzione della ragione con la trattazione del pensiero conservatore e reazionario di Schopenhauer


Il mondo come volontà e rappresentazione Credits: https://www.studiarapido.it/arthur-schopenhauer-la-vita-e-un-pendolo-che-oscilla-tra-dolore-e-noia/

Link al video della lezione tenuta per l’Università popolare Antonio Gramsci su questo argomento

Segue da “Schopenhauer

Il duplice significato dell’interessamento di Schopenhauer per il mondo orientale

Arthur Schopenhauer manifesta un grande interesse per l’antica sapienza delle arcaiche civiltà orientali pre-elleniche. Insieme ai romantici e a G. W. F. Hegel è tra i primi a sviluppare questo interesse. Ma, al contrario di Hegel, che le considera un primo e importantissimo passo nella storia della civiltà umana, Schopenhauer da autentico reazionario intende questo primo e più primitivo momento di sviluppo della civiltà umana come il più elevato, riducendo l’intera cultura successiva a un’unica e continua decadenza. Tale posizioni è in sé a tal punto reazionaria, da comportare una critica e una completa svalutazione della cultura occidentale dall’antica Grecia alla più avanguardistica modernità. Si tratta di una presa di posizione a tal punto inattuale da portare Schopenhauer a sviluppare una critica da destra all’ideologia europea della guerra fra civiltà, quale presupposto del colonialismo, del quale Schopenhauer è un acuto critico, anche se da una posizione ultra-reazionaria. Tanto più che Schopenhauer tende a riprendere e valorizzare solo gli aspetti più irrazionali e antiprogressisti della antichissima cultura orientale, che contrappone al razionalismo occidentale, e non considera come Hegel la cultura orientale un primo momento di sviluppo della cultura umana, ma come il primo e ultimo, nel senso di una radicale negazione di quasi tutta la storia della cultura e della civiltà umana. Dunque, per contrastare, nel modo più reazionario, l’idea stessa di progresso e di sviluppo storico, sotto qualsiasi punto di vista, Schopenhauer non esita a condannare oltre due millenni di storia umana. Da questo punto di vista solo un pensatore ancora più estremisticamente reazionario come Friedrich Nietzsche potrà pretendere di criticare Schopenhauer da destra, per le sua posizioni troppo “moderate” e conservatrici, ovvero troppo disponibili a scendere a compromessi con lo spirito del proprio tempo, ovvero con lo spirito della modernità.

Dalla distinzione fra fenomeno e noumeno al mondo come volontà e rappresentazione

Schopenhauer muove, al contrario dell’idealismo, dall’estremizzazione del dualismo kantiano fra fenomeno e noumeno. Mentre per Kant il fenomeno costituisce l’unica realtà accessibile alla mente umana, è l’oggetto che esiste fuori dalla coscienza ed è appreso mediante le forme a priori delle nostre facoltà conoscitive, il noumeno è il concetto limite, la realtà indipendentemente dal soggetto che la esperisce, che indica il limite anti-trascendente e la centralità delle nostre capacità conoscitive (la nota rivoluzione copernicana, che rivela come sia l’uomo il legislatore della natura e non più una divinità). Schopenhauer, invece, riduce il fenomeno a mera parvenza, illusione, sogno, al “velo di Maya che si frappone fra noi e la realtà”, ovvero alla mera rappresentazione che esiste solo nella coscienza. Perciò, riprendendo George Berkeley, Schopenhauer asserisce: “il mondo è la mia rappresentazione”, ossia è un mero prodotto del soggetto rappresentante, non nel senso del soggetto trascendentale, ma del soggettivismo individualista dell’io empirico. Schopenhauer nella sua lettura revisionista di Kant riduce le dodici categorie alla sola categoria della causalità che con spazio e tempo costituiscono le sole forme a priori. Il noumeno è, nell’interpretazione rovescista di Schopenhauer, il fondamento, il principio, la realtà nel senso più forte del termine che si cela dietro il fenomeno e che il filosofo avrebbe il compito di scoprire. Mentre per Kant il noumeno è l’inconoscibile che serve a rafforzare l’importanza nella gnoseologia dell’Io penso, per Schopenhauer solo lui stesso sarebbe stato in grado di conoscere il mondo nella sua nascosta verità noumenica. Comprendendo che il mondo si fonda, è il prodotto dell’irrazionale istinto alla sopravvivenza dell’essere vivente. Non è altro che la volontà soggettivistica di affermarsi schiacciando necessariamente gli altri.

L’idealismo della volontà di Schopenhauer

Come sarebbe stato possibile al solo Schopenhauer lacerare questo velo di Maya che avrebbe nascosto a tutti gli altri la verità? Mediante la scoperta dell’acqua calda, ovvero che l’uomo non è solo intelletto, ma anche corpo e, quindi, non si limita ad analizzare dal di fuori il fenomeno, ma lo vive dal di dentro, godendo e soffrendo. Attraverso la “scoperta” del corpo Schopenhauer crede di aver rivelato il fondamento a tutti inaccessibile del fenomeno, la cosa in sé, da lui intesa come volontà di vivere. Quest’ultima non sarebbe altro che l’impulso che spinge ogni essere vivente a esistere e agire. Per altro l’uomo sente di vivere e il suo corpo naturalmente e necessariamente vuole vivere. Il mondo fenomenico non è che, a parere di Schopenhauer, il modo attraverso il quale la volontà irrazionale di sopravvivere si manifesta, ovvero si rende visibile nella rappresentazione spazio-temporale del soggetto. Schopenhauer arriva a sostenere, privo com’è di senso del ridicolo, che l’apparato digerente non sarebbe altro che l’aspetto fenomenico della volontà di nutrirsi. È proprio l’idealismo spudoratamente antiscientifico che Karl Marx e Friedrich Engels non si stancheranno di beffeggiare l’astratto dover essere contro il quale tanto si era battuto Hegel.

La volontà di vivere e il pessimismo cosmico

Dunque, nell’interpretazione ultra-soggettivistica di Schopenhauer, la volontà di vivere non sarebbe unicamente il fondamento noumenico dell’uomo, ma pervaderebbe ogni elemento della natura, ogni essere naturale sarebbe animato dalla medesima irrazionale volontà di vivere. Si tratta, dunque, di una volontà antitetica alla volontà razionale dell’imperativo categorico kantiano che si oppone alle inclinazioni sensibili. Dal punto di vista di Schopenhauer tale volontà sarebbe assolutamente irrazionale, del tutto inconscia, mera energia, impulso che si sottrae alle stesse forme a priori dell’intelletto. Sarebbe l’unica in quanto sarebbe al di fuori dello spazio e del tempo e si sottrarrebbe al principio di individuazione. Non è, dunque, altro che l’essere indeterminato e, perciò, ineffabile posto da Hegel come prefazione alla Scienza della logica, in quanto si tratterebbe di una mera opinione, di una semplice astrazione dell’intelletto, priva di ogni realtà, da cui bisognerebbe al più presto congedarsi per poter cominciare a ragionare in modo scientifico.

Tornando a Schopenhauer tale noumenica volontà irrazionale sarebbe eterna in quanto sarebbe oltre il tempo, in-causata e, del tutto, priva di scopo. Si esprimerebbe nel modo tipico del bambino capriccioso, ossia asserendo tautologicamente: “voglio perché voglio”. Se ne dovrebbe dedurre, secondo Schopenhauer, che gli esseri vivrebbero unicamente per continuare a vivere. Perciò, l’unica crudele verità sul mondo, dal punto di vista sado-maso di Schopenhauer, è che tutto sarebbe privo di senso. Naturalmente questo è valido esclusivamente dal suo punto di vista, dal momento che pretende di essere l’unico ad aver scoperto il noumeno, ponendosi così in completa antitesi alla verità universale e necessaria della scienza.

Schopenhauer riprende, naturalmente in senso reazionario, l’ateismo filosofico di Feuerbach, sostenendo che l’uomo avrebbe creato dio nel disperato tentativo di dare un fine, un senso alla propria vita, che in realtà non avrebbe scopo né senso. Del resta nell’universo solipsistico di Schopenhauer, funzionale a scoraggiare ogni interpretazione e tanto più ogni azione progressiva sul corso del mondo, dio non può esistere, dal momento che tutto si ridurrebbe alla pura, irrazionale volontà di vivere. Per altro, per scoraggiare ogni tentativo di migliorare le condizioni storiche della grande maggioranza del genere umano, Schopenhauer non può che negare radicalmente dio, per poter meglio sostenere che l’universo non è altro che una valle di lacrime irredimibile.

Il cattivo platonismo e il radicale anti-umanesimo di Schopenhauer

L’unica volontà infinita e indeterminata si oggettiva in forme immutabili a-spaziali e a-temporali che sarebbero gli archetipi del mondo – secondo un cattivo platonismo – e si oggettiva nei vari individui naturali che sono in un rapporto di copia rispetto al modello degli archetipi. Il grado più elevato dell’oggettivazione della volontà sarebbe l’uomo, dove la volontà diviene pienamente consapevole, ma ciò che l’uomo acquista in coscienza, lo perde, secondo il radicale anti-umanismo di Schopenhauer, in sicurezza. Anzi, fedele alla propria prospettiva irrazionalista, Schopenhauer considera la ragione come guida della vita decisamente meno efficace dell’istinto. Quindi la bestia sarebbe secondo Schopenhauer superiore all’uomo, tanto che arriva a disprezzare l’uomo al punto da definirlo “un animale malaticcio”. Questo giustifica perché poteva dare senza remore il proprio binocolo da teatro all’ufficiale prussiano affinché potesse far meglio strage del suo stesso popolo, nell’anno passato alla storia come la primavera dei popoli (1848). Con Schopenhauer ha inizio il pesante attacco al riconoscimento del valore dell’uomo e della sua dignità, con una posizione antitetica a quella volta a sostenere i diritti universali dell’uomo in quanto tale.

Volere è desiderare, ma desiderare comporterebbe la sofferenza, mentre il piacere avrebbe un valore meramente negativo

Se l’essere fosse, come pretende Schopenhauer, una mera manifestazione di una volontà infinita – che corrisponde al cattivo infinito aspramente criticato da Hegel, a quell’indeterminato che esiste solo come opinione dell’intelletto – l’essenza stessa della vita sarebbe il dolore, per togliere così qualsiasi speranza di riscatto agli umiliati e offesi. Anzi, a parere di Schopenhauer sarebbe naturalmente inutile ogni forma di lotta contro la sofferenza, per impedire la possibilità stessa dell’affermarsi di un ideale emancipativo come quello del marxismo. Volere, in effetti, nella particolaristica visione del mondo schopenhaueriana, equivarrebbe a desiderare e il desiderio non potrebbe che originare dallo stato di tensione per la mancanza di ciò che si vorrebbe e, quindi, sarebbe sempre necessariamente connesso con il dolore, con il male di vivere. L’uomo sarebbe – sulla base dell’anti-umanesimo militante di Schopenhauer – l’animale destinato a soffrire di più perché è più cosciente, desidera di più, ha più bisogni. Anche in questo caso, naturalmente, la posizione di Schopenhauer si colloca di necessità agli antipodi rispetto al marxismo che, al contrario, dimostra come la storia si sviluppa dall’esigenza di soddisfare bisogni umani sempre più ampi e raffinati. Per Schopenhauer la maggior parte dei desideri degli uomini, al contrario, debbono necessariamente rimanere insoddisfatti, le esigenze, la brama, i desideri dell’uomo andrebbero tragicamente all’infinito, mentre ogni forma di appagamento sarebbe di necessità breve, misurata, mentre la soddisfazione finale sarebbe una mera e illusoria parvenza. Per altro, in questa prospettiva nichilista, il desiderio appagato darebbe vita a un nuovo desiderio, fonte di un rinnovato e sconfinato dolore. Del resto, nella prospettiva disfattista di Schopenhauer, volere equivarrebbe a soffrire. Il piacere sarebbe la mera cessazione del dolore, avrebbe un valore semplicemente negativo, proprio al contrario di Hegel per il quale il piacere è il frutto del dolore, del lavoro del concetto. Lavoro che al contrario è stato sempre disprezzato da un intellettuale parassitario come il rentier Schopenhauer. Così, nella sua nefasta prospettiva, il godimento del bere ad esempio non potrebbe che derivare dalla sofferenza della sete. Quindi, dal punto di vista puramente distruttivo di Schopenhauer non sarebbe nemmeno immaginabile un piacere che non avesse come causa il dolore, mentre, al contrario, naturalmente il dolore rappresenta generalmente il contrario del piacere. Senza contare che il dolore non potrebbe che essere, secondo Schopenhauer durevole, mentre il piacere sarebbe condannato a essere momentaneo, in quanto necessariamente connesso all’altrettanto fugace cessazione del dolore.

04/04/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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