L’eredità della Filosofia classica tedesca – II parte

Kant vuole preservare nel processo conoscitivo la presenza di qualche elemento a priori che sia garante dell’universalità e della necessità dei giudizi d’esperienza caratteristici della Fisica moderna.


L’eredità della Filosofia classica tedesca – II parte Credits: https://jrbenjamin.com/tag/immanuel-kant/

Disegno generale della Critica

Fedele alla più genuina vena illuminista, Kant ne valorizza l’assunto distintivo, ovvero l’atteggiamento critico nei confronti di qualsiasi opinione, teoria, o semplice credenza. Se per la cultura illuminista tutto deve essere sottoposto al vaglio critico della Ragione, nella Critica kantiana è la stessa Ragione che si assume il compito di saggiare le proprie capacità e la validità delle proprie pretese conoscitive.

La strategia di Kant è protesa a verificare la possibile presenza nel processo conoscitivo di qualche elemento a priori che, in quanto tale, sia garante dell’universalità e della necessità dei giudizi. La ricerca si configura, quindi, come un’indagine volta a individuare le potenzialità gnoseologiche della Ragione e, circoscrivendone i limiti, stabilire chiaramente il suo campo di applicazione. Detto altrimenti, la domanda relativa alla possibilità dei giudizi sintetici a priori si articola in tre momenti distinti ma strettamente connessi: - “E’ possibile una Matematica come scienza? E’ possibile una Fisica come scienza? E’possibile una Metafisica come scienza?” -

Nel suo disegno generale, l’opera si divide in due parti: Estetica trascendentale e Logica trascendentale, quest’ultima, inoltre, comprende come suoi momenti l’Analitica e la Dialettica trascendentale. All’Estetica, all’Analitica e alla Dialettica corrispondono le rispettive facoltà conoscitive: la sensibilità (Sinnlickheit), l’intelletto (Verstand), la ragione (Vernunft).

Il termine trascendentale non ha lo stesso significato di trascendente, ovvero di ciò che è al di là di ogni esperienza possibile; nel lessico di Kant indica, invece, ogni elemento a priori che, pur non avendo origine empirica, entra a far parte, come sua condizione, dell’esperienza e che, ordinando e organizzando i dati empirici, la rende possibile come un tutto strutturato.

La mossa preliminare in questa direzione consiste nel rovesciamento del rapporto tradizionale tra soggetto e oggetto, che Kant (in analogia alla rivoluzione astronomica del XVI secolo) qualifica come Rivoluzione copernicana nel campo del pensiero. Dice Kant nella prefazione del 1787 alla seconda edizione dell’opera: - “Sinora si è ammesso che ogni nostra conoscenza dovesse regolarsi sugli oggetti; ma tutti i tentativi di stabilire intorno ad essi qualcosa a priori, per mezzo di concetti, coi quali si sarebbe potuta allargare la nostra conoscenza, assumendo tale presupposto, non riuscirono a nulla. Si faccia, dunque, finalmente la prova di vedere se saremo più fortunati nei problemi della metafisica, facendo l’ipotesi che gli oggetti debbano regolarsi sulla nostra conoscenza: ciò che si accorda meglio colla desiderata possibilità d’una conoscenza a priori, che stabilisca qualcosa intorno agli oggetti, prima che essi ci siano dati”. –

Pertanto, se (in analogia con il sistema copernicano) sono gli oggetti a ruotare intorno al soggetto, è evidente che questo ultimo svolge un ruolo attivo nel processo conoscitivo. Nella prefazione alla Critica, Kant fa osservare che è precisamente questa la prassi conoscitiva (il metodo) della Fisica moderna, inaugurata da Galilei e proseguita dagli scienziati dopo di lui: -“Essi compresero che la ragione vede solo ciò che lei stessa produce secondo il proprio disegno, e che, con princìpi dei suoi giudizi secondo leggi immutabili deve essa stessa entrare innanzi e costringere la natura a rispondere alle sue domande; e non lasciarsi guidare da lei, per dir così, colle redini, perché altrimenti le nostre osservazioni, fatte a caso e senza un disegno prestabilito, non metterebbero capo a una legge necessaria, che pure la ragione cerca e di cui ha bisogno”(ibidem). – La ragione, quindi, conduce l’indagine e organizza l’esperimento sulla natura a partire dai propri principi, “per venire istruita da lei, ma non in qualità di scolaro che stia a sentire tutto ciò che piaccia al maestro, sebbene di giudice che costringa i testimoni a rispondere alle domande che egli loro rivolge”.

Il ruolo attivo assegnato alla ragione nella unificazione e nell’organizzazione dei dati dell’esperienza empirica segna il distacco netto e definitivo del criticismo dalla tradizione empirista. Secondo Locke, infatti, le idee semplici, hanno origine a livello di sensazione e corrispondono alle qualità degli oggetti esterni: all’intelletto è demandato il mero compito di coordinare e di comparare le idee semplici, trasformandole in idee complesse. In Kant, invece (come si vedrà in seguito), sensibilità e intelletto svolgono ruoli autonomi e distinti, sebbene complementari e, pertanto, i concetti sono un prodotto dell’attività spontanea e non condizionata dell’intelletto.

Dal mutato rapporto tra soggetto e oggetto discendono le due fondamentali conseguenze che qualificano l’originalità e l’essenza della filosofia critica:

a) - il carattere fenomenico della nostra conoscenza, vale a dire che noi conosceremo l’oggetto come appare e si manifesta a noi sulla base della nostra struttura conoscitiva, che è data a priori: della cosa in sé, ossia dell’oggetto considerato al di fuori del rapporto col soggetto, non si può avere alcuna conoscenza: esso può essere soltanto astrattamente pensato (noumeno), ma non conosciuto.

b) – la distinzione tra forma e contenuto della conoscenza: la forma è costituita dall’insieme degli elementi a priori presenti nelle facoltà conoscitive del soggetto; il contenuto, che è sempre a posteriori, è costituito dai dati empirici appartenenti al fenomeno.

Le facoltà conoscitive

La facoltà conoscitiva oggetto dell’ Estetica trascendentale (aisthesis = sensazione) è la sensibilità, cui Kant attribuisce “ la capacità di ricevere rappresentazioni pel modo in cui siamo modificati dagli oggetti ”. L’accesso ai dati provenienti dagli oggetti avviene tramite l’intuizione sensibile, ed è questo il compito specifico svolto dalla sensibilità, mentre il ruolo proprio dell’intelletto consiste nel dare forma concettuale alle intuizioni. Ruoli distinti e nettamente separati, ma entrambi necessari e complementari ai fini della conoscenza; ma, per maggiore chiarezza su questo punto capitale, è opportuno riportare a quanto dice Kant, in apertura della Logica Trascendentale: -“ Se noi chiamiamo sensibilità la recettività del nostro spirito a ricevere rappresentazioni, quando esso è in qualunque modo modificato, l’intelletto è invece la facoltà di produrre da sé rappresentazioni, ovvero la spontaneità della conoscenza. La nostra natura è cosiffatta che l’intuizione non può mai essere altrimenti che sensibile, cioè non contiene se non il modo in cui siamo modificati dagli oggetti. Al contrario, la facoltà di pensare l’oggetto dell’intuizione sensibile è l’intelletto. Nessuna di queste due facoltà è da anteporre all’altra. Senza sensibilità nessun oggetto ci sarebbe dato e senza intelletto nessun oggetto pensato. I pensieri senza contenuto sono vuoti, le intuizioni senza concetti sono cieche. E’ quindi necessario tanto rendersi i concetti sensibili (cioè aggiungervi l’oggetto dell’intuizione), quanto rendersi intelligibili le intuizioni (cioè ridurle sotto concetti). Queste due facoltà o capacità non possono scambiarsi le loro funzioni. L’intelletto non può intuire nulla, né i sensi nulla pensare.”-

A livello di sensibilità, quindi, il soggetto è passivo nei confronti dei contenuti della conoscenza, che egli non può assolutamente produrre, ma ricevere come dati dell’esperienza; a livello di intelletto, invece, il soggetto si qualifica come agente che produce spontaneamente i concetti, come frutto della sua spontanea attività. Tuttavia l’intuizione è una prerogativa esclusiva della sensibilità: il nostro intelletto, a differenza di quello divino, non è di natura intuitiva, ma discorsiva e, quindi, può conoscere soltanto mediatamente e, servendosi dei concetti, esprimere dei giudizi, la cui funzione è ridurre a unità la molteplicità del sensibile.

Entrambe le facoltà sono dotate di forme a priori: le intuizioni pure per la sensibilità, ovvero spazio e tempo; i concetti puri, ovvero le dodici categorie. Kant desume le categorie dalle quattro forme dei giudizi della logica aristotelica:

secondo la Quantità (Universali, Particolari, Singolari);
secondo la Qualità (Affermativi, Negativi, Infiniti);
secondo la Relazione (Categorici, Ipotetici, Disgiuntivi);
secondo la Modalità (Problematici, Assertori, Apodittici).

A differenza della tradizione moderna, che considerava spazio e tempo come entità appartenenti al mondo oggettivo (come vasi contenitori dell’Assoluto in Newton, o come qualità oggettive delle cose in Leibnitz), per Kant spazio e tempo sono intuizioni pure, funzioni presenti a priori nel soggetto, che sono a fondamento di ogni esperienza possibile. Nel momento in cui riceviamo i dati sensibili, essi vengono inquadrati entro rapporti spaziali e temporali e, per fare ciò, è necessario che possediamo già l’intuizione del tempo e dello spazio; infatti, possiamo benissimo rappresentarci lo spazio e il tempo vuoti, privi di enti, ma non possiamo assolutamente rappresentarci le cose se non entro determinati rapporti spazio-temporali.

Il molteplice sensibile così ordinato deve adesso essere pensato, deve cioè ottenere la forma concettuale, frutto esclusivo dell’attività dell’intelletto, che, tramite l’applicazione dei suoi princìpi a priori (le categorie), esplica la funzione di sintesi e di unificazione dei dati sensibili. Per chiarire come opera la categoria nel sussumere il molteplice sensibile, come, cioè, essa riconduce a legge universale i dati dell’esperienza, Kant - nello scritto “divulgativo” Prolegomeni ad ogni futura metafisica - distingue i giudizi percettivi dai giudizi d’esperienza; i primi, rimanendo a livello semplicemente percettivo, cioè al di qua dell’applicazione della categoria al loro contenuto sensibile, sono soggettivi, non posseggono alcuna validità necessaria e universale; i secondi, invece, hanno valore oggettivo e sono a fondamento della scientificità della Fisica, della legalità della Natura.

L’esempio, riportato da Kant è il seguente: Il sole brilla; il sasso è caldo. A questo livello non vi è alcun nesso tra lo splendore del sole nel cielo e la percezione del calore del sasso: ci troviamo di fronte a un molteplice irrelato, privo di connessione. Ma, allorquando avrò formulato il giudizio Il sole riscalda il sasso, evidentemente si è prodotta una sintesi tra i due dati percettivi e tra di essi si è stabilita una determinata relazione, precisamente una relazione di causalità: il riscaldamento del sasso è causato dal sole.

In questo modo il principio di causalità, che sta a fondamento della Fisica moderna, viene salvato dalla critica scettica di Hume, il quale ne aveva demolito la validità oggettiva, riconducendolo al fattore soggettivo della mera abitudine. La causalità, infatti, lungi dall’essere un elemento appartenente alla realtà oggettiva come era stato ritenuto fino allora - cui ci si potrebbe imbattere tramite l’esperienza empirica -, è un concetto dell’intelletto appartenente alla pura forma dell’esperienza e inerente alla soggettività conoscente, che, in virtù della sua aprioricità, garantisce universalità e necessità alla conoscenza relativa al fenomeno, e giammai alla cosa in sé.

05/08/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Eudaimon

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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