La colono-evangelizzazione dell’America Latina e i suoi risultati

Un olocausto quasi mai menzionato come tale.


La colono-evangelizzazione dell’America Latina e i suoi risultati Credits: https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Cajamarca

Per dar conto della seconda lezione del corso da me tenuto per l’Unigramsci (Storia religiosa dell’America Latina e del Caribe) mi sembra calzante questo termine. Riprendo questa espressione dal teologo della liberazione latinoamericano Enrique Dussel, il quale – correttamente dal mio punto di vista – ha sempre sostenuto che non è possibile distinguere tra processo coloniale ed evangelizzazione, in quanto si tratta di due aspetti simultanei che si sviluppano di pari passo e si sostengono a vicenda. Del resto, gli stessi elogiatori dell’opera dei missionari, vedono in questi ultimi i veri apportatori della civiltà cristiana al Nuovo Mondo, con i suoi addentellati politici, sociali e culturali.

Sottolineato questo primo punto, che successivamente illustreremo più nel dettaglio, passiamo ad interrogarci sull’origine dell’espressione America Latina, perché ovviamente non si tratta di un’espressione neutra, ma nata all’interno di una determinata prospettiva politica e culturale. In particolare, fu il viaggiatore e intellettuale francese, Michel Chevalier che utilizzò nel 1836 l’espressione “latino-americanismo” per distinguere tra l’America anglosassone e protestante dall’America cattolica e latina (geograficamente il Messico appartiene al Nord America). In tali parole era condensata la volontà di espansione francese in quel subcontinente, giacché a quell’epoca era la Francia l’unica potenza internazionale e latina in grado di competere sia con l’espansionismo britannico che statunitense (dottrina Monroe 1824). Infatti, approfittando della guerra di secessione statunitense, Napoleone III aveva inviato in Messico il suo esercito, dove con un plebiscito era stato abbattuto il presidente Benito Juárez e proclamato l’impero. La corona del Messico venne offerta a Massimiliano di Asburgo nel 1864, il quale regnò per pochi anni incontrando l’opposizione dei liberali messicani capeggiati da Juárez e sostenuti dagli Stati Uniti. Inoltre, alla fine della guerra di secessione, fu abbandonato anche da Napoleone III, che ritirò l’esercito, e finì fucilato nel 1867 a Queretaro.

L’espressione “America Latina” era usata anche da alcuni intellettuali del subcontinente, ma allo scopo di sottolineare la specificità della regione e di respingere ogni forma di ingerenza esterna di fatto già operante. Infatti, l’America Latina si era resa indipendente dalla Spagna grazie all’aiuto della Inghilterra, assai interessata alle sue risorse materiali e al commercio con i nuovi paesi indipendenti E si stava già profilando l’ombra oscura dell’imperialismo statunitense, sotto forma di panamericanismo (America unita sotto l’egida degli Stati Uniti), prefigurato da José Martí e ribadito da vari documenti, tra cui menziono il corollario Roosvelt del 1904.

Nel dibattito svoltosi nel corso dell’Ottocento furono proposte altre espressioni per indicare il subcontinente latinoamericano come Hispanoamerica (che metteva tra parentesi i Portoghesi), Iberoamerica (che enfatizzava l’esclusiva presenza dei peninsulares), Indoafroamerica (termine più comprensivo ma che esclude cinesi, arabi, abitanti delle Indie orientali etc.). Nonostante tali serrate discussioni, sorte anche all’interno della rivalutazione dell’apporto culturale indigeno (indigenismo) e del multiculturalismo della regione, si impose l’espressione America Latina, probabilmente a causa del conflitto secolare che oppone le nazioni latine a quelle anglosassoni, i cui membri costituiscono ancora oggi la maggior parte della classe dirigente statunitense.

Affrontato questo problema preliminare, ci si presenta un’altra domanda cui dobbiamo rispondere: perché gli europei, incalzati alla fine del 1300 dai Tartari e dai Turchi, diventano una potenza mondiale e riescono a sottomettere gran parte del mondo via via scoperto?

Naturalmente le cause di tale complicato fenomeno sono molteplici e su di esse mi soffermerò rapidamente. In primo luogo, ricorderò il libro di Carlo M. Cipolla (Velieri e cannoni d’Europa sui mari del mondo, 1969), in cui si rimarca che la superiorità strategica degli Europei sarebbe derivata in primo luogo dall’abilità nel coniugare l’uso del veliero con il cannone e la polvere da sparo, quindi dall’evoluzione dell’arte della navigazione e della costruzione delle armi.

In secondo luogo, nel 1400 circa l’Europa subisce una grande trasformazione: si formano gli Stati nazionali (Portogallo, Spagna, Province Unite, Francia, Inghilterra) e il continente stabilisce relazioni diverse con l’Africa e l’Asia. Questi Stati si fondano sulla sostanziale alleanza tra la classe dei mercanti e quella dei nobili, che detenevano il monopolio della guerra (Eric R. Wolf, L’Europa e i popoli senza storia, 1982, p. 165) [1].

Gli Stati emergenti hanno bisogno di nuove ricchezze, le quali si trovavano ad oriente di Bisanzio e dell’Islam, ma la strada per raggiungerle era sbarrata dalla stessa Bisanzio e prima dai Turchi selgiuchidi e dopo il 1453 da quelli ottomani, oltre che da Genova e Venezia. Per aggirare questi ostacoli, costeggiando la costa atlantica dell’Africa, i portoghesi costruirono centri commerciali fortificati, arrivarono in Asia, aprendo così nuove vie per gli scambi mercantili. Erano interessati soprattutto alla tratta degli schiavi e all’oro del Sudan, monopolizzato dagli islamici e impiegato sin dai tempi dei Romani per pagare i beni di lusso e le spezie provenienti dall’Oriente. In questa strategia deve essere inquadrata la conquista di Ceuta, porto musulmano situato nello stretto di Gibilterra.

Il principe portoghese Enrico il navigatore fu il sostenitore di tali iniziative, anche perché era il titolare di una serie di privilegi economici avvantaggiati dalle nuove vie commerciali. E infatti la corona portoghese aveva il monopolio del commercio degli schiavi, dell’oro, delle spezie e dell’avorio. Le stesse ragioni stanno alla base dell’espansione castigliano-aragonese, che portò Colombo alle isole del Mar dei Caraibi. Dalle isole gli Spagnoli si diffusero sulla tierra firme: nel 1519 Cortés inizia la conquista del Messico e nel 1530 Pizarro quella del Perù. Sia i Portoghesi che gli Spagnoli invadono (ovviamente armati, perché senza armi non si invade se non in senso metaforico) regioni ignote e distruggono le forme di vita sociale che incontrano, cercando di dar vita a una nuova organizzazione, ma sottomessa alla metropoli. È assai difficile stabilire quanti fossero gli abitanti di quelle terre all’arrivo degli Europei, ma probabilmente si può affermare che il 90% di essi fu sterminato a causa delle guerre, del lavoro forzato, delle malattie importate dall’Europa, della deculturazione.

Se la molla dell’espansione occidentale deve essere individuata nella ricerca di nuove ricchezza, tale aspetto non esaurisce il complesso delle motivazioni che spinsero gli Europei a sparpagliarsi nelle varie regioni del mondo. Non appare secondaria la convinzione di essere i discendenti del popolo eletto e i portatori della vera religione; convinzione che ai tempi nostri si è trasformata nel cosiddetto fondamentalismo democratico e che si pone come obiettivo l’imposizione della “democrazia realizzata” a livello universale, perché – ci vogliono far credere – è il migliore dei sistemi politici.

D’altra parte, questo aspetto è stato ben colto da un funzionario cinese, intervistato da Telesur, il quale nel suo perfetto inglese ha dichiarato: “Cinesi e occidentali sono profondamente diversi anche a causa del cristianesimo. Noi abbiamo preferito costruire la Grande Muraglia per difenderci, voi avete, invece, valicato i vostri confini e cercato di conquistare il mondo, convinti di essere portatori di una missione universale”. Per realizzare questo progetto in America Latina (ma anche in altre parti del mondo) gli Europei si sono resi colpevoli di due crimini: genocidio, distruzione fisica di popolazioni diverse e in molti casi inermi; etnocidio, distruzione della loro cultura, della loro religione, del loro modo di essere.

Solo la conquista militare di un territorio rende possibile l’estirpazione delle antiche religioni e l’imposizione della propria, anche se di fatto il cattolicesimo popolare latinoamericano, risultato dalla congiunzione tra il cattolicesimo iberico e le credenze proprie dei popoli nativi, si discosta alquanto dalla dottrina ufficiale della Chiesa cattolica. D’altra parte, la ricezione, anche se parziale e sincretizzata del cattolicesimo, poteva trasformare gli abitanti del Nuovo Mondo in veri e propri sudditi dei sovrani europei e dare al contempo un fondamento teologico alla loro subordinazione. In questo senso, Portogallo e Spagna operano come due Stati missionari o teocratici, che intendono apportare prosperità e ricchezza alla madre patria, ma che si prefiggono anche di ampliare i confini della cattolicità, usando assai spesso metodi coercitivi e brutali.

Questa concezione delle relazioni Europa (Cattolicità) / Nuovo Mondo è espressa a chiare lettere in un documento, la cui esistenza non ci viene insegnata a scuola e che si chiama Requierimento, ossia intimazione. Il testo, che qui riassumerò brevemente, è reperibile su internet; fu elaborato nel 1512 da giuristi spagnoli e veniva letto in latino o spagnolo agli indigeni in cui si imbattevano i sudditi dei cattolicissimi monarchi. Esso consisteva in una dichiarazione, in cui si faceva una breve storia del mondo, secondo la quale Dio avrebbe concesso a Pietro il dominio su tutti i popoli. Il suo successore avrebbe attribuito al re di Aragona e alla regina di Castiglia l’autorità su questa regione del mondo; i suoi abitanti pertanto dovevano sottomettersi a questi ultimi e, se non l’avessero fatto con sollecitudine, sarebbero stati massacrati e schiavizzati insieme alle loro donne e ai loro figli. Paradossalmente la colpa di questi tragici eventi sarebbe ricaduta su di loro, dato che non avevano accettato di diventare vassalli obbedienti e ossequiosi.

Del resto, i contenuti del Requierimento erano già stati espressi dalla bolla Inter coetera (1493) di Alessandro VI Borgia, il quale, in quanto governatore di tutte le terre situate ad occidente dell’impero romano, in virtù della Donazione di Costantino (noto falso storico), divise il loro possesso tra Portoghesi e Spagnoli entrati in conflitto per impadronirsi della regione da poco scoperta da Cristoforo Colombo. Con il Trattato di Tordesillas (1494) il confine tra i domini coloniali delle due potenze europee fu spostato a vantaggio dei primi.

Infine, la bolla successiva Veritas ipsa o Sublimis Deus (1537), emessa da Paolo III Farnese, dava un ulteriore fondamento all’evangelizzazione degli amerindiani, affermando che essi non potevano essere ridotti in schiavitù e che, in quanto appartenenti al genere umano, erano in grado di ricevere la fede cristiana. A causa delle pressioni di Francia e Spagna, Paolo III ridimensionò la sua presa di posizione contro la schiavitù, promulgando un breve Non indecens videtur (non sembra sconveniente), nel quale scrisse di essere stato male informato sulle condizioni degli indigeni e che, quindi, non deve apparire sconveniente che anche un papa si possa sbagliare.

La schiavitù degli indigeni è un problema complesso: da un lato, sembra aver riguardato solo i nativi ribelli e colpevoli di colpe abominevoli come il cannibalismo o i sacrifici umani, dall’altro con l’istituzione della encomienda o del repartimiento nei territori dominati dagli Spagnoli (ma istituzioni simili adottarono anche i Portoghesi) si affidarono ai conquistadores gruppi di indios, che dovevano lavorare per loro, ricevendo in cambio protezione ed educazione religiosa. Di fatto, anche questi ultimi furono schiavizzati.

Come si vede, per un intreccio alquanto complesso di ragioni nell’età moderna l’Europa e si suoi figli più diligenti (USA) si trovarono ad essere quella macchina da guerra, che a tutt’oggi domina, sia pure incalzata da altre potenze, non disponibili ad essere accantonate. In questo intreccio gioca una speciale ruolo il fattore ideologico-religioso, perché esso costituisce il filtro ineliminabile attraverso cui gli esseri umani in lotta si rappresentano il mondo e il loro ruolo.


Note

[1] Naturalmente “senza storia” è ironico, dato che di storia, fatta di sterminio e di massacri, l’hanno ben conosciuta e non solo grazie alle potenze europee.

12/08/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Cajamarca

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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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