La parabola dell’economia politica – Parte XVI: Schumpeter

Per Schumpeter è imprenditore solo colui che innova e il profitto ha la sua fonte nell’innovazione. Anche le crisi vengono spiegate con il presentarsi “a grappoli” delle innovazioni e determinano la “distruzione creativa” che produce lo sviluppo economico.


La parabola dell’economia politica – Parte XVI: Schumpeter

Termina la rielaborazione di un mio articolo pubblicato dalla rivista dell’Università di Urbino Materialismo Storico n. 2/2021 (vol. XI) dedicato ai marginalisti. In questa parte viene illustrata la teoria economica di un seguace “eretico” del marginalismo, Joseph Alois Schumpeter che ha ispirato sia recenti saggi che politiche.

Tra gli economisti che, pur seguaci della scuola marginalista, mostrano tratti importanti di originalità e si apprestano a riflessioni più realistiche, spicca senz’altro Schumpeter (1883-1950). Allievo di Böhm-Bawerk, pur non elaborando una rottura con l’economia neoclassica e pur avversando la teoria marxiana, ha introdotto nell’analisi la dinamica del sistema economico, l’innovazione e la figura dell’imprenditore, inteso come colui che innova, che non si limita ad applicare la razionalità per governare il “flusso circolare” come fanno i comuni manager e capi di impresa. Le innovazioni possono consistere in una nuova tecnologia produttiva, in nuove modalità organizzative del lavoro, in nuovi prodotti da collocare nel mercato, in nuove modalità di distribuzione del prodotto, in nuovi sbocchi di mercato, nell’individuazione di nuove fonti di approvvigionamento delle materie prime ecc. L’oggetto dell’analisi schumpeteriana non è la definizione di un equilibrio statico o la creazione di modelli formali bensì l’indagine sul movimento di questo sistema. Egli parla dello sviluppo, considerato – al pari del profitto – il risultato della genialità degli imprenditori. Aderendo alla scuola marginalista condivide l’idea che il profitto, in una situazione di equilibrio di lungo termine, tenda ad azzerarsi. Ma questo equilibrio subisce continue perturbazioni da parte dell’imprenditore che si assicura margini eccezionali di guadagno e nel contempo promuove il progresso economico. Il profitto però perdura per lui solo fino al momento in cui, generalizzandosi l’innovazione, vengono meno i vantaggi competitivi di chi l’ha introdotta. Si formeranno nuovamente profitti quando un altro imprenditore introdurrà una nuova innovazione. Il profitto esiste quindi solo come compenso dell’imprenditore innovatore. Se i profitti tendono ad azzerarsi a ogni generalizzazione delle innovazioni non è così per il progresso economico. Ogni volta i benefici si cumulano e il nuovo equilibrio si attesta su un livello di produttività superiore al precedente.

Altra significativa differenza con la scuola di appartenenza è che le scosse, anche violente, che l’economia subisce non sono per cause esogene, cioè disturbi provenienti dall’esterno dei meccanismi economici, ma connaturati al capitalismo. Per questa sua visione non statica, l’antimarxista Schumpeter dichiara esplicitamente che l’oggetto della sua ricerca si avvicina più a quello di Marx che a quello dei suoi “maestri” marginalisti.

Egli, pur aderendo alla legge di Say, considera il capitalismo in costante evoluzione, fra rotture che ne modificano e potenziano le capacità. Le crisi sono considerate un momento positivo di “distruzione creativa”, in cui le innovazioni mettono fuori mercato le imprese meno competitive, mentre ne sorgeranno di nuove e più valide. L’alternarsi di fasi espansive e recessive del “ciclo economico” – è così che preferisce chiamare le crisi – non sono che la modalità discontinua con cui vengono introdotte le innovazioni. Esse infatti, non vengono introdotte in maniera uniforme nel tempo, ma si concentrano in alcuni periodi, “a grappoli”, caratterizzati da una forte espansione ed euforia. Le innovazioni significative determinano modifiche profonde degli assetti produttivi, stimolano altre innovazioni, provocano le reazioni di altri imprenditori e quindi attivano una sorta di boom degli investimenti e dei livelli produttivi. Al momento della saturazione dei mercati per effetto dell’emulazione della concorrenza, le imprese non in grado di innovare verranno spazzate via o comunque vedranno decrescere il loro ruolo, alcune falliranno o comunque concorderanno con i creditori modalità di svalutazione dei loro debiti. Il sistema creditizio, che aveva assecondato la fase espansiva con credito facile alle imprese e ai consumatori, è costretto a restringere i cordoni della borsa e potrà andare in crisi a causa dei crediti difficilmente solubili verso le imprese in crisi, e quindi si assisterà a una fase di depressione che riporterà il sistema in equilibrio. Tale equilibrio si sconvolgerà nuovamente quando si avvierà un nuovo ciclo innescato dall’introduzione di un grappolo di nuove combinazioni produttive. Ciascun ciclo si attesta a un livello superiore rispetto ai precedenti.

Elemento rilevante della costruzione schumpeteriana è la distinzione fra l’imprenditore e il capitalista che gli mette a disposizione i necessari mezzi finanziari. In tal modo si distingue anche l’interesse, che spetta ai capitalisti, coloro che anticipano il capitale, dal profitto che spetta solo agli imprenditori innovatori. Nel caso in cui le due figure siano presenti in un’unica persona, il guadagno deve essere comunque concettualmente distinto in profitto e interesse.

Contrariamente a Marx, Schumpeter individua la fonte del profitto non nel pluslavoro, ma nella capacità innovativa, non nel rapporto fra capitalista e lavoratore, ma dal contributo dell’imprenditore alla produzione, così come il salario dipende dal contributo produttivo del lavoratore. Non si devia molto quindi dal paradigma fondamentale marginalista. Anche l’azzeramento graduale del profitto è un elemento di continuità, pur nella specificazione diversa della sua traiettoria. Con le emulazioni dell’innovazione, infatti, il surplus di offerta dei prodotti determina prima o poi una diminuzione dei loro prezzi e quindi degli introiti, mentre il surplus di domanda di materie prime, macchine, terra ecc. derivante dall’espansione produttiva determina un accrescimento dei costi. Il vantaggio competitivo dell’imprenditore non rimane quindi a lungo tutto per lui, ma prende la strada dei profitti per chi produce i mezzi di produzione a lui necessari (sempre fino alla saturazione anche del mercato dei mezzi di produzione) o dei profitti di chi più tempestivamente imita l’innovazione.

Un’obiezione di fondo è che il profitto e l’interesse, al pari dei salari, non sono altro che quote del valore complessivo prodotto; bisognerebbe, prima di giustificare la ripartizione di tali quote, spiegare da dove viene questo valore complessivo. E su questo Schumpeter è muto, come i suoi maestri. È evidente pertanto un’aporia nella sua teoria.

Anche la definizione di capitale è conseguente alla sua impostazione di fondo. Il capitale non consiste né di beni, di mezzi di produzione ecc., né di denaro, di cui gli imprenditori sono per definizione sprovvisti. Essi, per introdurre le nuove combinazioni, hanno bisogno solo di mezzi di pagamento i quali, se la figura dell’imprenditore e del capitalista non coincidono, vengono creati dal sistema bancario e creditizio [1]. Il vantaggio competitivo che ottengono con l’innovazione consente loro di pagare l’interesse per i mezzi di pagamento ottenuti in prestito e di trattenersi un profitto. L’innovazione è dunque la fonte sia dell’interesse sia del profitto. Quando quest’ultimo cessa, si spegne con esso la figura dell’innovatore, salvo il caso che riesca a introdurre ancora nuove combinazioni. Attraverso la “leva” finanziaria, costituita dal capitale, gli imprenditori acquistano i beni loro occorrenti: se possiedono già tale moneta pretendono di essere retribuiti anche con un interesse, se la prendono in prestito pagano tale interesse al capitalista. 

Il capitale, quindi, è un “agente autonomo” presupposto all’attività imprenditoriale che termina la sua funzione quando l’imprenditore l’ha impiegato per acquistare i fattori produttivi. Per essere imprenditori non occorre il possesso di tale somma, poiché non soltanto la moneta, ma anche qualsiasi mezzo di circolazione che adempia a tale funzione, per esempio i titoli di credito o i prestiti bancari, può funzionare da capitale, a patto che venga impiegato per l’attività produttiva e innovativa dell’impresa: senza capitale non c’è sviluppo. Questa definizione del capitale toglie però importanza al ruolo cruciale e alla specifica natura dell’accumulazione capitalistica.

Quindi Schumpeter, al pari di Marx (e, come vedremo, di Keynes), attribuisce alla moneta e agli altri mezzi di pagamento una funzione che non è solo di intermediario dello scambio. I creditori, principalmente le banche, creano potere d’acquisto per l’imprenditore, consentendogli di esplicare il suo ruolo e di accedere ai fattori utili alla sua impresa. In tal modo, però, separando nettamente la figura del capitalista da quella dell’imprenditore e sostenendo che si può essere imprenditori senza capitale, si spezza una lancia in favore di questa figura che guadagna solo in virtù delle sue capacità, e si omette il suo rapporto conflittuale con i lavoratori e il suo potere nei loro confronti derivante dal possesso dei mezzi di produzione.

La separazione delle figure del capitalista e dell’imprenditore ha trovato un seguace nell’economista Gianfranco La Grassa. Quest’ultimo, già allievo del marxista Antonio Pesenti e lui stesso marxista per un lungo tratto della sua vita, autore di ottimi saggi in gioventù, di innovazione teorica in innovazione teorica è approdato, oltre che al rossobrunismo, a una teoria del modo di produzione capitalista che esalta il ruolo degli imprenditori innovatori attribuendo loro la funzione rivoluzionaria che ritiene non possa svolgere la classe operaia. Nell’elogio di questa classe superdotata giunge a sostenere che lo scopo degli imprenditori non sia l’accumulazione di ricchezza [2].

Il pregio fondamentale della teorizzazione di Schumpeter è dunque la visione non statica dell’economia, che gli ha consentito di mettere in risalto alcune dinamiche del sistema capitalistico, il ruolo degli innovatori, la potenza, per lui creativa, della loro distruttività e le ripercussioni della loro azione sulla concorrenza, sullo sviluppo economico e sulle crisi economiche, andando oltre le rappresentazioni statiche e largamente ideali della concorrenza in auge tra gli economisti mainstream della sua epoca. Ma la sua eresia, come tutte le eresie, rielabora la Fede, non la rinnega. La parte più conformista della sua analisi consiste proprio nell’adesione al paradigma del marginalismo dei suoi maestri, nonostante la presa di distanza dal loro oggetto di studio. In tal modo le sue geniali intuizioni non gli consentono di superare alcune difficoltà dei neoclassici.

Egli, pur evitando di appiattirsi completamente sulla visione idilliaca dei marginalisti, e di un sistema che, presumendo operatori che si limitano a adeguarsi razionalmente ai cambiamenti esogeni (istituzionali, culturali ecc.), non si evolve, e riproduce se stesso senza sviluppo, non si sottrae all’idea marginalistica che la razionalità economica conduca all’azzeramento dei profitti nella concorrenza e nel flusso circolare, in cui i produttori si limitano a operare come perfetti funzionari, mentre l’imprenditore è fatto di una pasta speciale: ha la genialità che non possiede il semplice uomo razionale; ha doti non comuni ed è il vero protagonista dello sviluppo. Schumpeter ipotizza addirittura una distribuzione statistica della loro presenza, certamente plausibile – essendo, almeno in parte, legata ai caratteri biologici – secondo la classica curva normale, a campana, in cui la frequenza, che è molto bassa bassa per i meno dotati (intorno al punto A della curva), tende ad aumentare gradualmente, a mano a mano che la genialità cresce, raggiunge una frequenza massima per i medio-dotati (punto B) e poi nuovamente e progressivamente diminuisce fino a livelli molto bassi per i più geniali (intorno al punto C).

Fig. 1

Distribuzione normale

Questo elogio dell’imprenditore non gli impedisce di essere pessimista sul futuro del capitalismo il quale, oltre un certo grado di sviluppo, è destinato a perire per fare posto a una società regolata in senso socialistico ma con connotazioni per lui non altrettanto positive, visto il suo carattere di stazionarietà.

La teorizzazione della figura dell’imprenditore senza mezzi di pagamento propri ha un elemento di debolezza nella circostanza che molto frequentemente il credito viene concesso non tanto per la genialità dell’imprenditore, che non sempre le banche sono in grado di valutare, quanto per la presunta sua solvibilità, la quale dipende in soprattutto dalla disponibilità di mezzi economici propri. Inoltre un imprenditore, sia pure dotato della massima genialità, può essere agevolmente spazzato via da un concorrente meno geniale, ma dotato di cospicui mezzi propri. Quest’ultimo, infatti, può permettersi perfino di produrre temporaneamente in perdita per conseguire tale scopo.

Anche l’ipotesi della spiegazione della periodicità del ciclo con la caratteristica “a grappoli” delle innovazioni non è esente da obiezioni. A parte alcune innovazioni epocali – quali l’introduzione del vapore, del petrolio, dell’energia elettrica, dell’informatica, della robotica ecc. – che hanno determinato profonde modifiche all’ambiente economico innescando fasi di sviluppo eccezionali e durevoli, come si formano i “grappoli” attorno alle eccellenze? Come si spiega la periodicità piuttosto regolare delle crisi? È da presumere che o le eccellenze sono eccezionali, e allora i cicli dovrebbero verificarsi con una temporalità del tutto imprevedibile, oppure data la distribuzione casuale nel tempo di tali innovazioni e la possibilità che i grappoli attorno a più di esse si sovrappongano, gli alti e in bassi potrebbero risultare smorzati un po’ come una media aritmetica mobile di una serie statistica tende a “normalizzare” e quindi a smorzarne i picchi.

A parte questa osservazione, ve ne è una più rilevante. È il capitale che organizza la ricerca e successivamente introduce le innovazioni, assoggettando a sé la scienza e la tecnologia. Ma lo fa di norma non in ragione della genialità degli innovatori, ma in dipendenza del contesto economico e ambientale in senso lato, includendovi la disponibilità di risorse, la qualità della forza-lavoro disponibile, il suo potere contrattuale, gli assetti proprietari, la disponibilità di credito ecc. La distribuzione delle innovazioni riflette queste opportunità offerte dall’andamento dell’economia. Anche laddove c’è il genio, intorno alla sua grande innovazione si forma il grappolo solo se questo contesto ambientale è favorevole. Schumpeter, limitandosi a considerare elementi naturali, come la distribuzione statistica dei geni, pare non discostarsi troppo dal peccato originale della maggior parte degli economisti borghesi che tendono a naturalizzare i rapporti sociali.

Ma il maggior punto di debolezza ritengo sia connesso con la sua visione edulcorata del capitalismo e consiste nell’ignorare che le crisi dipendono da criticità, da caratteristiche contraddittorie di tale sistema, da aspetti che ne mostrano i limiti. Al contrario le considera come dimostrazione di vitalità di questo modo di produzione in quanto funzionali allo sviluppo. Egli è a tal punto convinto degli effetti benefici del ciclo economico che ritiene ogni sforzo volto ad attenuarlo e a contenere le sofferenze delle classi svantaggiate dannoso e deprimente le possibilità di crescita offerte dalle virtù degli imprenditori. Per questa ragione è fermo oppositore perfino del riformismo keynesiano.

Se è indubbio che ogni crisi profonda – non tanto gli alti e bassi ciclici – porti con sé trasformazioni economiche e sociali altrettanto profonde, non è scontato che queste siano foriere di progresso ma possano recare con sé guerre spaventose e riduzione degli spazi democratici (per usare un eufemismo, si pensi al nazifascismo).

Sul piano analitico è significativo che egli neghi la possibilità della sovrapproduzione di merci e di capitale dovuta alle contraddizioni del processo di accumulazione: la contraddizione tra l’impulso all’allargamento della produzione e l’impulso al contenimento dei consumi dei lavoratori e quella che consiste nella tendenza a risparmiare lavoro avendo nel contempo nella “eccedenza di lavoro” l’unica fonte del profitto. Del resto, vista la sua definizione di capitale, è possibile parlare di accumulazione capitalistica solo in termini molto diversi da quelli classici e marxiani. Gli imprenditori possono accumulare ricchezza solo temporaneamente. Questa ricchezza può o meno trasformarsi in capitale. Non esiste profitto da accumulare nelle aziende del flusso circolare dell’economia. I capitalisti invece possono accumulare interessi e rendite. Tali somme possono successivamente essere date a prestito. In ogni caso la loro accumulazione non è legata al livello dei profitti se non in via indiretta, tramite l’influenza della domanda di capitali sul tasso di interesse. Non è presente quindi nell’orizzonte di Schumpeter alcun riferimento al lavoro non pagato come fonte di ultima istanza dell’accumulazione.

Le dottrine e le politiche economiche liberiste che si sono affermate negli ultimi quarant’anni, le quali certamente non hanno incrementato il benessere generale e comunque hanno peggiorato le condizioni dei lavoratori, attingono pertanto, più o meno esplicitamente, anche al lascito di Schumpeter. Ne è un esempio l’esortazione di Draghi a lasciar perire le “imprese zombie” e attivare la distruzione creativa, tacendo che il vero obiettivo di tale politica è un’accelerazione del processo di centralizzazione dei capitali.

 

Note:

[1] L’idea della creazione dal nulla di mezzi di pagamento da parte del sistema bancario è sostenuta anche dalla scuola del circuito monetario il cui principale esponente in Italia è stato Augusto Graziani.

[2]. Cfr. per esempio G. La Grassa, Gli strateghi del capitale. Una teoria del conflitto oltre Marx e Lenin, Manifestolibri, Roma 2004.

06/08/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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