La parabola dell’economia politica dalla scienza all’ideologia – Parte V: Marx e la merce

Dalla merce, “cellula elementare” del modo di produzione capitalistico, al denaro. Il lavoro quale unica fonte del valore. Le “sottigliezze metafisiche” che stanno dietro alla forma di valore e allo scambio mercantile.


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La merce e il lavoro

Secondo il processo di astrazione che abbiamo visto trattando il metodo dell’economia politica, Marx inizia il Capitale con l’analisi della merce, individuata come la “cellula elementare” del modo di produzione capitalistico, il quale si presenta come una “immensa raccolta di merci”.

Già questa cellula elementare presenta al suo interno un’opposizione fra due caratteristiche: 1) da un lato, ha la proprietà di essere utile, di soddisfare bisogni umani: per questo suo aspetto è quindi valore d’uso; 2) l’altra sua proprietà è che può essere scambiata in determinate proporzioni con altre merci o con il denaro, l’equivalente generale utilizzato per gli scambi nelle economie di mercato: in questa veste è depositaria materiale del valore di scambio.

Se analizziamo la merce come valore d’uso, dobbiamo considerare quelle qualità che si realizzano nel consumo, le sue caratteristiche strutturali, estetiche, fisico-chimiche, la sua quantità fisica, la sua attitudine a soddisfare i bisogni umani prescindendo dal sacrificio necessario all’uomo per appropriarsene. Se invece la esaminiamo come depositaria del valore di scambio, dobbiamo prescindere da tutte quelle proprietà in quanto ciò che interessa sono i rapporti quantitativi che si instaurano tra questa e le altre merci e tra questa e il denaro. Per esempio, quanti euro occorrono per comprare uno smartphone o quanti chilogrammi di spaghetti corrispondono in termini di valore a un determinato tipo di abito.

Pertanto una merce può essere scambiata con tutte le altre ed è equivalente a ciascuna di esse, purché siano prese in determinate quantità. Poiché, nonostante la loro eterogeneità, sussiste questa possibilità, sussistono questi rapporti quantitativi di scambio, deve esserci un contenuto comune nelle merci, che è il loro valore. Quindi se dico che il valore di scambio di un certo personal computer è 400 euro, tale valore di scambio non è altro che il modo in cui si manifesta esteriormente questo suo intimo contenuto, questo suo valore. Per questo Marx precisa che il valore di scambio non è altro che la manifestazione esterna, fenomenica, di un contenuto immanente delle merci, del valore. Detto in altri termini, il valore di scambio indica i rapporti quantitativi di scambio visibili esteriormente fra più merci, ciascuna delle quali possiede una caratteristica intrinseca che si manifesta esteriormente nel valore di scambio.

Per capire meglio la distinzione fra manifestazione fenomenica e contenuto immanente delle cose, ricorriamo a un esempio dalla fisica. Sappiamo che tutti i corpi aventi un peso tendono a essere attratti verso il suolo dalla forza di gravità. Esistono degli strumenti per misurare l’entità di questa forza d’attrazione, le bilance, che stabiliscono il peso degli oggetti. Ma se andassimo a misurare il peso di un dato corpo sulla Luna, ci accorgeremmo che pesa molto meno che sulla Terra. Quindi il peso non è una proprietà stabile dei corpi, ma l’effetto prodotto sulla loro massa dalla forza di gravità operante nel luogo in cui detto corpo si trova, cioè il peso è la manifestazione fenomenica esterna di un’altra loro proprietà, la massa, che rimane tale in qualsiasi circostanza la osserviamo. Dividendo il peso per l’accelerazione gravitazionale, pari sulla Terra a 9,80665 m/s2, si ottiene approssimativamente la massa.

Fortunatamente, per molte esigenze pratiche, come per comprare frutta dall’ortolano, è sufficiente l’uso della bilancia, cioè di considerare la massa, la quantità di merce, indirettamente, tramite il peso, sua manifestazione esteriore. Ma per fare scienza non si può prescindere dal concetto di massa. 

Analogamente, sempre per gli usi pratici, l’ortolano e il suo cliente si accontenteranno di sapere quanti euro al chilo costano le banane, ma per fare scienza non si può prescindere dal contenuto interno, dal valore delle merci, che si manifesta esteriormente nei rapporti di scambio, nel prezzo, per esempio di tre euro al chilo.

Questa distinzione fra proprietà immanenti e loro manifestazioni fenomeniche non è di lana caprina, perché, così come succede per il peso e la massa, anche il valore ha una sua grandezza immanente, un suo contenuto interno, assai complesso da misurare tanto che lo si rileva indirettamente, esteriormente, tramite il valore di scambio, tramite un prezzo di mercato. Non aver compreso questa distinzione ha indotto molti economisti successivi a Marx a considerazioni superficiali, quando non a grossolani errori.

Quale è dunque questa caratteristica comune delle merci? È il fatto di essere prodotti del lavoro. Nessuna società potrebbe riprodursi a lungo senza il lavoro, che è il dispendio di fatica, fisica o mentale che sia, occorrente per produrre i beni o i servizi utili a tale riproduzione.

Come si può constatare, Karl Marx riprende la teoria del valore dei classici, ma nello stesso tempo opera una rottura nei loro confronti. Ciò che mutua è l’idea, già rintracciabile in Adam Smith e fatta propria da David Ricardo, che il lavoro sia l’unica fonte della ricchezza e che il valore sia determinato dalla quantità di lavoro contenuto nelle merci. Quello che lo distingue è una riflessione più profonda sull’aspetto contraddittorio delle merci e del lavoro e soprattutto, vedremo, la scoperta di una merce speciale, la forza-lavoro.

Se le merci hanno un duplice carattere, altrettanto lo ha il lavoro che le produce. Da un lato è produttore di valori d’uso, di oggetti utili. In questa sua veste è lavoro concreto, utile, e hanno importanza, in analogia con le diverse utilità dei propri prodotti, le diverse qualità del lavoro: per esempio lavoro di metalmeccanico, distinto dal lavoro di edile, lavoro di informatico distinto da quello di infermiere ecc. D’altro canto, il lavoro è anche produttore di valore, è lavoro astratto in quanto in questa veste si astrae, si prescinde dalle diverse qualità dei vari lavori e lo si considera solo come dispendio di energia fisica o mentale, produttore di valore. La misura immanente, interna, di questo lavoro astratto (e quindi del valore) è il tempo di lavoro. La misura esterna, fenomenica, è invece, come abbiamo già rilevato, il valore di scambio, rappresentato da una somma di denaro.

Questa grandezza del lavoro non è però considerata individualmente, bensì socialmente. Infatti, se un lavoratore maldestro o operante in una fabbrica tecnologicamente arretrata o poco organizzata impiega il doppio del tempo di lavoro per una determinata produzione rispetto a un altro lavoratore, il suo prodotto non vale il doppio della merce prodotta in condizioni ottimali. Qui non conta il tempo di lavoro individualmente speso, ma il tempo di lavoro socialmente necessario, quello riconosciuto dal mercato sulla base del grado medio di sfruttamento del lavoro, del grado medio di abilità del lavoratore, della tecnologia prevalente nella società ecc. Il lavoro speso in più rispetto a questo standard, non è riconosciuto socialmente. Per la società è lavoro speso inutilmente che non conta come valore.

Quindi, il lavoro speso dai lavoratori può essere reso sociale dal punto di vista quantitativo solo annullandone le particolarità concrete e utili e riducendolo a lavoro astratto socialmente necessario, qualitativamente identico (non si possono sommare le mele con le pere), i cui prodotti sono proprio per questo equivalenti e quantitativamente comparabili.

Come abbiamo visto, Marx rifiuta la rappresentazione del modo di produzione capitalistico come qualcosa di astorico, naturale ed eterno, e lo ritiene invece solo una tappa dello sviluppo storico dell’umanità. Ne consegue che anche il lavoro e il valore sono considerati in relazione alle determinazioni specifiche, storiche, di tale modo di produzione.

Il concetto di lavoro è per Marx nettamente distinto da quello di forza-lavoro. Il lavoro, la fonte del valore, è il dispendio di energia fisica e psichica da parte del lavoratore, mentre la forza-lavoro costituisce la corporeità stessa del lavoratore, la sua capacità di erogare lavoro. Il capitalista, assumendo il lavoratore, acquista il valore d’uso della forza-lavoro, la possibilità di far lavorare il lavoratore per un determinato tempo contrattualmente previsto, non acquista il lavoro. E paga per tale uso il relativo valore. Quindi, occorre parlare di valore della forza-lavoro, mentre parlare, come fa Ricardo, di valore del lavoro è per Marx un non senso o una tautologia: sarebbe infatti come dire valore del valore, visto che il valore è dato dalla quantità di lavoro speso. Marx, in una lettera a Engels, afferma che quella della forza-lavoro, costituisce la sua più importante scoperta.

Già con l’analisi della merce, Marx rintraccia alcune caratteristiche universali e altre proprie del modo di produzione capitalistico. È universale il valore d’uso dei beni, la loro caratteristica di essere utili, come pure il fatto che il lavoro umano venga impiegato per produrre oggetti utili. Per esempio, anche nella comunità familiare o nell’antica comunità tribale i beni disponibili per il consumo assumono tale caratteristica, analogamente ai vari lavori necessari alla loro produzione. Al contrario, il lavoro diviene astratto solo con un tipo di produzione storicamente determinato, con la produzione di merci, e ancor di più con la produzione capitalistica sviluppata, che generalizza la forma di merce del prodotto, cioè produce beni da destinare allo scambio e riduce a merce la stessa forza-lavoro.

Nel duplice carattere della merce è insita una prima importante contraddizione. La merce, per chi la produce e la mette sul mercato, non conta come valore d’uso, non è utile in sé, altrimenti non verrebbe posta in vendita. Essa conta solo come valore, come depositaria di ricchezza astratta. Tale valore, però, prima dello scambio, è solo valore in potenza che deve essere validato nello scambio stesso. Solo dopo aver venduto la merce il capitalista realizza il suo valore. Al contrario, a chi la compra interessa la sua utilità o la soddisfazione di un bisogno diretto, oppure un impiego della merce stessa nella produzione, altrimenti non la comprerebbe. Per l’acquirente conta il valore d’uso. Naturalmente, il produttore deve immaginare quali merci possano essere considerate utili dagli acquirenti e pertanto vendibili. Questa sua valutazione non è però connessa alle proprie preferenze e ai propri bisogni. Egli deve stimare i bisogni e le preferenze altrui e quindi può sbagliarsi. Se si sbaglia, la merce è invenduta e il lavoro astratto in essa speso è lavoro perduto, non è valore realizzato, non acquisisce un riconoscimento sociale.

Questa opposizione tra valore d’uso e valore di scambio, latente all’interno della natura stessa della merce, si dispiega pienamente con l’estensione dello scambio, la generalizzazione della produzione di merci e soprattutto con la produzione capitalistica, il cui fine ultimo non è il valore d’uso, ma l’appropriazione e l’accumulazione di ricchezza astratta in forma monetaria.

Dalla merce al denaro

Lo scambio di merce con merce necessiterebbe che per esempio il bisogno di scarpe del fabbricante di computer si incontrasse direttamente con il bisogno di computer del produttore di scarpe. Questa necessità rappresenterebbe un serio ostacolo alla circolazione, e quindi alla stessa produzione, delle merci. È necessario quindi individuare una merce che possa funzionare da equivalente generale di tutte le altre, che sia accettata da tutti nello scambio perché utilizzabile da tutti per acquistare altre merci. Questo equivalente generale è il denaro, che può svolgere tale funzione in quanto contiene in sé una determinata quantità di lavoro sociale astratto, speso nella sua produzione. Il denaro è dunque l’equivalente generale di tutte le altre merci, depositario di valore e misura esterna del valore di scambio. Nella storia hanno svolto questa funzione varie merci: il bestiame, il sale (da cui il termine salario) ecc.. Già in molte civiltà antiche sono stati utilizzati per questo scopo i metalli preziosi, e soprattutto l’oro, in quanto omogenei, facilmente divisibili, poco deteriorabili e con valore relativamente costante, visto che la loro produzione corrente incide marginalmente rispetto al tesoro accumulato nei secoli. L’oro rappresentava quindi la cristallizzazione di una quantità di lavoro relativamente stabile. Finché è stato adottato il “gold standard” – cioè fino agli anni ’70 del ’900, quando fu abbandonata la convertibilità del dollaro – le merci si scambiavano con oro o con carta moneta o scritture bancarie che rappresentavano una certa quantità di oro. Per esempio, negli scambi internazionali la moneta accettata universalmente dopo il trattato di Bretton Woods era il dollaro che era convertibile con una certa quantità di oro. Le altre monete, valide per gli scambi interni, rappresentavano una quantità di oro indirettamente, in quanto avevano un rapporto di scambio con il dollaro, erano convertibili con dollari. In ogni caso, l’equivalente generale, il denaro, deve rappresentare una certa quantità di lavoro, a prescindere dall’oggetto in cui si cristallizza.

Nei cenni fatti sulla dialettica hegeliana avevamo visto che la contraddizione insita in un determinato oggetto determina un equilibrio instabile che deve essere risolto, dando luogo in tal modo a un nuovo oggetto. La contraddizione interna alla merce fra valore di scambio e valore d’uso si risolve in contraddizione esterna fra merce e denaro. Nello scambio, infatti, il denaro vale come ricchezza sociale astratta, tempo di lavoro, valore. La sua utilità esiste solo indirettamente, perché con esso si può acquistare qualsiasi valore d’uso, benché non abbia valore d’uso in sé. La merce conta invece solo come valore d’uso: il suo scambio con denaro è funzionale a procacciarsi un diverso valore d’uso. Il valore della merce esiste solo perché essa è scambiabile con una certa quantità di denaro, è rappresentato da tale quantità di denaro. Solo idealmente, nel prezzo impresso nell’etichetta, la merce è una quantità di denaro, è valore.

La rappresentazione del valore della merce, di tutte le merci, in una quantità di denaro, diviene quindi una necessità che si sviluppa a partire dall’equivalenza fra due merci. Marx, nelle varie edizioni del libro primo del Capitale da lui curate, curerà molto, e ne scriverà diverse varianti, la “forma valore”, introducendo diversi passaggi logici che portano dallo scambio immediato fra due merci allo scambio di tutte le merci con il loro rappresentante universale, il denaro.

Il feticismo della merce e del denaro

“A prima vista, una merce sembra una cosa triviale, ovvia. Dalla sua analisi, risulta che è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici. Finché è valore d’uso, non c’è nulla di misterioso in essa, sia che la si consideri dal punto di vista che soddisfa, con le sue qualità, bisogni umani, sia che riceva tali qualità soltanto come prodotto di lavoro umano. È chiaro come la luce del sole che l’uomo con la sua attività cambia in maniera utile a se stesso le forme dei materiali naturali. Per esempio quando se ne fa un tavolo, la forma del legno viene trasformata. Ciò non di meno, il tavolo rimane legno, cosa sensibile e ordinaria. Ma appena si presenta come merce, il tavolo si trasforma in una cosa sensibilmente sovrasensibile. Non solo sta coi piedi per terra, ma, di fronte a tutte le altre merci, si mette a testa in giù, e sgomitola dalla sua testa di legno dei grilli molto più mirabili che se cominciasse spontaneamente a ballare”[1].

Questo espediente retorico di Marx è per dire che la merce rappresenta un potere sociale che va al di là del suo essere un oggetto d’uso in quanto contiene lavoro umano, dispendio di lavoro, e in quanto tale assume proprietà nuove e misteriose che debbono essere svelate. L’uguaglianza fra i lavori contenuti nelle merci scambiate appare come uguaglianza fra le merci stesse. Il carattere sociale del lavoro appare come un carattere del suo prodotto, delle merci. I rapporti sociali fra i produttori nello scambio sono condensati dentro la “cosalità” della merce, appaiono come rapporti fra cose. Specularmente i rapporti fra cose appaiono come rapporti sociali; il denaro, per esempio, acquista nella percezione comune una potenza sociale, permettendo di acquistare tutto, perfino i piaceri sessuali e le anime che sono in vendita, e i prodotti del lavoro appaiono come una “cosa sensibilmente sovrasensibile”, vale a dire sociale.

Come nelle credenze primitive i feticci erano oggetti cui venivano attribuite caratteristiche e poteri non insiti nella loro oggettualità, così alla merce vengono attribuiti caratteri sociali, e specularmente i rapporti sociali vengono identificati con una cosa, la merce o il denaro. Abbiamo già accennato, a proposito del metodo, che anche il capitale, il quale è un rapporto sociale, viene identificato dagli economisti borghesi con gli oggetti che lo compongono, i mezzi di produzione e i mezzi di sussistenza dei lavoratori. Questa lacuna dell’economia politica non è dovuta solo al suo carattere apologetico, ma alla stessa natura del rapporto mercantile e di quello capitalistico che si presta a invertire soggetto e oggetto.

Al venditore e al compratore interessa quanti prodotti altrui si possono acquistare cedendo il proprio prodotto, interessa il valore di scambio: per esempio, che un determinato vestito si possa scambiare con (valga quanto) due paia di un certo tipo di scarpe. Questi rapporti di scambio variano continuamente in relazione al variare delle condizioni di produzione dei beni e ad altri fattori di “disturbo”, come nel caso in cui le scarpe vengano prodotte in eccesso rispetto alla richiesta e quindi non possano realizzare tutto il loro valore, debbano essere svendute. Tutto questo sfugge però al controllo del singolo operatore, diventa il risultato di un meccanismo impersonale e tutto appare nella sua forma fenomenica, come rapporto di scambio fra cose, e non come uguaglianza fra il lavoro sociale in esse contenuto, in particolare se, come di norma nelle economie di mercato, lo scambio avviene contro denaro.

L’economia borghese non va oltre l’illustrazione, in modo più o meno accorto, di questa apparenza fenomenica. Ciò spiega, per esempio, perché essa si arrabatti nello stimare il ruolo della natura nella produzione di valore. Lo fa perché vede il contributo innegabile della natura nella creazione della ricchezza materiale, e considera il valore un fatto materiale, una proprietà delle cose, non accorgendosi che è un rapporto sociale in cui la natura non può intervenire. “Quanta natura c’è – ironizza Marx – in un corso dei cambi?”

Tutta la nebbia che non permette di vedere cosa sta dietro a questi rapporti fra cose si dissolve, però, se pensiamo a cosa avviene, per esempio, in un’economia tutta familiare, dove il lavoro viene speso e ripartito fra i vari componenti della famiglia e fra le varie produzioni utili alla sua riproduzione, compresi gli strumenti per realizzarle. Anche nei rapporti precapitalistici di sfruttamento del lavoro altrui la cosa è trasparente. Per esempio, il servo della gleba ha ben chiaro che deve spendere parte del suo tempo di lavoro nella corvée in favore del padrone. Ugualmente “la decima da fornire al prete è più chiara della sua benedizione”[2]. In casi del genere, i rapporti sociali si manifestano per quello che sono, come rapporti personali e non come rapporti fra cose.

Nel modo di produzione capitalistico, invece, lo sfruttamento non è così evidente e deve essere spiegato attraverso l’indagine scientifica.

L’umanità per millenni ha creduto che il Sole girasse intorno alla Terra, perché ogni giorno i nostri sensi percepivano che esso spunta da est e tramonta a ovest. Per certi comportamenti pratici questa visione non era controproducente. I giorni e le notti si alternano regolarmente e possiamo organizzare la vita e il lavoro su questa base. C’è voluta la scienza per comprendere che la nostra percezione è ingannevole e che dietro il fenomeno dell’alternarsi del giorno e della notte c’è il moto di rotazione della Terra. Analogamente alle difficoltà incontrate da Galileo per fare accettare questa conquista scientifica, i marxisti stanno incontrando analoghe difficoltà di fronte agli economisti mainstream, per fortuna non nel modo drammatico che ebbe a patire Galileo, ma più prosaicamente in termini di emarginazione fino a qualche esclusione dalle cattedre universitarie o dal circuito delle pubblicazioni. 

Anche il denaro, la merce particolare che si distingue dalle altre perché non ha valore d’uso ma rappresenta il valore di scambio, non si sottrae al feticismo. Questa merce è denaro perché nel mercato il valore di tutte le altre viene espresso attraverso di essa. Al contrario, però, sembra che tutte le altre merci esprimano i loro valori in una merce particolare perché essa è denaro, cioè abbiano un valore non perché rappresentano una data quantità di lavoro sociale ma perché equivalgono a una somma di denaro.

“Non sembra che una merce diventi denaro soltanto perché le altre merci rappresentano in essa [...] i loro valori, ma viceversa sembra che le altre merci rappresentino generalmente in quella i loro valori, perché essa è denaro. Il movimento mediatore scompare nel proprio risultato senza lasciar traccia. Le merci trovano la loro propria figura di valore davanti a sé [...] come un corpo di merce esistente fuori e accanto a loro [...] Di qui la magia del denaro. [...] L’enigma del feticcio denaro è soltanto l’enigma del feticcio merce, divenuto visibile e che abbaglia l’occhio”[3].

 

Note:

[1] K. Marx, Il Capitale, Libro I, Ed. Riuniti, 1989, p. 103.

[2] Ivi p. 109. La decima era un tributo anticamente imposto agli agricoltori e costituito dalla decima parte dei prodotti agricoli che doveva essere devoluta ai sacerdoti.

[3] Ivi, p. 125.

01/04/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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