Le scienze sociali e l’antropologia

Le scienze sociali, di cui fa parte l'antropologia, costituiscono un tutt'uno e sono assimilate dalle diverse prospettive teoriche scelte dai vari ricercatori.


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Quest’anno per la prima volta ho fatto un corso dedicata alla “Storia religiosa dell’America Latina e del Caribe” per l’Università Popolare A. Gramsci, distinguendo queste due aree perché gli studiosi caraibici sostengono che quest’ultimo è dotato di una serie di specificità culturali, che impediscono di assimilarlo tout court al subcontinente meridionale.

Giacché il mio pubblico non aveva approfondite conoscenze dell’antropologia culturale, scienza a cui sono ufficialmente associata, mi sono soffermata sul mio modo di considerare questa disciplina, un tempo alquanto alla moda, ma oggi certamente in decadenza soprattutto per mancanza di sbocchi lavorativi, in ciò accomunata a tutte le discipline umanistiche. Infatti, come è noto, il settore pubblico, in particolare ma non solo quello legato ai musei, alle sovrintendenze, alla ricerca, agli archivi ha subito ridimensionamenti e tagli mostruosi, per un paese che dovrebbe trovare nel turismo di alta qualità il suo “petrolio”, così ha almeno detto un noto cialtrone.

Se si prende come punto di partenza i manuali dedicati all’antropologia culturale e/o sociale, non sempre coincidenti anche perché appartengono a diverse tradizionali nazionali, si scopre che tali discipline hanno come obiettivo lo studio delle differenze tra le varie forme di vita sociali esistenti ed esistite e, al contempo, l’individuazione degli elementi comuni tra di esse sia a livello di strutturazione sociale che di configurazione mentale degli esseri umani. In quest’ultimo caso l’antropologia culturale si trova a stretto contatto con la psicoanalisi, la psicologia cognitiva, le neuroscienze.

Nonostante l’esistenza di questi obiettivi simili, sempre sfogliando i manuali e approfondendo le varie correnti – a parte la mitica “ricerca sul campo” con la relativa “osservazione partecipante” – ci si rende ben presto conto che non esiste un metodo unitario né un oggetto precisamente definito che accomunino coloro che si definiscono antropologi. Basti pensare che negli anni ’50 del Novecento di due studiosi statunitensi che hanno dedicato un libro al concetto di cultura, al centro dell’antropologia culturalista statunitense e ispirato alla nozione proposta nel 1871 dallo studioso vittoriano Edward Burnett Tylor nel suo celebre libro Primitive Culture, identificarono più di centocinquanta definizioni di tale nozione. Alla quale ovviamente corrispondevano metodologie interpretative diverse.

A mio parere la definizione tyloriana di cultura non introduce nulla di così straordinariamente innovativo, dato che egli scrive: “La cultura o la civiltà, prese in un ampio significato etnografico, costituisce quel complesso, che include le conoscenze, le credenze, le arti, la morale, il diritto, le usanze ed ogni altra abilità e abitudine acquisite dall’individuo in quanto membro di un gruppo sociale” (trad. mia). Sarò riduttiva, ma vedo in tali parole un’estensione dell’idea aristotelica che l’uomo è un animale politico, e che quindi esiste sono in quanto appartiene a un’entità politico-sociale, da cui apprende a conoscere e a comportarsi.

Queste considerazioni, a cui si accompagna – sempre al livello dei manuali - la scoperta che l’antropologia è caratterizzata dalla presenza, spesso conflittuale, di correnti assai disparate tra loro, che per di più si palesano anche nelle altre scienze sociali, rende la questione ancora più complicata. Tanto per fare un esempio, se esiste una storia particolarista ed individuante, che si contrappone ad una storia generalizzante e nomotetica, lo stesso identico conflitto sarà riscontrabile in ambito antropologico. Come, del resto, il marxismo, con le sue diverse sfumature, percorre tutto il campo delle scienze storico-sociali, compresa la psicologia e la linguistica.

A ciò – a mio parere – bisogna aggiungere un altro aspetto: non dobbiamo assolutamente confondere l’organizzazione delle discipline per l’insegnamento universitario con lo sviluppo di una ricerca, perché la prima di fatto non corrisponde a come si conduce in concreto quest’ultima, la quale dovrà servirsi di diversi strumenti interpretativi, frantumando così le barriere tra le diverse scienze sociali. Se il mio ragionamento ha un senso, ciò che effettivamente esiste sono le scienze sociali, che sono traversate da differenti prospettive metodologiche, ma ognuna non sostanzialmente differente da quella analoga presente in un altro ambito disciplinare, e questa caratteristica le accomuna. Dalla mia prospettiva, dunque, l’antropologia non esiste, esistono le scienze sociali, che sono caratterizzate dall’essere espressione di modi diversi di comprendere e interpretare il comportamento umano e la vita sociale.

Il marxismo ha rappresentato e rappresenta una di queste tendenze nelle scienze sociali e ha visto rifiorire la sua influenza in Occidente negli anni ’70, quando uscì l’antologia, curata da Maurice Godelier, degli scritti di Marx, Engels, Lenin Sulle Società precapitalistiche; influenza oscurata a partire dagli anni ’80, quando soprattutto nello studio delle società extra-occidentali si afferma il postmodernismo, che mette in crisi la stessa nozione di scienza e trasforma la ricerca etnografica in un’esperienza psicologica ed esistenziale dell’antropologo. Tale trasformazione aveva le sue basi nell’antropologia culturalista, il cui scopo era quello di rompere la relazione tra dimensione oggettiva e le altre istanze sociali, facendo delle concezioni del mondo l’oggetto privilegiato di indagine e accantonando il problema delle relazioni di potere dissolto nel tema delle differenze culturali.

D’altra parte, l’antropologia culturale statunitense, introdotta in Italia negli anni ’70, non si è limitata a studiare le società extra-occidentali, cimentandosi in ricerche di tipo olistico su piccole città, istituzioni proprie della società occidentale, considerate omogenee dal punto di vista culturale. Mi limito a citare il classico Middletown di R. e H. Lynd uscito nel 1929.

Accanto all’antropologia culturale, nel frattempo nelle isole britanniche si sviluppava l’antropologia sociale che metteva l’accento sull’insieme delle relazioni e sul modo di funzionare delle diverse istituzioni per innescare la riproduzione del sistema sociale. L’opera del sociologo Émile Durkheim costituiva l’elemento propulsore di questa tendenza antropologica, la quale metteva l’accento sul legame tra funzionamento della vita sociale e insieme delle pratiche e delle credenze in genere di carattere magico-religioso. Tale tendenza rifiutava, tuttavia, la dimensione storica, data la mancanza nelle società illetterate di fonti storiche, e quindi proponeva un approccio di tipo sincronico. Inoltre, come d’altra parte l’antropologia culturale, mostrava la sua preferenza per la società/cultura presa come un tutto coeso e separato dal resto del mondo, nonostante il processo di colonizzazione avesse già stravolti molti continenti, spesso con la collaborazione degli stessi antropologi [1]. Questi ultimi, in particolare, dettero vita all’antropologia applicata, una sorta di ingegneria sociale che rendeva più agevole l’introduzione di misure innovative dovute alla penetrazione capitalistica (lavoro salariato, tasse, denaro, proprietà privata).

Al contempo, l’antropologia culturale e quella sociale si svilupparono ulteriormente, in seguito alla commistione con altre discipline come la linguistica, la psicologia cognitiva, l’ecologia, dando vita ad una nuova serie di correnti di cui qui non posso dare conto.

Quanto all’Unione Sovietica, nell’epoca staliniana furono chiuse la Facoltà di Etnologia di Mosca e la cattedra di Etnografia di Leningrado, perché si consideravano tali scienze, insieme alla sociologia, scienze borghesi rese inutili dall’impiego del marxismo. Per un certo periodo, dunque, l’antropologia sovietica si caratterizzò per una serie di studi di carattere folclorico, dedicati alla cultura popolare e alle differenze etniche tra le popolazioni sovietiche. Accanto a queste ricerche si sviluppò il formalismo di V. Propp, conosciuto anche da noi, e la semiotica della cultura.

Chiusa la fase staliniana, le ricerche sulle formazioni sociali precapitalistiche ripresero come documenta il libro dello studioso sovietico S. A. Tokarev (Historia de la Etnografía, 1978), dal quale si ricava anche che egli domina a fondo la storia dell’antropologia occidentale.

Un aspetto di questo rilancio fu la pubblicazione del manoscritto dei Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica a Mosca nel 1939 e a Berlino nel 1953. Tale scritto, frutto di 15 anni di ricerche appassionate di Marx, contiene il testo Forme economiche precapitalistiche, in cui appare una lettura non unilineare dell’evoluzione storica, assai diversa dalla “necessaria successione di cinque stadi caratterizzati da cinque tipi fondamentali di rapporti di produzione, il comunismo primitivo, i modi di produzione schiavistico, feudale, capitalistico, socialista” (Godelier p. 10). Visione assai cara al determinismo stalinista, che anche a causa di una scelta di Engels, aveva messo tra parentesi il modo di produzione asiatico, identificato con il dispotismo orientale, riscontrabile anche in alcune civiltà precolombiane [2].

Come si ricava dalla nota [2], stabilito che il marxismo rifiuta ogni forma di lettura riduzionistica della storia ed è aperto ad una visione multilineare di essa, vorrei aggiungere che si pone come obiettivo anche quello di riconnettere cultura e dimensione economico-sociale; legame come si è visto spezzato soprattutto dall’antropologia culturale. Su questo tema mi limito a citare le parole di un marxista britannico, Raymond Williams, il quale scrive: “Una teoria marxista della cultura riconoscerà la diversità e la complessità, terrà conto della continuità all’interno del cambiamento, ammetterà il caso e certe limitate autonomie, ma, con queste riserve, considererà i fatti della struttura economica e le conseguenti relazioni sociali come il filo conduttore su cui si tesse una cultura, e seguendo il quale una cultura deve essere compresa” (Cultura e rivoluzione industriale, 1968: 319).

Concludendo, a questo punto mi sembra opportuno precisare, se si accetta il mio punto di vista, che l’antropologia, la storia, la sociologia sono assimilate dalle diverse prospettive teoriche scelte dai vari ricercatori, i quali devono però aver acquisito una certa competenza relativa all’area geografica, storica e politica da studiare. Ossia apprendere la lingua, la storia, la letteratura legata al fenomeno storico-sociale che si intende indagare. Le diverse prospettive teoriche, legate all’uso di differenti metodologie, sono collegate alle tendenze che traversano le scienze sociali nel loro complesso, le quali in questo senso sono indistinguibili. Inoltre, bisogna anche riconoscere che la ricerca sul campo non è una scoperta meramente antropologica. Si pensi, per esempio, al bellissimo lavoro di Emil Rasmussen su Davide Lazzaretti (Un Cristo dei nostri giorni, pubblicato nel 1904), frutto di un lungo soggiorno dello studioso danese nella comunità fondata dal profeta dell’Amiata.


Note

[1] Un significativo studio di questi processi si trova nel libro di Eric Wolf L’Europa e i popoli senza storia (1982), in cui si mostra come il mondo sia interconnesso dalle scoperte geografiche, e come storia, antropologia, economia etc. costituiscono un tutt’uno.

[2] La presenza del modo di produzione asiatico consente di mostrare che Marx e Engels non avevano una visione unilineare della storia, come del resto si ricava dal rifiuto del primo di “metamorfosare il mio schizzo della genesi del capitalismo nell’Europa occidentale in una teoria storico-filosofica della marcia generale fatalmente imposta a tutti i popoli, in qualunque situazione essi si trovino…La chiave di questi fenomeni sarà facilmente trovata studiandoli separatamene uno per uno e poi mettendoli a confronto; non ci si arriverà mai con il passe-partout della filosofia della storia, la cui virtù suprema è di essere soprastorica” (http://www.marxismo.net/teoria/prefazione_riv_perm.html).

09/07/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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