Centenario PCI

Negli anni dell’avanzata fascista in Europa, il Komintern analizza tale fenomeno individuandone il carattere internazionale, la natura di classe in quanto manifestazione del potere capitalistico in crisi. Fino all’avvento del nazismo al potere, l’azione antifascista dei partiti comunisti e la stessa applicazione della tattica del fronte unico proletario è fortemente condizionata e limitata da un drammatico spostamento a destra delle correnti maggioritarie della socialdemocrazia, le quali aprono di fatto la strada al fascismo in Germania. Tuttavia, alla metà degli anni ’30, il Komintern saprà riprendere l’ispirazione unitaria della politica di fronte unico ampliandola e trasformandola, sul terreno dell’iniziativa e della lotta di massa, nella strategia dei fronti popolari antifascisti.

Il PCd’i, nel quadro delle avversità dovute al regime fascista e dell’aspro dibattito che si va sviluppando anche all’interno del movimento comunista internazionale, elabora progressivamente una strategia e una tattica più attenta alle caratteristiche della società italiana che condurrà all’affermazione della linea politica di Gramsci sancita dal congresso di Lione.

Amadeo Bordiga, fondatore del PCd’I, fu un importante leader comunista che si confrontò con Lenin e Stalin da pari a pari.

Il Partito Comunista, quale strumento necessario della rivoluzione per costruire una società prima socialista e poi comunista, ha lasciato progressivamente il campo alla tendenza di fare del mezzo il fine, fino a sacrificare tutta la prospettiva strategica alla tattica necessaria a rafforzare la propria organizzazione, sempre più settaria.

L’ispirazione ordinovista del partito come parte della classe operaia e non sovrapposto a essa e di un partito e uno Stato non dominanti sopra la società bensì fondati sui poteri dal basso della base e del sociale, che continuerà a operare nel profondo in Gramsci e con Togliatti, Longo e Berlinguer.

In questa prima parte dell’analisi sull’atteggiamento dell’Internazionale Comunista riguardo al fenomeno fascista, si mette in evidenza come il Komintern abbia rilevato fin dalla marcia su Roma la pericolosità del fascismo e il suo carattere internazionale in quanto espressione della crisi mondiale del capitale, e abbia individuato nella tattica del fronte unico la modalità per combatterlo.

La nascita del Pcd’I con la scissione di Livorno va collocata nel contesto dell’Ottobre russo e degli altri avvenimenti mondiali pregressi (Grande Guerra) e contemporanei (fatti di Ungheria e Germania), nonché con il biennio rosso, l’avvento del fascismo e l’inadeguatezza politica dimostrata dal Psi. L’evoluzione della linea politica del nuovo partito è condizionata dalle differenze tattiche di Bordiga e Gramsci e dal rapporto con la III Internazionale.

La storia del Pci è caratterizzata dal tentativo di percorrere una via originale al socialismo in Italia e in Occidente. Il tentativo è stato soffocato da oscure trame italiane e internazionali e dalle politiche liberiste e trasformazioni che hanno inciso pesantemente sull’aggregazione e la forza della classe lavoratrice.

La politica del Pci negli anni che vanno dal 1943 ai primi anni del dopoguerra, quando si afferma il dominio statunitense.

La fine del Pci e il fallimento della rifondazione comunista si spiegano con l’incapacità di mettere a frutto il lascito gramsciano.

La crisi del Pci è dipesa anche da un’inadeguata definizione del concetto di classe. A tal fine è determinante il ruolo dei soggetti nell’attività lavorativa e le modalità del suo svolgimento. Accanto alla classe operaia dell’industria devono essere prese in considerazione oggi molte altre figure alle dipendenze di fatto del capitale per la sua valorizzazione e gli esclusi dal lavoro.

L’abbandono dei principi fondativi del partito di Gramsci è alla radice della fine del Pci. Come superare l’attuale frammentazione dei comunisti e rilanciare il loro protagonismo nella società italiana.

I primi cinque anni della vita del PCd’I costituiscono un periodo decisivo della sua storia, perché in esso prendono forma alcuni dei caratteri essenziali del nuovo partito destinati a segnarne l’intera vicenda storica successiva.

I limiti teorici, organizzativi e pratici che sono alla radice della scomparsa del Pci. Quale partito comunista serve oggi?

Nel centenario della sua nascita, il modo migliore per celebrare il Pci e tutti i comunisti che hanno dedicato la loro vita alla sua causa, per una società libera dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, è di ripercorrere la storia di quel partito per individuare gli elementi critici che hanno portato alla sua involuzione, e da ciò ripartire per la costruzione di un forte e radicato partito comunista all’altezza dei tempi.

La crisi e l’ingloriosa fine del Pci sono dipese da trasformazioni storiche epocali del modo di produzione capitalistico; mancarono allora e mancano oggi risposte intellettuali e pratiche all’altezza delle sfide da affrontare. Individuare le semplificazioni teoriche su cui quella politica si basava è un primo necessario passo per cercare risposte alternative.

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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