Da Livorno a Lione, i primi cinque anni del PCd’I

I primi cinque anni della vita del PCd’I costituiscono un periodo decisivo della sua storia, perché in esso prendono forma alcuni dei caratteri essenziali del nuovo partito destinati a segnarne l’intera vicenda storica successiva.


Da Livorno a Lione, i primi cinque anni del PCd’I

I primi cinque anni della vita del PCd’I, dalla scissione di Livorno il 21 gennaio 1921 al Congresso di Lione del 20-26 gennaio 1926, costituiscono un periodo decisivo della sua storia. È in esso infatti che vengono via via definendosi, sia pure lungo un processo tormentato e contraddittorio che investe sia la formazione dei suoi gruppi dirigenti che il rapporto di questi ultimi con la classe operaia e le masse popolari, alcuni caratteri essenziali del nuovo partito destinati a segnarne l’intera vicenda storica successiva. 

Il Pcd’I si presenta alla sua nascita come un partito rivoluzionario d’avanguardia di tipo nuovo, marcando una discontinuità nettissima sia con le tradizioni riformiste e massimaliste del socialismo italiano che con le forme di organizzazione politica e sindacale che lo avevano caratterizzato storicamente. Quelle tradizioni appaiono ai comunisti del tutto superate e inadeguate all’obiettivo immediato della conquista del potere da parte del proletariato nel contesto della crisi generale dell’ordinamento capitalistico mondiale e della nuova fase storica apertasi con la Rivoluzione d’ottobre. La nuova formazione politica si configura allora come un partito di quadri, di “rivoluzionari di professione”, come un’ espressione organica della parte più cosciente della classe operaia, ma nettamente separata dall’insieme del proletariato sul piano formale dell’organizzazione, caratterizzata da un’unità e da una disciplina di ferro di tipo quasi militare: una “falange d’acciaio” secondo una celebre espressione di Gramsci che ripete e fa proprio quel formidabile modello di organizzazione bolscevica che nella vittoria dell’Ottobre sovietico sembrava avere dimostrato la sua superiorità sulle forme di partito e di organizzazione di massa caratteristiche delle tradizioni della II Internazionale. Tale modello era stato adottato dalla III Internazionale al suo II Congresso tenutosi a Mosca nell’estate del 1920.

Il partito nato a Livorno si costituì come un’articolazione, una “sezione” nazionale del vero e proprio “partito mondiale della rivoluzione” che si era formato in primo luogo per l’iniziativa di Lenin in quella assise. Non a caso, al centro dello scontro politico tra la frazione comunista e la corrente massimalista maggioritaria di Serrati consumatosi al XVII Congresso del Psi nel gennaio del ’21 era stato il tema dell’accettazione della più importante tra le 21 condizioni imposte dal II Congresso del Komintern per l’adesione all’Internazionale Comunista, ovvero l’espulsione dei riformisti. In quello scontro politico si palesò una profonda divergenza teorica e politica tra le stesse correnti cosiddette “intransigenti” e di sinistra del socialismo italiano, non soltanto intorno alla questione dell’organizzazione, ma anche più in profondità sulle prospettive politiche della rivoluzione socialista in Italia. La scelta della frazione comunista di uscire dal vecchio partito fu ispirata dalla ferma convinzione che soltanto un nuovo partito rivoluzionario della classe operaia, unito e coeso intorno a una linea politica strategica e tattica effettivamente e operativamente rivoluzionaria, fosse in grado di unificare la parte più avanzata del proletariato e condurlo alla conquista immediata del potere. Lo stesso mancato sbocco di potere della crisi rivoluzionaria del dopoguerra, destinata a sfociare nella vittoria della reazione fascista, rivelava agli occhi dei comunisti l’incapacità e l’impotenza politica di tutte le correnti del socialismo italiano, di quella riformista come di quella stessa massimalista che pure non aveva mancato di cogliere nella rottura dell’Ottobre l’inizio di una nuova fase rivoluzionaria e di aderire nel 1919 all’Internazionale Comunista.

Del resto, fu proprio in questo drammatico passaggio storico, segnato dall’alternativa tra rivoluzione e reazione, che gruppi e orientamenti comunisti tra loro anche molto eterogenei, perfino sul piano della formazione politica e ideologica, si fusero dando così vita ad un’unica frazione comunista. La convergenza tra il gruppo torinese dell’“Ordine Nuovo” e la frazione comunista “astensionista” diretta da Amedeo Bordiga costituì il momento fondamentale di tale processo di fusione, certamente favorito anche dalla linea politica prevalsa al II Congresso del Komintern di rottura radicale e formale con i riformisti. Una posizione estremamente critica nei confronti delle tradizioni del socialismo italiano era comune sia al gruppo ordinovista che a quello bordighista. Non a caso al convegno di Imola del 28-29 ottobre 1920 la frazione comunista decideva che si sarebbe andati alla scissione dal vecchio partito anche in minoranza. Non v’è dubbio, tuttavia, che la nascita della frazione destinata a diventare il nucleo del futuro PCd’I avvenne sotto il segno dell’iniziativa e della direzione di Bordiga e del suo gruppo che aveva avuto il merito di porre per primo la centralità della questione del partito come condizione fondamentale per la preparazione e la vittoria della rivoluzione, in una polemica serrata contro il massimalismo di Serrati e la sua visione sostanzialmente formalistica e feticistica dell’unità del Psi. D’altro canto, la direzione di Bordiga e le pozioni di estrema sinistra assunte dal PCd’I nel primissimo periodo della sua vita costituirono una delle ragioni, non solo delle difficoltà a tradurre il programma rivoluzionario in una concreta iniziativa politica e in un effettivo lavoro di massa del nuovo partito, ma anche del contrasto tra quest’ultimo e le direttive dell’Internazionale intorno all’applicazione della politica di fronte unico.

La maggioranza del partito rifiutava nella sostanza quelle direttive miranti a definire, di fronte alla violenta reazione delle classi dominanti e al riflusso dell’ondata rivoluzionaria del dopoguerra, un’impostazione della tattica più complessa e articolata, capace di conquistare la maggioranza della classe operaia ancora sotto l’egemonia del vecchio Psi anche sulla base di un confronto e di un rapporto politico con una parte dei suoi gruppi dirigenti. Si comprende come l’adozione di tale tattica apparisse al Pcd’I non soltanto gravida di possibili degenerazioni in senso opportunistico dell’azione politica del partito, ma perfino come una sconfessione delle ragioni della scissione di Livorno. 

L’ostinata resistenza della maggioranza del partito, stretta attorno a Bordiga, alla posizione del Komintern, favorevole a una fusione col Psi dopo l’espulsione da quest’ultimo dei riformisti al congresso di Roma dell’ottobre ’22, discende certamente da una impostazione politica troppo schematica e dottrinaria ma è anche l’espressione di una energica e storicamente comprensibile rivendicazione delle ragioni di Livorno e dell’esigenza dell’autonomia insieme politica e organizzativa del partito rivoluzionario della classe operaia

Ma proprio il difficile e drammatico confronto con l’Internazionale avrebbe spinto una parte della stessa maggioranza del PCd’I, e in particolare quella componente di essa che si era formata nel gruppo dell’“Ordine Nuovo” in stretto rapporto con il movimento torinese dei Consigli di Fabbrica e che aveva in Gramsci, Togliatti e Terracini i suoi principali esponenti, ad avviare un processo di superamento dei limiti di settarismo e di dottrinarismo della strategia e della tattica del partito. È Gramsci, in particolare, a ricollegarsi all’esperienza del gruppo ordinovista, superandone criticamente i limiti di volontarismo e di spontaneismo che gli avevano impedito di assumere la direzione politica e organizzativa nel processo di costruzione del partito comunista, per riprenderne e valorizzarne, nell’ottica di una “traduzione” nazionale del bolscevismo, quella ispirazione “soviettista” e rivoluzionaria così profondamente legata all’esperienza russa e insieme a quella del movimento torinese dei Consigli di Fabbrica.

Nel periodo del suo soggiorno a Mosca negli anni ’22-’23 come rappresentante italiano nell’Esecutivo del Komintern, egli ha modo di conoscere più profondamente l’esperienza rivoluzionaria del bolscevismo, nei suoi tratti più legati alle condizioni particolari della Russia, come nei suoi caratteri internazionali e universali che ne fanno il riferimento fondamentale per tutto il movimento operaio e comunista mondiale. La ricerca di un nuovo e fecondo rapporto tra il ruolo di direzione politica generale del partito rivoluzionario e la sua capacità di legarsi a un movimento realmente di massa e realmente rivoluzionario, è uno dei momenti fondamentali dell’elaborazione di Gramsci e della formazione di un nuovo gruppo dirigente del PCd’I. Così l’idea della produzione come base sociale e politica dello Stato proletario, che era stata al centro del Gramsci teorico della democrazia operaia degli anni 1919-20, ritorna adesso nel Gramsci dirigente comunista ormai approdato al leninismo nella sua concezione del partito comunista come parte e non soltanto organo della classe operaia: il partito viene inteso come un organismo politico che ha nelle cellule di fabbrica, nel terreno della produzione immediata, la sua principale base di massa e insieme come il primo nucleo di un più ampio sistema di alleanze della classe operaia, in grado di saldare a quest’ultima l’insieme delle masse lavoratrici e in primo luogo la massa dei contadini poveri.

L’idea della attualità della rivoluzione socialista come unica alternativa possibile alla crisi della società italiana, in grado di rompere quel blocco tra grandi agrari del Sud e borghesia industriale del Nord che aveva costituito la base sociale dello stato italiano e continuava a esserlo anche dopo la vittoria del fascismo, viene riaffermata energicamente al Congresso di Lione. Sulla base di un’analisi delle particolarità dello Stato borghese e del capitalismo italiani, dei suoi limiti e caratteri storici e strutturali, la tesi dell’attualità della rivoluzione socialista si lega più strettamente e organicamente a una concezione della funzione nazionale della classe operaia nella lotta per l’abbattimento del fascismo come forma specifica del dominio capitalistico e quindi del dominio borghese in quanto tale. La condotta impotente, se non complice, dei socialisti riformisti e dei partiti “costituzionali” borghesi e piccolo-borghesi nei confronti del governo fascista durante la crisi Matteotti, il loro rifiuto a sostenere qualunque opposizione antifascista condotta sul terreno della mobilitazione attiva della classe operaia e delle masse lavoratrici, se confermava in questo senso le ragioni della scissione di Livorno, rivelava nello stesso tempo quanto urgente e decisivo fosse per il partito comunista l’obiettivo della conquista della maggioranza della classe operaia come fondamentale tappa intermedia dello stesso processo rivoluzionario.

Sulla base di uno sviluppo anche originale della tattica leninista del fronte unico, la lotta per la rivoluzione socialista si pone così come una lotta di massa e politica per la sua preparazione, scandita da tappe e obiettivi intermedi. L’esperienza del partito durante la crisi Matteotti aveva dimostrato sul terreno concreto dell’azione e dell’iniziativa politiche come la tattica di fronte unico consentisse al Partito Comunista di condurre efficacemente la sua lotta su due fronti: contro il fascismo e, insieme, contro l’opportunismo socialdemocratico che finiva per aprirgli la strada. Ma l’unità delle forze rivoluzionarie proletarie e popolari sul terreno nazionale si pone come momento della più generale unità delle forze rivoluzionarie a scala mondiale e che trova nell’Internazionale Comunista, nella coesione e compattezza del partito mondiale, la sua espressione più alta e consapevole.

Nelle condizioni di una relativa stabilizzazione del capitalismo in alcuni importanti paesi dell’Europa, il processo di “bolscevizzazione” dei partiti comunisti avviato dal V Congresso del Komintern nel giugno del 1924 accelera e rafforza il carattere di organismo centralizzato del “partito mondiale”, oggettivamente subordinato alla funzione di guida del gruppo dirigente bolscevico, e insieme promuove la trasformazione delle sue “sezioni nazionali” in partiti proletari di massa. In questa rinnovata articolazione del nesso tra terreno nazionale e internazionale, sottesa all’intera elaborazione strategica del Congresso di Lione, è il più profondo elemento di rottura con la tradizionale impostazione di Bordiga, disponibile persino a una rottura con l’Internazionale nella sua ostinata opposizione alla tattica del “fronte unico” proletario. Ci pare in tal senso che a Lione il partito comunista porti a compimento in modo coerente un processo di riaggregazione e di unificazione politica delle forze rivoluzionarie iniziato a Livorno. La scissione, che in un primo momento poteva apparire soltanto un fattore di divisione e di indebolimento delle forze rivoluzionarie del movimento operaio, si rivela già nel medio periodo sul concreto terreno della dialettica storica della lotta politica e di classe come l’inizio potente di un processo di unificazione sociale e politica, ma anche organizzativa e ideologica delle migliori energie rivoluzionarie del proletariato. I primi cinque anni di vita del partito comunista italiano costituiscono in tal senso un patrimonio storico e teorico ancora oggi prezioso e imprescindibile per i comunisti.

15/01/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Salvatore Tinè
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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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