Il Komintern e il fascismo – Prima parte

In questa prima parte dell’analisi sull’atteggiamento dell’Internazionale Comunista riguardo al fenomeno fascista, si mette in evidenza come il Komintern abbia rilevato fin dalla marcia su Roma la pericolosità del fascismo e il suo carattere internazionale in quanto espressione della crisi mondiale del capitale, e abbia individuato nella tattica del fronte unico la modalità per combatterlo.


Il Komintern e il fascismo – Prima parte

Il tema del fascismo, delle sue cause e della sua natura, è al centro della discussione politica e dell’elaborazione strategica del Komintern già a partire dal suo IV Congresso apertosi a Pietroburgo il 5 novembre del 1922, pochi giorni dopo la marcia su Roma. Non sfugge al gruppo dirigente del “partito mondiale della rivoluzione” la dimensione internazionale degli avvenimenti italiani, il loro riflettere un contesto di generale controffensiva capitalistica che sembra rallentare i ritmi e i tempi del processo rivoluzionario innescato in Europa centrale e occidentale dalla Rivoluzione d’Ottobre.

Di fronte alla sfida lanciata dalla prima rivoluzione operaia vittoriosa della storia, e nonostante l’estrema gravità della crisi economica e sociale seguita allo sfacelo della guerra imperialista, le classi dominanti del mondo capitalistico dimostrano di possedere ancora una forte capacità di resistenza e di tenuta politica e organizzativa. Il fascismo è una delle forme politiche che assume la controffensiva e la reazione borghesi. Di fronte a esse i comunisti sono chiamati proprio mentre si costituiscono come tali su basi totalmente rinnovate rispetto alle vecchie tradizioni del socialismo della II Internazionale, a muoversi e agire anche sul terreno della politica unitaria, sia per accumulare e unificare le forze rivoluzionarie che per conquistare la maggioranza del proletariato e una parte delle stesse masse popolari. Perciò la tattica del fronte unico elaborata al III Congresso trova al IV Congresso la sua concreta espressione programmatica e politica nella parola d’ordine del “governo operaio”. Non più limitata alla sola iniziativa “dal basso” sul terreno sindacale, la politica di fronte unico del Komintern non esclude la possibilità e in taluni casi la necessità di una intesa unitaria con gli stessi partiti socialdemocratici anche attraverso l’appoggio o la partecipazione a governi operai in varie forme in grado di sconfiggere e disarmare militarmente e politicamente le forze apertamente reazionarie e controrivoluzionarie della borghesia e di aprire così la strada alla conquista del potere da parte del proletariato.

Il gruppo dirigente del Komintern non tarda a individuare proprio nel fascismo una delle forme principali e più pericolose nelle quali avanzano la controffensiva e la reazione borghesi. A esso non è tuttavia chiaro se tale forma sia destinata a diventare quella più importante e prevalente in almeno alcuni dei principali paesi europei o se essa si alternerà e si combinerà in vari modi con soluzioni di tipo democratico e pacifico della crisi generale del dominio capitalistico. Così riferendosi all’avvento al potere del fascismo in Italia, il presidente dell’Internazionale, Zinov’ev affermava: “Adesso si discute tra i compagni italiani per sapere ciò che succede attualmente in Italia: un colpo di Stato o una commedia. Può essere le due cose insieme. Dal punto di vista storico è una commedia. In qualche mese la situazione tornerà a vantaggio della classe operaia, per il momento è un colpo di Stato serio, una vera controrivoluzione”. Pur ribadendo il giudizio sul carattere storico-epocale della crisi del capitalismo non sfuggiva a Zinov’ev l’immediata gravità della marcia su Roma, il suo oggettivo carattere di vittoria politica della controrivoluzione, appena attenuata dall’affermazione che essa non avrebbe necessariamente impedito perfino nel breve periodo una ripresa della classe operaia e delle sue potenzialità rivoluzionarie. Tale gravità era espressa in termini ancora più espliciti e drammatici nella relazione di Radek, nel contesto di una critica severa dell’impreparazione e dei limiti che avevano caratterizzato l’azione politica antifascista e rivoluzionaria dell’intero movimento operaio italiano, compresa la sua componente comunista. Di fronte alla tremenda sconfitta della classe operaia e delle sue avanguardie rivoluzionarie segnata dall’avanzata della reazione fascista, Radek sembrava spingersi fino a delineare un passaggio di fase pur all’interno di un periodo che continuava a essere definito come quello della crisi finale del capitalismo e della transizione al socialismo a scala mondiale. “Nella vittoria del fascismo” affermava Radek “io non vedo solo il trionfo meccanico delle armi fasciste; io vedo la più grande disfatta che abbiano subito dopo l’inizio del periodo della rivoluzione mondiale il socialismo e il comunismo; una disfatta più grande di quella dell’Ungheria soviettista, poiché la vittoria del fascismo è una conseguenza del fallimento morale e politico momentaneo del socialismo e di tutto il movimento operaio italiano.”

Sottolineando come la vittoria di Mussolini e del suo movimento non fosse stata ottenuta soltanto attraverso l’uso della violenza armata, Radek richiamava l’attenzione sulla base sociale del fascismo e sulla straordinaria capacità di mobilitazione di massa della piccola e della media borghesia che esso aveva saputo dispiegare in uno scontro con i partiti e le organizzazioni del movimento operaio teso al loro isolamento politico e insieme alla loro soppressione violenta. Se la vittoria militare era stata resa possibile dall’aperto sostegno del grande capitale finanziario e dei grandi agrari, costretti nella crisi a difendere e consolidare il loro potere anche attraverso il ricorso alla violenza e al terrore fascisti, la vittoria politica era invece avvenuta per l’appoggio e il sostegno di massa che il fascismo aveva ottenuto in ampi strati del ceto medio. Il fallimento del socialismo italiano e gli stessi limiti dei comunisti avevano infatti favorito lo spostamento di tali strati nel campo della reazione nell’illusione che il fascismo avrebbe potuto costituire una forza politica in grado di rappresentarne e organizzarne gli interessi e le aspirazioni in modo autonomo. Di qui l’indicazione della necessità di un’azione politica sul terreno di una lotta di massa contro la reazione capitalistica come momento fondamentale della tattica del fronte unico politico e non solo sindacale elaborata al III Congresso del 1921: “in effetti la lotta contro il fascismo” affermava Radek “esige non solo la creazione di un’organizzazione illegale, esige non solo il coraggio che caratterizza il comunismo italiano; essa richiede anche una superiorità politica. Solo quando i comunisti saranno capaci di dare alle masse … malgrado tutto quello che hanno subito una fede nuova nella forza vittoriosa del socialismo, essi potranno riprendere la lotta contro il fascismo”.

Nella contraddizione tra la sua natura di strumento della controrivoluzione borghese e la sua base sociale piccolo-borghese, Radek individuava l’elemento di debolezza del nuovo partito reazionario guidato da Mussolini. Secondo il dirigente bolscevico tale contraddizione era destinata ad acutizzarsi proprio in seguito alla conquista del potere da parte del movimento delle camicie nere. Ne scaturiva la necessità di una iniziativa politica e di massa dei comunisti e di tutto il movimento proletario in senso antifascista volta a conquistare non soltanto la maggioranza della classe operaia ma anche il consenso o almeno la neutralità di alcuni settori dei ceti medi in vario modo colpiti dalla crisi o proletarizzati da essa. “I fascisti rappresentano la piccola borghesia andata al potere grazie all’appoggio della borghesia; essi saranno costretti da lei ad eseguire non già il programma della piccola borghesia ma quella del capitalismo.”

L’analisi di Radek coincide in alcuni punti con quella di Gramsci. Quest’ultimo in alcuni articoli su “L’Ordine nuovo” nel 1921 dedicati all’analisi del movimento mussoliniano, aveva lucidamente individuato nella mobilitazione e negli spostamenti delle classi medie non soltanto un momento fondamentale dei processi di crisi generale del capitalismo innescati dalla guerra imperialistica ma anche uno dei terreni su cui si sarebbe dispiegata l’offensiva controrivoluzionaria del capitale nelle forme della violenza e del terrorismo di Stato. Le analisi di Gramsci del fascismo italiano avevano in questo senso fissato alcuni elementi per la determinazione del suo carattere internazionale. “Cos’è il fascismo, osservato su scala internazionale?” aveva scritto in un articolo pubblicato su “L’Ordine nuovo” l’11 marzo 1921 “È il tentativo di risolvere i problemi di produzione e di scambio con le mitragliatrici e le rivolverate. Le forze produttive sono state rovinate e sperperate nella guerra imperialista … Si è creata un’unità e simultaneità di crisi nazionali che rende appunto asprissima e irremovibile la crisi generale. Ma esiste uno strato della popolazione in tutti i paesi – la piccola e media borghesia – che ritiene di poter risolvere questi problemi giganteschi con le mitragliatrici e le rivolverate, e questo strato alimenta il fascismo, dà gli effettivi al fascismo.” In un articolo su “L’Ordine nuovo” dell’11 giugno 1921, Gramsci sottolineava non a caso la capacità di mobilitazione di massa del movimento fascista e la sua duplice natura, insieme militare e politica. Alla complicità e il sostegno da parte delle istituzioni del vecchio stato liberale si accompagnava anche un rafforzamento degli elementi di compattezza e di gerarchia militare del movimento delle camicie nere, di fatto espressione di una forza e di una sia pure relativa autonomia politica. “I fascisti” scriveva Gramsci “posseggono disseminati in tutto il territorio nazionale, depositi di armi e munizioni in quantità tale da essere almeno sufficiente per costituire un’armata di mezzo milioni di uomini. I fascisti hanno organizzato un sistema gerarchico di tipo militare che trova il suo naturale ed organico coronamento nello Stato maggiore.” In questo senso il fascismo era per Gramsci un’espressione della crisi dell’ordine capitalistico, un aspetto della sua fatale decomposizione ma anche un tentativo di riorganizzare in forme politiche e organizzative nuove e in larga parte inedite le basi di massa e di consenso del potere e dello Stato borghesi, sebbene in un sostanziale rapporto di compromesso più che di organica fusione con i vecchi ceti dirigenti liberali.

Su questo intreccio tra crisi generale e parziale riorganizzazione del dominio capitalistico non mancava di richiamare l’attenzione Amedeo Bordiga nel rapporto sul fascismo tenuto al IV Congresso del Komintern riprendendo ma anche sviluppando alcuni temi della relazione di Radek che abbiamo prima richiamato. Come Gramsci, anche Bordiga individuava nell’organizzazione politico-militare del movimento fascista una delle sue principali novità: “la sua superiorità e la sua caratteristica distintiva consistono interamente nella sua organizzazione, nella sua disciplina e nella sua gerarchia”. Certo, secondo Bordiga, “quanto all’ideologia e al tradizionale programma della politica borghese” il fascismo “non ha apportato nulla di nuovo”, dato che il carattere generale e strutturale della crisi capitalistica non consentiva una effettiva riorganizzazione dell’apparato statale borghese ponendo piuttosto nuove possibilità di una ripresa rivoluzionaria, perfino nel breve periodo. Tuttavia ciò non toglieva che esso avesse avviato un processo di radicale riorganizzazione e unificazione politica delle varie frazioni del grande capitale finanziario nel suo complesso in modi e forme diversi da quelli del vecchio parlamentarismo e professionismo politico privi in Italia di partiti solidi e strutturati. Così, proprio mentre la crisi economica generale veniva mostrando le conseguenze catastrofiche dell’anarchia della produzione e del mercato capitalistici, il fascismo, almeno nella sua versione italiana, riusciva a superare almeno “l’anarchia politica” della borghesia: “gli strati della classe dominante avevano tradizionalmente formato raggruppamenti politici e parlamentari, che non poggiavano su partiti saldamente organizzati e si combattevano a vicenda, conducendo nei loro interessi particolari e locali una lotta di concorrenza che, sotto i politici di professione, provocava ogni sorta di manovre nei corridoi del parlamento. L’offensiva controrivoluzionaria imponeva la necessità di riunire, nella lotta sociale e nella politica di governo, le forze della classe dominante. Il fascismo è la realizzazione di questa necessità”.

Di lì a poco gli ulteriori sviluppi della controffensiva capitalistica in Europa avrebbe rafforzato agli occhi del Komintern la dimensione internazionale del fascismo. Ma è chiaro che la stessa esigenza di definire una tattica politica in grado di contrastare la reazione borghese conduceva il comunismo internazionale a fissare con maggiore precisione analitica anche i suoi elementi di debolezza e di fragilità sia sul piano sociale che su quello politico.

Il III Esecutivo allargato del Komintern tenutosi nel giugno del 1923 svilupperà ulteriormente alcuni aspetti dell’analisi del fascismo già fissati al IV Congresso nelle relazioni di Radek e di Bordiga, ma precisando ancora meglio e più dettagliatamente gli elementi di contraddizione e di fragilità che scandivano i processi di unificazione politica di segno reazionario delle classi dominanti così come quelli di rafforzamento delle loro basi sociali di consenso nella piccola e media borghesia urbana e rurale. Non a caso al centro della discussione del III Plenum è il tema del “governo operaio e contadino”, una ulteriore specificazione dell’elaborazione della politica di fronte unico che si lega strettamente alle necessità e ai compiti della lotta proletaria e di massa contro il fascismo internazionale. Già alla fine del gennaio del 1923, subito dopo il IV Congresso, il Komintern e l’Internazionale Sindacale Rossa lanciavano un appello contro il fascismo in Italia che con grande forza ne denunciava il nesso profondo con i caratteri della crisi capitalistica e la dimensione mondiale. Si leggeva in esso: “La situazione attuale dell’Italia è l’immagine di ciò che potrà essere la situazione nel vostro paese se voi non riuscirete ad impedire lo sviluppo del fascismo e ad abbatterlo laddove esso si è affermato. Ma le cause della nascita e del suo sviluppo non sono proprie solo dell’Italia, sono comuni a tutti i paesi capitalisti. La crisi internazionale del capitalismo porta in sé il germe della nascita del fascismo mondiale. In certi paesi la piccola borghesia disillusa attende vanamente dal fascismo una sistemazione e un miglioramento delle condizioni instabili e precarie della sua esistenza. La grande borghesia agraria e industriale sostiene direttamente il movimento e gli assicura l’aiuto dello Stato”. L’esigenza di una unità di tutte le forze del movimento operaio, a tutti i livelli, su una base coerentemente antifascista e rivoluzionaria veniva rivendicata con forza. La lotta contro la reazione fascista come fenomeno mondiale unificava in concreto il terreno nazionale della lotta di classe con quello internazionale: “Il fascismo vuole espandersi in tutti i paesi per risolvere la crisi mondiale del capitalismo a spese della classe operaia. Si possono già vedere manifestazioni fasciste in Ungheria, in Germania, in Polonia e altrove … Tutte le organizzazioni politiche, sindacali, cooperative del proletariato mondiale hanno il dovere di collaborare a questa azione, che deve assumere le forme appropriate al tentativo di organizzazione del fascismo in ciascun paese”.

L’occupazione francese della Ruhr e la crisi tedesca alimentano in Germania gli orientamenti nazionalisti e fascisti. La “questione nazionale” diventa anche per i comunisti uno dei terreni della lotta contro l’imperialismo e la reazione e uno dei temi al centro della tattica del fronte unico in Germania. Un nesso stretto lega già la lotta contro la reazione fascista e quella contro il pericolo di nuove guerre internazionali che il fascismo porta con sé. Nello stesso tempo il colpo di Stato fascista in Bulgaria con il rovesciamento del governo del leader dell’Unione Agraria Stamboliskij pone al centro dell’attenzione del Komintern la questione contadina. Di fronte allo scontro tra il governo rovesciato, espressione degli interessi della massa dei piccoli contadini ma anche di alcuni settori della borghesia agraria, e le forze della “sovversione bianca” promotrice del colpo di Stato fascista, i comunisti bulgari avevano mantenuto una posizione di inerte equidistanza. Contro tale atteggiamento il Komintern assumeva nel suo III Esecutivo allargato una posizione fortemente critica, individuando nella questione agraria uno dei momenti fondamentali della politica di fronte unico e nella parola d’ordine del governo operaio e contadino un passaggio politico fondamentale nel processo di unificazione di massa di tutte le forze rivoluzionarie. Una impostazione che veniva efficacemente riassunta in questi termini, in un appello agli operai e contadini bulgari: “Chi erroneamente credette che il conflitto tra la cricca bianca e Stambolinskij fosse una lotta tra due cricche borghesi, di fronte alla quale la classe operaia si potesse mantenere neutrale, verrà ora convinto del contrario dalle sanguinose persecuzioni contro le organizzazioni operaie. Unitevi alla lotta contro la sovversione bianca non soltanto con larghe masse di contadini ma anche con i capi del partito contadino rimasto ancora in vita. Mostrate loro dove ha portato la spaccatura tra contadini e operai, e fate loro appello per una lotta comune per un governo operaio e contadino.” Si trattava di una indicazione tattica di valore generale che denunciava i gravi pericoli di inerzia e passività politica cui una impostazione settaria dell’attività dei partiti comunisti poteva condurre di fronte alla minaccia reazionaria e alle potenzialità politiche ed egemoniche di cui essa si dimostrava capace.

La risoluzione del III Plenum sul fascismo sintetizzava in modo organico ed esaustivo l’esperienza e l’elaborazione strategica del Komintern sui temi del fronte unico proletario come processo di unificazione delle forze antifasciste e rivoluzionarie intorno alla direzione e al ruolo egemonico della classe operaia. Accogliendo alcuni spunti importanti della relazione di Klara Zetkin sul carattere disomogeneo della base sociale in parte piccolo-borghese e in parte semiproletaria del movimento fascista e sugli elementi di debolezza di quest’ultimo, la risoluzione insisteva anche sulle difficoltà e le contraddizioni del processo pure in atto di unificazione politico-statuale in senso reazionario delle classi dominanti e di rafforzamento della loro base sociale. “Il fine che il fascismo persegue, di forgiare cioè il vecchio Stato borghese «democratico» a fascistico Stato forte, sprigiona conflitti tra la vecchia e la nuova burocrazia fascista; tra l’esercito regolare con i suoi ufficiali di carriera e la nuova milizia con i suoi capi; tra la violenta e fascistica politica nell’economia e nello Stato e l’ideologia dei residui liberali e democratici della borghesia; tra monarchia e repubblicani; tra i veri e propri fascisti delle camicie nere e i nazionalisti accolti nel partito e nella milizia; tra l’originario programma dei fascisti che illuse e conquistò le masse, e l’odierna politica fascista che fa gli interessi del capitale industriale e in prima linea dell’industria pesante artificialmente ingrossata.”

Si può dire che l’analisi degli elementi di contraddizione e di debolezza del movimento fascista fosse funzionale alla fissazione del carattere di politica di massa della tattica del fronte unico mirante a unificare le forze rivoluzionarie proletarie ma anche a conquistare una parte dei settori popolari illusi dalla demagogia e dalla propaganda reazionarie: “le organizzazioni operaie devono perciò spingere con la massima energia le più vaste masse popolari contro il capitale, per difenderle dallo sfruttamento e dall’oppressione e devono contrapporre la più seria lotta di massa alle demagogiche parole d’ordine apparentemente rivoluzionarie del fascismo”. Così alcune delle indicazioni date da Radek nel suo rapporto al IV Congresso sul carattere insieme militare e politico della lotta di classe contro la reazione trovavano nella risoluzione una concreta applicazione operativa: “all’avanguardia cosciente e rivoluzionaria della classe operaia spetta il compito di prender nelle sue mani la lotta contro il fascismo che si va organizzando in tutto il mondo. Essa deve disarmare politicamente il fascismo e deve organizzare i lavoratori per una forte ed efficace autodifesa contro le sue difese”. L’indirizzo unitario si spinge fino a rivendicare la necessità della costituzione da parte dei partiti e delle organizzazioni operaie di “un organo speciale per dirigere la lotta contro il fascismo” in grado sia di organizzare “la lotta difensiva dei lavoratori mediante fondazione di squadre e loro armamento” sia di “attrarre a questa lotta tutti i lavoratori senza distinzione di orientamento”. Nella la lotta contro il fascismo il Komintern allarga allora e insieme approfondisce la tattica di fronte unico conferendo a essa una dinamica rivoluzionaria sul terreno concreto dell’iniziativa e del movimento delle masse anticipando in alcuni momenti la strategia dei fronti popolari del VII Congresso.

12/02/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Salvatore Tinè
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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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