Addio a Ettore Scola icona della moviola dei poveri

La scomparsa del regista delle lotte sociali per il bene comune e comunista doc.


Addio a Ettore Scola icona della moviola dei poveri

La scomparsa del regista messaggero dal set delle lotte sociali per il bene comune. Membro del governo ombra del Pci creato da Occhetto, con delega ai Beni culturali. Nei suoi film l’espressione della commedia italiana fra il neorealismo e l’ironia. Miti del cinema italiano nei suoi capolavori.

di Alba Vastano

Se n’è andato in punta di piedi, per non far scalpore, per non dare spettacolo. Come si addice ad un vero gentleman e ad un maestro saggio. Lui, che dello spettacolo del cinema italiano, quello genuino, quello di un’Italia sfruttata e povera, di un Paese che stenta a rinascere dalle ceneri del fascismo, che ironizza su borghesia e istituzioni, ne era l’interprete massimo.

Dai media la notizia triste e improvvisa della fine del maestro della moviola dei poveri. Una fine così repentina, così fredda come il giorno in cui se n’è andato, in un ospedale romano dove il suo generoso cuore ha ceduto. A farne l’elogio un Paese intero. Non vorrei omologarmi all’eterno rito del “quanto era bravo, geniale e umano”. Non perché Scola non meriti una, mille, un milione di aggettivazioni positive per la sua indiscutibile arte. Semplicemente perché a volte il silenzio per la fine di un grandissimo uomo che nella storia del cinema, e non solo, lascia un segno profondo, è più dignitoso e altisonante di tante melliflue parole.

Tuttavia la “penna” mi chiama a fare la sua parte e non posso non ricordare la storia italiana dell’ultimo cinquantennio almeno, raccontata sotto la sua regia. Una storia che ci riguarda tutti, in cui un’umanità, quella più socialmente fragile si è riconosciuta e ha trovato consolazione e riscatto.

E ripercorro, guardando i trailer dei suoi film più gettonati, gli anni di un Paese giovane e combattente, fiero e generoso, in cui c’era ancora una parvenza di sociale e di unità nel contrastare i poteri forti, in cui ci si poteva riconoscere negli altri, facendosi paladini delle lotte per la giustizia, contro la corruzione e il degrado. E fascismo e capitalismo erano gli orchi da debellare. E ce la potevamo fare, perché c’era ancora socialità e voglia di lottare.

Così il cinema di Scola. Quel buon cinema che ha la grandissima potenza di far compiere agli spettatori un viaggio e di scoprire o riscoprire posti e storie nuove, di offrire una visione del sociale e dell’umano vicina alla realtà. Così fu per i film del neorealismo del dopoguerra. Così fu per il cinema negli anni del boom economico, alla fine degli anni ‘50, che offrivano anche la visione di una netta separazione fra il Nord industrializzato e il povero e abbandonato Sud agricolo.

E così negli anni ‘70 quando i film del maestro, come C’eravamo tanto amati e Una giornata particolare, offrirono la possibilità di un’indagine sul passato, prendendone le dovute distanze. Principe, Scola, di una nuova commedia all’italiana, in cui i fatti drammatici si mescolano alla risata, in cui regnano una moltitudine di tematiche e di aspetti della società sempre ammorbiditi dall’ironia sottile e intelligente.

Superando gli elementi base del cinema neorealista, in cui prevale un’accettazione impotente della realtà, la commedia di Scola arricchita di nuovi elementi quali l’ironia, sa sollecitare e incuriosisce nel sottolineare la necessità di compiere scelte sociali, capaci di rivoluzionare un sistema corrotto. Ricordare alcuni dei suoi film che più ho amato, vuole essere il mio omaggio al maestro della commedia italiana.

Una giornata particolare

Gli attori preferiti. Giganti del cinema italiano, artisti ineguagliabili. Li amava Scola e a ragione, tanto da volerli spesso nei suoi film. Sofia Loren e Marcello Mastroianni, miti del nostro cinema e anche di quello d’oltralpe. Insieme a Monica Vitti, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi e all’Albertone nazionale, i massimi interpreti delle opere cinematografiche del regista scomparso.

Nel film Una giornata particolare un tristissimo ricordo di una storia che ci ha infangato e umiliato, quella del fascismo. Storia che alla gente semplice obnubilò le coscienze, sì da renderla addirittura fiera di appartenere alla vergogna di un sistema che toglieva la dignità alle persone e che portò il Paese alla distruzione. Si interfacciano nella pellicola due situazioni, una pubblica, l’altra privata. È il 6 maggio del 1938. C’è il Führer a Roma e la città è in subbuglio. Tutti all’adunata per assistere al famigerato incontro fra i due dittatori.

Il dux nostrano fa gli onori di casa. Balilla in divisa e intere famiglie ad onorare la loro follia. Antonietta (Loren) resta a casa, da brava matrona fascista. È donna disfatta da una fecondissima maternità. Ha sei figli da accudire e oltretutto lei stessa crede nel duce e ne fa un mito da venerare, così nella sua raccolta di foto regnano le foto del dittatore accompagnate da didascalie inquietanti. L’incontro con Gabriele (Mastroianni), suo condomino, un radiofonico cacciato dalla Eiar perché antifascista e omosessuale, farà capitolare la donna dal suo credo politico, offrendole la possibilità di guardare ad un cambiamento.

Superba l’interpretazione dei due attori. Una Loren di altissimo spessore come artista che nell’interpretazione riesce perfettamente ad esprimere la sottocultura popolare di quei tempi iniqui, ma anche la voglia di riscoprirsi in una persona libera da preconcetti. Un Mastroianni affascinante e melanconico. Struggente la sua omosessualità proibita e la sua grande carica interpretativa e umana. Patetico, passionale e ultra moderno mentre fa un coming-out disperato, urlando nelle scale del condominio popolare “Portiera, portiera sono recchione, sono frocio”.

Nella pellicola la grande ironia di Scola tende a sottolineare con maestria quanto le coscienze possano essere contraffatte dal potere fino all’inverosimile e come poter uscire dalla gabbia dei pregiudizi, risvegliandosi dal torpore e abbracciando, infine, le giuste cause.

“Dramma della gelosia, tutti i particolari in cronaca”

Un film datato 1970. Una commedia sulla falsariga del neorealismo con una critica evidente alla società dei consumi dell’epoca. Tre giganti del cinema italiano a sostenere il tutto. Una Monica Vitti (Adelaide nel film), più che mai ironica, femminile ed emancipata, popolana all’estremo. Un Mastroianni (Oreste), personaggio perdente nella vita, operaio militante nel Pci, accecato dalle passioni fino a perdere la ragione. Un Giannini (Nello), gaudente pizzaiolo toscano che riuscirà ad avere l’esclusiva in un triangolo amoroso anche un po’ esilarante. Scola fa emergere una cultura sub popolare che può sconfinare nel dramma, se non sostenuto dalla ragione e dalla vera cultura che emancipa dalle passioni. Viene introdotta nel film una modalità di comunicazione aperta e rivolta al pubblico per ottenere il massimo coinvolgimento nella storia.

La critica, all’epoca, non fu generosa nella valutazione del film, tantomeno con il regista; giudicando la pellicola di scarsa originalità. In realtà il film ottenne prestigiosi riconoscimenti. A Cannes venne assegnata la Palma d’oro e ai protagonisti il Nastro d’argento, il Globo d’oro e la Grolla d’oro.

Film che portarono Scola agli altari del set furono altri. C’eravamo tanto amati, con l’interpretazione superba di Gassman e Manfredi e il film cult Brutti, sporchi e cattivi. Un po’ di stampo pasoliniano e felliniano si ravvisa nella visione della periferia romana anni Settanta e nei personaggi miseri e pietosi delle baraccopoli. Magistrale la recitazione di un Manfredi-Giacinto Mazzatella, nel disprezzo triviale della sua vastissima e patetica tribù familiare.

Di Scola va ricordato,anche, che fu un membro importante nel Partito Comunista, con delega ai Beni culturali insieme a Giulio Carlo Argan, nel governo ombra creato nel 1989 da Achille Occhetto. Governo ombra che restò in carica fino allo scioglimento nel Pds. E, soprattutto, che il suo impegno in politica lo ha saputo trasferire superbamente nel mondo del cinema, divenendo uno dei più autorevoli e stimati messaggeri, dal set, delle lotte sociali e del bene comune.

Grazie, compagno Ettore. La mia “penna” si ferma qui.

22/01/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Alba Vastano

"La maggior parte dei sudditi crede di essere tale perché il re è il Re. Non si rende conto che in realtà è il re che è il Re, perché essi sono sudditi" (Karl Marx)


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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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