Alì, elogio del più grande

Alla fine degli anni '60 Mohammed Alì era il simbolo della lotta del popolo afroamericano


Alì, elogio del più grande

Era bellissimo vederlo muoversi combattendo, un pugile nero bellissimo che sputava parole taglienti come i bianchi non sapevano fare. A dire il vero, ce n'era un altro all'epoca, anche lui nero e che sapeva parlare forse anche meglio: Malcom X. I due erano amici e correligionari ma quella era una storia diversa, perchè Malcom X era un leader politico, uno che la rivoluzione negli Usa l'aveva come obiettivo dichiarato.Alì, no. Alì non voleva fare la rivoluzione, era solo un pugile... ma Alì incarnò i suoi tempi e il vento delle lotte e delle rivolte degli anni '60 e '70 lo sospingeva, sul ring e fuori.

Nel quadrato, tra le corde, il figlio di Louisville, Stato del Kentucky, Contea di Jefferson, è stato qualcosa di incredibile. Si può parlare di una boxe prima di Mohammed Alì e di una boxe dopo di lui. Una velocità di gambe e di braccia assolutamente stupefacente, nei primi anni anche una mobilità del tronco che lo rendeva quasi irraggiungibile per i colpi degli avversari. Il filmato del primo incontro del '64 con Sonny Liston è significativo da questo punto di vista: guardia bassa, aria strafottente, il giovane Cassius Clay (avrebbe cambiato nome e religione abbracciando l'Islam nero della Nation of Islam il giorno dopo il match) divenne quella sera di fine febbraio il nuovo campione del mondo dei massimi, a ventidue anni.

Esiste una storia dei paradigmi dominanti perfino nella boxe. Le stesse caratteristiche tecniche che lo avrebbero reso un monumento del pugilato, all'epoca erano considerate in modo assai negativo. Veniva giudicato come una specie di ballerino e non come un vero combattente tutto potenza e capacità di incassare, secondo il modello di pugile prevalente all'epoca, come ha avuto modo di ricordare il compagno Lenny Bottai, pure assai critico con Alì e con il suo mito.

Ma c'è un fuori del ring, tutto quello che Mohammed Alì è stato senza guantoni e che certamente va molto oltre e non può essere dimenticato con la sua morte avvenuta il 3 giugno scorso. Non gli conveniva di certo, alla metà degli anni '60, aderire a una setta islamica (con molti punti oscuri) e sfidare il perbenismo WASP (white anglo saxon protestant) ancora incontrastato negli Stati Uniti dell'epoca. Soprattutto non gli convenne scegliere di tenersi fuori dal conflitto del Vietnam nel '67, perdendo così quattro di anni di carriera nel suo momento fisico migliore e rischiando di passare cinque anni nelle galere a stelle e strisce.

Parole chiare e contundenti motivarono quella scelta di non sparare ai rossi, ai vietcong:

“E sparargli per cosa? Non mi hanno mai chiamato 'negro', non mi hanno mai linciato, non mi hanno mai attaccato con i cani, non mi hanno mai privato della mia nazionalità, stuprato o ucciso mia madre e mio padre. Sparargli per cosa?”. Oppure: “Siete voi il mio nemico, il mio nemico è la gente bianca, non i Vietcong, i cinesi o i giapponesi. Voi siete i miei oppositori se voglio la libertà, siete voi i miei oppositori se voglio giustizia. Siete voi i miei oppositori se voglio uguaglianza”.

La Corte Suprema lo fece tornare a combattere, annullando la sua condanna, forse perché un tipo come quello era più pericoloso fuori dal ring che dentro in quel contesto sociale e politico: Malcom X era stato assassinato nel '65, Martin Luther King nel '68. Venne così la seconda parte della sua carriera. I combattimenti terribili e storici con Joe Frazier e con George Foreman: “La rissa nella giungla” (The rumble in the Jungle) del '74 e “Il Thriller a Manila” (Thrilla in Manila) nel '75. Ma si è ormai nella parte tecnicamente ancora significativa, ma più mediatica e commerciale della carriera del “più grande”. Un pugile che ormai ha perso la velocità assoluta che aveva negli anni '60 e che vince il titolo di campione del mondo grazie a una maggiore potenza e a una grande intelligenza tattica: il famoso “rope-a-dope” del combattimento di Kinshasa del '74 in cui Alì si fece colpire ripetutamente da Foreman, subendo passivamente alle corde gli assalti dell'avversario e attendendo che fosse sfinito per colpirlo e metterlo KO.

Poi la fine. Il suo combattimento del 1980 con Larry Holmes fu qualcosa di struggente: Alì aveva da tempo imboccato la parabola discendente, ma riuscì a resistere fino alla decima ripresa anche perché Holmes, che era stato il suo sparring per molto tempo, non osava di fatto toccarlo.

E infine, è vero, c'è l'altra faccia del mito, quella che non viene mai ricordata o che viene rammentata a piacimento: la “Nation of Islam” era una setta piena di pregiudizi sessisti (e anche razzisti), anche se Alì la abbandonò e passò all'Islam tradizionale sunnita nel 1975.

Proveniva da una famiglia della piccola borghesia e non era un figlio del proletariato nero del sud degli Usa come il suo avversario Liston (ce lo ricorda assai opportunamente ancora Lenny Bottai).

Raccontò di aver gettato la sua medaglia d'oro vinta alle Olimpiadi di Roma nel fiume Ohio per protesta contro il razzismo, mentre pare che l'avesse solo smarrita. Inoltre, dopo il suo ritiro, la sua immagine fu evidentemente assorbita e strumentalizzata dall'establishment statunitense, sopratutto di parte democratica.

Ma tutto questo non cambia il fascino di un pugile che a tratti ha rappresentato molto di più dello sportivo di successo per la comunità afroamericana. Di grandi atleti ce ne sono stati altri: neri come Joe Louis nella boxe o Carl Lewis nell'atletica, ma con Alì siamo al punto di convergenza tra un popolo afromericano che (insieme ai movimenti studenteschi e femministi) in quel momento storico insorgeva in vario modo contro la miseria, il razzismo e la guerra e un uomo che con la sua sfrontatezza, il suo coraggio, la sua incredibile capacità mediatica, decideva di dire uno scomodo e dignitoso no allo Zio Sam e alla sua avventura coloniale in Vietnam. Un punto di convergenza che ricorre, peraltro negli stessi anni, nel pugno guantato di nero di Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968 o nell'icona di Angela Davis.

Per questo Alì rimane il “più grande” per tutti quelli che hanno vissuto quegli anni e che lo hanno visto danzare su un quadrato circondato da corde. Gli agiografi e i disciplinati cantori dell'integrazione razziale (mai avvenuta come ci dimostrano gli Usa di Obama) non avranno mai la sua parte migliore. Anzi.

17/09/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Stefano Paterna

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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