Alla ricerca del partito perduto: l’esperienza portoghese

In tempi di Podemos, Syriza e Movimento 5 Stelle, in cui dilaga nella società un senso comune che dà una connotazione negativa alla rappresentanza organizzata attraverso la forma partito e assistiamo alla nascita di movimenti a questa ostile che lavorano per eliminare lo strumento partito dalla cassetta degli attrezzi del fare politica, la recensione di un libro come “Il partito dalle pareti di vetro”, scritto da Alvaro Cunhal, segretario del Partito Comunista Portoghese dalla clandestinità fino al 1992


Alla ricerca del partito perduto: l’esperienza portoghese Credits: ritratto di Xesko

In tempi in cui dilaga nella società un senso comune che dà una connotazione negativa alla rappresentanza organizzata attraverso la forma partito, può apparire anacronistica la recensione di un libro come “Il partito dalle pareti di vetro”, scritto da Alvaro Cunhal. E invece scopriamo un’idea di partito comunista assolutamente antidogmatica che era stata anche quella di Gramsci e che a tutt’oggi conserva intatta la sua validità e che può essere un antidoto contro le suggestioni antipolitiche.

di Annita Benassi

In tempi di Podemos, Syriza e Movimento 5 Stelle, in cui dilaga nella società un senso comune che dà una connotazione negativa alla rappresentanza organizzata attraverso la forma partito e assistiamo alla nascita di movimenti a questa ostile che lavorano per eliminare lo strumento partito dalla cassetta degli attrezzi del fare politica, la recensione di un libro come “Il partito dalle pareti di vetro” (ed. Avante), scritto da Alvaro Cunhal, prestigiosissimo segretario del Partito Comunista Portoghese dai tempi della clandestinità fino al 1992, può apparire anacronistica, assolutamente non utile ai fini di una descrizione realistica della situazione politica in cui ci troviamo a vivere a questo punto della storia.

Ma, domandiamoci, a questo punto della storia, quali sono gli accadimenti, i fatti che hanno contribuito alla costruzione del senso comune di cui sopra.

Il sogno di liberare l’umanità dal fenomeno dello sfruttamento dell’uomo sull'uomo ha subito una battuta d’arresto. Come è accaduto? Di chi è la responsabilità? Domande da cui non si può prescindere, ma a cui non è facile dare una risposta, dato che la categoria della complessità investe il nostro presente in ogni suo aspetto. Pensiamo, ad esempio, alla società civile, ai mutamenti da cui è stata interessata e che la rendono sempre più complessa. Movimento e Partito sono le due strutture della rappresentanza politica in questa complessità.

Già nel lontano 1969 Jean Paul Sartre, in un’intervista concessa a Rossana Rossanda, affrontava il tema del rapporto tra Partito e Movimento. Sull’argomento i due autorevolissimi intellettuali costruivano un pensiero che metteva in risalto i punti critici di questo rapporto e nel fare ciò ricordavano eventi importanti della Storia dei soggetti dell’antagonismo al capitalismo, fatti che comprovavano il conflitto che da sempre aveva caratterizzato tale rapporto e che Sartre al termine della intervista definiva “insanabile”. Era una resa del suo pensiero di fronte all’evidenza di accadimenti che segnalavano ai soggetti della politica antagonista l’esistenza di un problema insolubile almeno nelle condizioni date in quel momento? Il problema ancora oggi non ha trovato soluzione. Erano tempi, quelli vissuti da Sartre, in cui la società era attraversata da un pensiero antagonista forte e diffuso e ciò costituiva un argine agli effetti negativi sui processi di avanzamento sociale che il conflitto tra le due strutture della rappresentanza può provocare, effetti che agiscono soprattutto, sull’efficacia delle lotte, paralizzandole.

Oggi viviamo un tempo in cui il pensiero che si oppone al capitalismo è estremamente debole e pertanto anche le forze antagoniste, comunque strutturate, lo sono. Le conseguenze di arretramento sui diritti dei lavoratori, diritti che sembravano acquisiti per sempre, sono sotto gli occhi di tutti.

La necessità che lo spontaneismo delle forze antagoniste, di gramsciana memoria, non si trasformi nella barbarie fascista, ci impone di dare soluzione al problema della conflittualità tra partiti e movimenti, partendo dalla semplice constatazione che in tempi di antagonismo debole nasce per la difesa delle classi subalterne la necessità di strutturarsi. Ma se è vero che la realtà in cui viviamo è la più complessa della storia umana, allora tale conflitto può essere ricomposto riconoscendo la non autosufficienza di ciascuna delle due strutture della rappresentanza politica. In questa ottica il libro sul PCP, scritto da Cunhal, quando già erano trascorsi 11 anni dalla rivoluzione detta “dei garofani” (25 aprile 1974) che gli aveva consentito di uscire dalla clandestinità, potrebbe dare un importante contributo.

La nuova edizione del 2002 conteneva una prefazione in cui il grande intellettuale portoghese spiegava i motivi che la rendevano urgente. Tra il 1985 e il 2002 c’era stato il 1989, e Cunhal quasi novantenne, sentiva la necessità di ribadire con forza che gli esiti tragici a cui erano approdati i sistemi comunisti e la doverosa autocritica doveva essere accompagnata dal riconoscimento che nella storia dell'umanità l'epoca della nascita dei paesi comunisti doveva essere considerata come “gloriosa”, questo è il termine che Cunhal usa ed è il punto fermo del suo pensiero. E, facendo riferimento all’edizione dell’85, riconosce che nonostante il saggio contenesse un'analisi circostanziata degli elementi che potevano porre in pericolo il futuro della società socialista in costruzione, la sua previsione della vittoria finale del comunismo nel corso del ventesimo secolo, peccava di eccessivo ottimismo. Una grande capacità di fare autocritica dunque che dimostra come il suo essere comunista sia stato accompagnato nel corso della sua lunga vita da un grande spessore ideale e senso della realtà. Il Partito deve essere trasparente, nessuno dei suoi obiettivi e nulla della sua vita interna deve essere nascosto alla società in cui agisce. Deve appunto essere un Partito dalle pareti di vetro. Un buon esempio da imitare ancora oggi da un partito comunista all’altezza dei tempi che voglia marcare la differenza rispetto ad altri partiti di una pseudo sinistra che fa le politiche della destra. Un Partito che dia voce a quelle forze antagoniste che vogliono strutturarsi in funzione anticapitalista, in primis la classe operaia.

Partito di classe quindi e, in questo senso, Cunhal conferma nella prefazione all’edizione del 2002 l'importanza che ancora riveste l'applicazione della “regola d'oro” che vuole una maggioranza operaia negli organismi dirigenti del partito. Regola che, come spiega nel saggio, non ha alcun intento discriminatorio nei riguardi della classe degli intellettuali, pure molto presenti nella dirigenza. La natura di classe del partito, dice, lo spinge a dare particolare attenzione alla preparazione, educazione e formazione dei quadri operai, che hanno sofferto e, in questo senso, ancora soffrono gravi discriminazioni di cui è responsabile un sistema capitalista che impedisce loro di raggiungere fuori dal partito una preparazione al livello degli intellettuali. Da tutto ciò, afferma, discende la fermezza ideologica, politica e rivoluzionaria dei comunisti. E oggi che gli effetti devastanti di un capitalismo giunto alle sue estreme conseguenze in quanto distrugge ricchezza reale e assume in maniera sempre più diffusa e globale la forma del capitale finanziario, l'evidenza dei fatti sta lì a dimostrare quanto il grande intellettuale comunista avesse visto giusto: alla politica di classe posta in essere dai capitalisti, si deve rispondere con una politica di classe dei comunisti.

Per rendere attuale il suo pensiero vorrei fare solo una considerazione. La classe operaia è stata investita da processi di mutamento strutturale che ne hanno modificato la composizione e, in questo momento storico molti sono gli intellettuali che ne condividono lo status: sfruttati come gli operai, vittime di un sistema produttivo che non prevede difese né diritti. Domandiamoci, allora, se la “regola d'oro” conserva la sua validità. Mi sento di dare una risposta affermativa, almeno fino a quando non si siano verificati mutamenti sovrastrutturali tali da rendere senso comune l’equiparazione di valore tra il lavoro intellettuale e quello manuale, fatto questo che, a mio parere, darebbe un grande contributo alla costruzione della nostra “città futura”. Un partito comunista “di nuovo tipo”, questa è la grande preoccupazione di Cunhal: contribuire anche con un semplice saggio alla nascita di un partito che costituisca un argine allo spontaneismo, da sempre brodo di cultura delle destre e che, pur essendo ancorato solidamente ai principi del Marxismo-Leninismo, non consideri questa teoria come un dogma. Un’idea di partito comunista, dunque, assolutamente antidogmatica e soggetto di direzione politica che era stata anche quella del nostro Gramsci e che a tutt'oggi conserva intatta la sua validità. 

Utilissima, anche per noi comunisti del 2015, mi è parsa la sua riflessione sul lavoro collettivo e la democrazia interna. Il primo, che considera principio base del PCP, ricostruisce, a mio parere almeno dentro il partito, quella socialità che il capitalismo ha abbondantemente distrutto. Una strategia questa che, eliminando i legami di solidarietà sociale, facilita, come è oggi evidente, la subalternità e l’odioso ricatto della perdita del posto di lavoro che è oggi la forma attraverso cui si esprime lo sfruttamento delle classi proletarie. Democrazia interna che solo la corretta applicazione del principio del centralismo democratico può assicurare. Molto si sofferma il dirigente comunista su questo aspetto che considera fondamentale contro la formazione delle correnti e per preservare l'unità del partito. La storia del nostro PCI prima, e di Rifondazione Comunista dopo, costituisce una testimonianza inequivocabile della fondatezza delle sue preoccupazioni. Dovendo un partito comunista essere soprattutto un soggetto di direzione politica, non poteva mancare un'analisi dell'attività di direzione e una critica a fenomeni degenerativi come l'autoritarismo e il culto della personalità.

Mi è parso veramente rivoluzionario almeno dal punto di vista del mutamento della cultura politica di riferimento di un partito comunista dell'oggi il suo pensiero in relazione alla formazione dei quadri. Il tema è affrontato non solo dal punto di vista politico ma anche e forse soprattutto prestando una grande attenzione ai quadri in quanto esseri umani con i loro limiti e i loro problemi. 

“Che nessuno abbia vergogna di essere felice. Soprattutto perché la felicità di un essere umano è uno degli obiettivi della lotta dei comunisti”. C'è in queste sue parole tutta la grandezza non solo politica e intellettuale, ma anche dell'uomo Cunhal il cui pensiero per molti aspetti penso sia stato molto vicino al pensiero gramsciano. Come Gramsci, Cunhal è stato un vero intellettuale organico.

Si sofferma inoltre sull'organizzazione del PCP e respinge con dati alla mano le accuse rivolte al partito da settori che egli definisce piccolo-borghesi, di avere rispetto ad essa una visione burocratica, rigida, contraria alla libertà e alla creatività individuale. “No – afferma - il partito non è una macchina”. Ne è prova la festa de Avante, il settimanale del partito, esempio che conserva ancora oggi intatta la sua attualità. Non c'è, dicono i compagni portoghesi, “una festa come questa” e chi c’è stato può testimoniare che è vero.

Conclude il saggio trattando della formazione morale che deve accompagnare la scelta di essere militante comunista, della disciplina che da tale scelta discende come condizione naturale e che non ha, né dovrà avere mai, una connotazione che la fa apparire simile a quella militare.

L'unità del partito è, anche nelle conclusioni, la maggiore preoccupazione di Cunhal. La storia dei partiti comunisti europei sembra dargli ragione. 

Nell’ultimo capitolo, infine, esprime un concetto veramente rivoluzionario della parola “Patria”. Lontanissimo da una qualsiasi forma di nazionalismo e inserito pienamente nel progetto internazionalista, solo e unico orizzonte del nostro essere comunisti.

 

 

14/03/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: ritratto di Xesko

Condividi

L'Autore

Annita Benassi

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

APPUNTAMENTI

Newsletter

Iscrivi alla nostra newsletter per essere sempre aggiornato sulle notizie.

Contattaci: