American Sniper, un film da perdere o da non perdere?

Un film, due interpretazioni opposte. E voi lettori cosa ne pensate?


American Sniper, un film da perdere o da non perdere?

Un film, due interpretazioni opposte. E voi lettori cosa ne pensate?  

di Stefano Paterna, Renato Caputo e Rosalinda Renda 

 

Un film da perdere: American Sniper manca l’obiettivo, limitandosi a una noiosa apologia del conflitto di civiltà

L’ultimo film di Clint Eastwood, campione d’incassi nelle sale italiane, a conferma della crisi anche morale del nostro paese, riproduce in modo assolutamente acritico l’autobiografia del cecchino Chris Kyle, un vaccaro texano dalla mira perfetta, che arruolatosi nelle forze speciali dei Navy Seal si distingue in Iraq per aver trucidato almeno centossessanta esseri umani (comprese donne e bambini), per coprire le spalle ai marines che barbaramente fanno irruzione nelle abitazioni terrorizzando i civili. 

di Renato Caputo e Rosalinda Renda 

Osannato dai giornalisti mainstream del nostro paese, al solito più realisti del re, unicamente interessati a farsi perdonare un passato di sinistra, il film sta, invece, dividendo la critica persino negli Stati Uniti. Sarebbe, inoltre, davvero interessante leggere cosa pensano di questo film di propaganda in Iraq e più in generale nei paesi presi di mira dal terrorismo imperialista. A nostro avviso, American Sniper è certamente tra le più deludenti pellicole di un regista che ha realizzato film indubbiamente significativi come Mystic River, Gran Torino, Flags of our father e Lettere da Iwo Jima. Tali film ci avevano fatto apprezzare questo regista, benché sia un repubblicano di destra, per il suo crudo realismo, come del resto aveva fatto lo stesso Marx ammirando il realismo di un ultrareazionario come Balzac.
In American Sniper non c’è ombra di realismo in quanto come d’incanto scompaiono non solo tutte le contraddizioni, ma persino le sfumature che rendono interessante il reale: gli Yankee incarnano il sommo Bene, gli iracheni il Male assoluto che va estirpato con ogni mezzo necessario. Il film narra la storia di Chris Kyle dal suo limitatissimo punto di vista; l’occhio del regista non appare in grado di andare al di là della prospettiva filistea e provincialissima del suo eroe di cartone. Quest’ultimo, come sottolinea Lindy West dalle colonne di “The Guardian” [1], non è altro che un killer fanatico, dato che egli stesso, nella sua autobiografia, si compiace della sua abilità nell’uccidere i “nemici”, sebbene si tratti di minori o donne colpite senza pietà per aver cercato di difendere il proprio paese da un’aggressione imperialista. Chris Kyle è un bovaro tutto d’un pezzo, sciovinista fino alla nausea, che non ha mai un tentennamento, un’esitazione. Questo killer di professione al soldo dell’imperialismo e il suo altrettanto fanatico e servile regista non si interrogano neppure sui motivi per i quali i texani hanno invaso l’Iraq, sono talmente ottusi da non rendersi nemmeno conto dell’orrore di un’aggressione condotta con metodi terroristici nei confronti della popolazione civile. Tanto il boia quanto il suo compiaciuto regista non sono, nella loro cieca fiducia nell’ideologia dominante, neppure sfiorati da un dubbio, da un’esitazione. Questo totalmente irrealistico carattere monolitico del protagonista è esteso anche agli altri personaggi, tutti egualmente ridotti ai più scontati prototipi di un rozzo e razzista orientalismo: non c’è un solo personaggio che controbilanci la truce e piatta ideologia del cecchino e del suo regista, per cui la manichea e sciovinista propaganda quanto noioso. 

I “valori” della destra repubblicana sono in questo film propagandati in modo acritico, lo sciovinismo così come i “valori” militaristi sono debordanti, la vile aggressione imperialista dell’Iraq è esaltata in quanto guerra in difesa della civiltà. Chris Kyle, un uomo che ha trucidato a freddo almeno 160 esseri umani, è mostrato come una sorta di supereroe, venerato dai suoi commilitoni, nonché in patria. Per non parlare del maschilismo che trasborda dalla pellicola: la moglie, unico personaggio femminile del film, ha il solo ruolo di aspettare che il marito torni, piangere al telefono e stare con i figli, nient’altro. 

E veniamo alla metafora chiave del film, pronunciata dal rozzo e brutale padre ammiratissimo dal giovane protagonista all’inizio della pellicola: il mondo si dividerebbe in lupi, pecore e cani pastore (alla faccia della complessità della società globalizzata), il compito del piccolo e promettente tiratore Chris è quella di divenire un cane pastore, la cui mansione è quella di difendere le pecore (a cui si riducono coloro che non prendono parte nel conflitto di civiltà) minacciate dai lupi, i cattivi. Ora, però, non si capisce perché la massima e più aggressiva potenza mondiale, che aggredisce un paese già attaccato da una coalizione mondiale e allo stremo dopo anni di barbaro embargo, che ha provocato la morte di centinaia di migliaia di bambini, sia da considerare un cane pastore, mentre gli aggrediti che tentano con gli scarsissimi mezzi a disposizione di difendere le proprie vite e quelle dei propri cari siano considerati i lupi.
Si dimentica inoltre che i cani pastore sono generalmente selezionati fra i cani più apatici, vigliacchi e incapaci di autodeterminazione, tanto da non avere neppure la forza di scegliere di mettere in salvo la propria vita e, proprio per questo, sono i più utili strumenti per difendere la proprietà privata del proprio padrone. Ed è proprio così che si comporta Chris Kyle, come un passivo e apatico strumento al servizio degli aspiranti padroni del mondo, quell’uno per cento che da solo si appropria delle ricchezze del restante novantanove per cento. Come definire infatti uno che preme il grilletto in continuazione perché il potere imperialista glielo ordina e non è capace di fare una minima riflessione sul proprio ruolo di vigliacco boia?
In questa metafora tratta dal mondo animale, inoltre, non c’è spazio per il pastore che, (pensiamo al grande Leopardi e non certo a Heidegger), è stato spesso considerato l’emblema dell’umanità, colui che in solitudine pensa e si interroga sul perché delle cose, sulla condizione umana, sul tempo che passa, al contrario del cane pastore che vive un eterno presente, senza futuro, né passato. Ecco in questo film, beceramente propagandistico, del pastore non vi è traccia, come del resto non vi è traccia di umanità! 

Il carattere “impressionistico” del film, orientato allo spaccio dei più scontati cliché rivolti a disumanizzare l’altro e in particolare i popoli coloniali, e la mancanza di scavo psicologico, l’assoluta superficialità rendono la pellicola, dopo la prima mezz’ora, estremamente noiosa: Chis Kyle va in missione in Iraq, prende la mira, preme il grilletto innumerevoli volte, poi torna negli Stati Uniti da moglie e figli, sognando unicamente il momento in cui ritorna in missione e ricomincia la stessa solfa: tutto questo per ben quattro volte, senza la benché minima variazione sul tema (eppure scandalosamente la sceneggiatura ha avuto una nomination all’Oscar!). Nel film, dunque, non solo non c’è una prospettiva diversa da quella dello scontro di civiltà, ma non c’è ritmo, sviluppo, né la benché minima presa di coscienza, non c’è catarsi: siamo condannati a un ossessivo eterno ritorno dell’identico, come quei bambini inebetiti davanti a un videogioco alienante in cui si tratta esclusivamente di far fuoco, godendo nello sterminare il maggior numero possibile di nemici disumanizzati. 

Con questo film Eastwood mette in scena un cinema bellico che ci auguravamo fosse definitivamente superato: sembra la versione con effetti speciali di un film di John Wayne che combatte con gli indiani o massacra i vietnamiti. Gli iracheni infatti, come i pellerossa nei film western prima del ’68, non sono neanche considerati uomini, ma crudeli selvaggi assassini o, al massimo, sagome sulle quali premere il grilletto. Il mancato riconoscimento del nemico, bisogna però ricordare, non era presente nel film Lettere da Iwo Jima, in cui l’avversario era compiutamente umanizzato e a tratti anche ammirato (forse perché il Giappone ha pedissequamente seguito i “valori” imperialisti dell’occidente ed è perciò stato arruolato nel conflitto di civiltà contro i barbari delle colonie?). 

Esimio signor Eastwood, stavolta il bersaglio l’ha mancato davvero! 

[1]http://www.theguardian.com/commentisfree/2015/jan/06/real-american-sniper-hate-filled-killer-why-patriots-calling-hero-chris-kyle

 

“American Sniper" non è di destra, non è banale

L'ultimo film di Clint Eastwood torna sul tema del cecchino che ha una lunga e gloriosa tradizione nella cinematografia (“Il nemico alle porte” di Jean-Jacques Annaud”). Ispirato alla vita di Chris Kyle, un tiratore scelto dei Navy Seals, è stato etichettato come l'icona della destra patriottarda americana, ma in realtà non nasconde per nulla gli orrori e le contraddizioni della guerra in Iraq come dimostra l'epilogo. 

di Stefano Paterna

Un film di guerra. Bello. Di taglio classico per quel che riguarda le scene di combattimento, nel filone dei migliori film di guerra americani (“Il ponte di Remagen”, “Il giorno più lungo”, “Salvate il soldato Ryan”). Ma non un film bellicista, non un film di esaltazione dell'avventura statunitense in Iraq. “American Sniper”, ultima fatica di Clint Eastwood, non va confuso con una parodia costruita sulle idee politiche del regista (queste sì, indubbiamente di destra).
D'altra parte l'Eastwood regista è così: trasversale e geniale, che parte da ambienti dati, e per certi versi stereotipati, per terminare poi la parabola di un racconto in altri luoghi, che colpiscono per la verità rotonda, fastidiosa e urtante di cui sono portatori. La ragazza proletaria di “Million Dollar Baby”, appassionata di pugilato, entra in una palestra piena di testosterone e vi incontra un allenatore cattolico, ligio ai dettami dell'ortodossia. Vince, fa carriera e poi a causa di un colpo finisce in un letto di ospedale, paralizzata. È a questo punto, di fronte all'eutanasia, che il suo allenatore saggia la problematicità della morale della Chiesa così come di ogni morale codificata. Il vecchio operaio razzista di “Gran Torino”, tutto bandiere stelle e strisce, finisce per dover difendere a costo della propria vita un ragazzino di origine asiatica che scopre suo miglior amico, più caro dei suoi figli. 

E così è anche “American Sniper”, pieno di patriottismo e voglia di svegliarsi dall'incubo dell'11 settembre, ma con una trama che a ben guardare è intessuta di dubbi e con un finale che rivela l'orrore di ogni guerra, compresa quella in Iraq che pure si era creduta giusta.
Il protagonista Chris Kyle (interpretato magistralmente da Bradley Cooper) è stato realmente uno dei migliori tiratori dei Navy Seals statunitensi e nel film è stato educato a dividere il mondo in tre categorie: le pecore da proteggere (e forse da disprezzare), i lupi da combattere e quelli che devono difendere i più deboli. Ma scoprirà amaramente che anche i difensori possono diventare dei lupi a causa della guerra, e soprattutto dopo ciò che si è stati costretti a vedere e fare. Scoprirà che “Dio, Patria e Famiglia” sono tre valori che non sempre si tengono insieme. Qual è il rapporto tra religione e politica in Paesi diversi dal tuo? Cosa sarà della famiglia, degli affetti personali, se la cosiddetta patria si mangia tutta la vita del proprio soldato? 

Certo, l'atmosfera di cui è impregnato “American Sniper” è quella del patriottismo americano, ma questo è un elemento culturale strutturale di quel paese. Del resto, come ben sanno i comunisti americani, se si vuol fare cultura e politica negli Usa non si può evitare quel terreno, magari per poter declinare il tema in modo diverso e svelarne la strumentalità. Di certo non è possibile snobbarlo, pena esser tacciati dello stesso settarismo salottiero di tanta parte dell'intellettualità americana, cosiddetta radical

Meglio, dunque, un Clint Eastwood regista dichiaratamente di destra, ma onesto, e che ha il coraggio di porsi interrogativi scomodi anche per la sua cultura di partenza.
Rimane un paragone suggestivo da far notare sul tema dei cecchini, che evidentemente affascinano in modo particolare il cinema: il contraltare di “American Sniper” è il “Il nemico alle porte” di Jean-Jacques Annaud. Anche in questo caso vanno in scena la sfida tra due tiratori scelti e il rapporto problematico con la “patria”, certo, ma il contesto storico è del tutto differente: se nel film di Eastwood siamo di fronte a una guerra di aggressione imperialista, in quello di Annaud ci si difende dalla barbarie nazista. Il tema del tiratore solitario e della sua sfida personale col nemico ritorna: è come se nel mezzo della guerra tecnologica il cecchino mantenesse una sua capacità di intervento personale in un contesto nel quale gli equilibri sono altresì determinati da strutture, armamenti e organizzazioni di tipo industriale. 

 

 

 

 

23/01/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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