Controlezionitv: Gramsci

Antonio Gramsci continua ad essere al centro di innumerevoli rivisitazioni, a conferma dell’inesauribile contenuto della sua opera e della sua centralità sia per chi vuole valorizzarla, sia per chi ritiene opportuno offuscarla inserendola in altri contesti.


Controlezionitv: Gramsci

Antonio Gramsci continua ad essere al centro di innumerevoli rivisitazioni, a conferma dell’inesauribile contenuto della sua opera e della sua centralità sia per chi vuole valorizzarla, sia per chi ritiene opportuno offuscarla inserendola in altri contesti.
E infatti si segnalano in questi giorni un interessante spettacolo al Teatro Porta Portese di Roma che ripercorre la vicenda gramsciana, scandita da alcuni dei suoi più suggestivi testi, e un discutibile libro di Diego Fusaro che ne ripropone un’interpretazione “gentiliana”. 

di Lelio La Porta

L’Associazione culturale “Entroterra”, che annovera fra i suoi fondatori Mario Lunetta, Corrado Morgia, Mario Quattrucci, Francesco Muzzioli ed altri, ed è presieduta da Alberto Improda, in collaborazione con il Teatro Porta Portese di Roma (Via Portuense, 102) diretto da Tonino Tosto e con Radio Città Futura, organizza un ciclo di dieci incontri su protagonisti della cultura del Novecento con il titolo Controlezionitv seguito dall’indicazione dell’intellettuale preso in considerazione. Tutti gli incontri vengono ripresi dalla televisione di Radio Città Futura. Regista e conduttore sarà Paolo Zefferi di Radio Città Futura. L’incontro fissato per il prossimo 26 febbraio, dalle 17 alle 19, ovviamente presso il Teatro Porta Portese, sarà dedicato a Gramsci e avrà come titolo Controlezionitv: Gramsci

Sarà un’occasione per ripercorrere la vicenda del leader comunista dalla natìa Sardegna a Torino, fino a Mosca e Vienna, e poi a Roma come deputato e infine nelle carceri fasciste. Da esse sarà trasferito in due cliniche, prima a Formia e poi a Roma in libertà condizionale. Morirà a Roma il 27 aprile del 1937 poco dopo il termine del periodo di libertà condizionale. Il racconto sarà scandito dalla lettura, affidata alle attrici e agli attori del Teatro, di alcune pagine particolarmente significative del grande sardo a cominciare da un tema scritto mentre frequentava ancora il Liceo a Cagliari nel 1910 passando per l’arcinoto, ma non per questo da trascurare, “Indifferenti” del 1917 e alcune lettere alla moglie e alla cognata, fino alla chiusura affidata ad una, secondo me, troppo dimenticata lettera alla madre che è documento di una grande saldezza morale ed affettiva oltre che di una coerenza politica senza pari. 

Nel corso del ragionamento non sarà trascurato il doppio tema dell’attualità e della conoscenza di Gramsci che, a ben vedere, costituiscono le due facce della stessa medaglia, ossia della reale classicità di questo intellettuale ancora oggi quasi bandito dalle aule delle nostre scuole e, seppur parzialmente, delle nostre Università nelle quali, invece, meriterebbe di entrare ponendosi alla stessa altezza dei grandi pensatori che riempiono gli indici dei manuali di storia della filosofia. Proprio all’altezza di questa questione si pone la frequentazione dei temi gramsciani più ricorrenti e la loro diffusione: giacobinismo, filosofia della praxis, egemonia, rivoluzione passiva, trasformismo, blocco storico. 

L’incontro presso il Teatro Porta Portese, in maniera inconsapevole, in quanto la data era fissata già da tempo, si colloca nel mentre un’ultima pubblicazione su Gramsci vede la luce; si tratta di un lavoro di Diego Fusaro [1] per una collana Feltrinelli intitolata Eredi. La tesi su cui poggia il lavoro è a due corni: da un lato, l’eredità di Gramsci, obsoleta dal punto di vista dell’applicabilità politica, si fonda totalmente sugli aspetti di intransigenza e di coerenza etico­politica dell’agire del leader comunista; dall’altro lato, la proposta filosofica di Gramsci si proporrebbe, né più né meno, come una rivisitazione della filosofia di Gentile al punto che, per il grande sardo, si può parlare di attualismo rivoluzionario. Ancor prima di procedere alla discussione delle due questioni, val la pena di far notare che la seconda, soprattutto, è questione vecchia e superata che, visto che Fusaro la propone come cavallo di battaglia del suo lavoro, rivisiteremo comunque con piacere. 

Nel sostenere il primo corno della sua tesi, Fusaro fa riferimento all’uso, a suo dire, distorto che del pensiero di Gramsci è stato fatto dal Pci pervenendo alla conclusione che la politica comunista nel secondo dopoguerra si è realizzata, spesso, in termini antigramsciani. Realizzando una sorta di collage di citazioni dalla vastissima letteratura su Gramsci, Fusaro sostiene tutto e il contrario di tutto consegnandoci la figura di un uomo completamente abbandonato al suo destino, non solo nella sua vicenda carceraria, quanto piuttosto nel modo con cui fu trattato post mortem quando venne monumentalizzato e ridotto ad ornamento dal Partito che aveva rifondato nel 1926 seguendo la sorte riservata “dal Pci agli intellettuali nella seconda metà del Novecento” [2]. Anche al più distratto dei lettori non sfugge l’acredine contenuta in affermazioni simili che fa il paio con il tentativo di neutralizzare Gramsci, ossia di ridurlo a un pensatore, in specie politico, buono per tutte le stagioni e per quanti vogliano farne uso sottraendolo a quella corrente di pensiero, cioè il marxismo, alla quale egli appartiene pienamente e totalmente [3]. Rammento, come chiosa al em>Fusaro pensiero, l’incipit del libro di Raul Mordenti, autore da lui, peraltro, abbondantemente citato (anche se si colloca su posizioni molto distanti da quelle di Fusaro), che recitava nel modo seguente: “Antonio Gramsci era comunista” [4].

Secondo corno: la gramsciana filosofia della praxis altro non sarebbe che la riproposizione dell’attualismo gentiliano sub specie rivoluzionaria; detto diversamente, il Marx d’Italia, come lo definisce l’autore, condividerebbe con il Marx di Treviri lo stesso destino: aver pensato di allontanarsi da Gentile, come Marx da Hegel, rimanendo nella realtà completamente avviluppato nella filosofia della praxis gentiliana come il pensatore di Treviri nell’idealismo hegeliano. Questa storia è vecchia e, come scritto all’inizio, sembrava essere stata definitivamente accantonata con la constatazione che la filosofia della praxis gramsciana è derivazione diretta del marxismo di Marx attraverso la lettura delle Tesi su Feuerbach le quali passano interamente nei Quaderni del carcere divenendo il cardine intorno al quale ruota la dimensione autonoma ed autosufficiente del marxismo in quanto, appunto, filosofia della praxis, ossia, nella lettura che Labriola fa delle opere marxiane nei suoi Saggi sulla concezione materialistica della storia, e che Gramsci ritiene debba essere rimessa in circolazione, filosofia del lavoro. 

Filosofia, cioè, dell’uomo che lavora e svolgendo la propria attività pensa a quali possano essere i modi e gli strumenti per migliorare la propria condizione. Per cui la citazione dal Quaderno 4 che Fusaro riporta nel suo libro [5] definendola una excusatio non petita con la quale Gramsci vorrebbe dimostrare la sua distanza da Gentile, va, invece, letta nell’ottica del nesso Labriola­Gramsci; scrive il nostro Gramsci: “Filosofia dell’atto (praxis), ma non dell’’atto puro’, ma proprio dell’atto ‘impuro’, cioè reale nel senso profano della parola” [6]. Dalla lettura non emerge, come scrive Fusaro, la dipendenza gramsciana dalla “dialettica attualistica” [7] bensì la necessità di rimettere in circolazione il metodo genetico di Labriola a partire dalla constatazione che la filosofia della praxis è filosofia dell’atto impuro, cioè non del pensiero che pensa se stesso, ma del pensiero che è radicato nella realtà concreta della vita degli uomini, quindi nell’impurità, nella lotta quotidiana che gli uomini combattono per migliorare le loro condizioni di vita e di lavoro. La filosofia della praxis non è speculazione e, per questo, è distante sia dall’idealismo hegeliano sia dall’attualismo gentiliano. Se Fusaro avesse compulsato le voci del Dizionario gramsciano [8] dedicate a Labriola e Gentile nonché alla filosofia della praxis avrebbe trovato materiale di novella riflessione e avrebbe scoperto che, al momento dell’arresto, Gramsci aveva in casa i Saggi di Labriola mentre ebbe con sé in carcere il saggio labriolano incompiuto intitolato Da un secolo all’altro [9]. Invece del Dizionario gramsciano non compare notizia nel suo libro e neanche nella corposa bibliografia. Inoltre, visto che fra i testi di studiosi di Gramsci più citati nel suo lavoro c’è l’ultimo libro di Burgio [10] , Fusaro avrebbe ben potuto leggere con attenzione gli ultimi due capitoli in cui si parla del nesso “misconosciuto” ma evidentissimo fra Labriola e Gramsci e si fa giustizia di alcune interpretazioni del concetto gramsciano di società civile, quale quella di Bobbio, a cui Fusaro si richiama.

Alcune note che possono sembrare marginali. Le Lettere dal carcere vengono citate dall’edizione del 1965 curata per Einaudi da Caprioglio e Fubini; è noto che esiste un’edizione più recente delle stesse, definita la più completa e la più affidabile in italiano, edita da Sellerio di Palermo in due volumi nel 1996 e in volume unico nel 2013, curata da Antonio A. Santucci.
Lo stesso Fusaro ricorda all’inizio del capitolo 4 del suo lavoro l’uscita della prima edizione tematica dei gramsciani Quaderni il primo dei quali, pubblicato da Einaudi nel 1948, aveva come titolo Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce. Fusaro, a p. 51 del suo lavoro, riporta una citazione di Croce attribuendola come riferimento ai primi volumi dei Quaderni del carcere. In realtà, l’autore, nella nota relativa, indica esattamente la fonte della citazione, ossia un Quaderno della Critica [11] nel quale Croce recensiva le Lettere dal carcere, a cui sarebbe stato attribuito il Premio Viareggio, e non i Quaderni gramsciani. Peraltro sarebbe stato impossibile recensire un’opera ancora non pubblicata visto che il primo volume tematico dei Quaderni sul materialismo storico e la filosofia di Croce uscì, come già scritto, nel 1948 [12] e fu da questi recensito, con toni quanto mai acrimoniosi, in un altro Quaderno della Critica, appunto del 1948 , in cui si legge che i Quaderni del carcere sono “un ammasso di pensieri abbozzati o tentati, di interrogazioni a se stesso, di congetture e sospetti spesso infondati”, ossia inutili dal punto di vista filosofico. 

13 Nella bibliografia di Fusaro non compare neanche un testo di Hobsbawm [13] che, fra gli studiosi marxisti non italiani, fu uno dei più interessati a Gramsci e fu colui che, dalle colonne di Rinascita [14] fornì al pubblico italiano la notizia della presenza di Gramsci fra i 5 autori italiani dal XVI secolo inseriti nell’elenco dei 250 autori più citati nell’Indice delle citazioni delle arti e umanità.
I maestri non vanno traditi: perciò, come ricordava Livio Sichirollo scrivendo ad Antonio A. Santucci che gli avrebbe dovuto curare il libro intitolato Dialettica [15] , “con i libri sono un po’ pignolo, cioè all’antica”. E Santucci chiosava: “Non resta allora che sperare d’essere stati abbastanza all’antica”. Io spero di esserlo stato in questa circostanza.

 

Note:
1 D. Fusaro, Antonio Gramsci. La passione di essere nel mondo, Feltrinelli, Milano, 2014.

2 Ivi, p. 16

3 Mentre viene redatto il presente articolo, compare sul quotidiano il manifesto, in prima pagina, uno scritto di Alberto
Burgio, anch’egli molto citato da Fusaro, intitolato “Nella storia, il regista sta sempre al governo”, nel quale l’attuale situazione politica italiana viene analizzata attraverso la categoria gramsciana di trasformismo quasi a voler dimostrare l’impossibilità di ricondurre Gramsci ad una neutralità, o neutralizzazione, politica che, di fatto, con lui, è impossibile.

4 R. Mordenti, Gramsci e la rivoluzione necessaria, Editori Riuniti, Roma, 2007, p. 11

5 D. Fusaro, cit., p. 91

6 A. Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino, 1975, p. 455

7 D. Fusaro, cit., p. 90. D’altronde l’origine dell’espressione filosofia della praxis va ricondotta a Labriola che nel saggio Discorrendo di socialismo e di filosofia (1897) afferma che il midollo, la struttura portante del materialismo storico è la filosofia della praxis.

8 Dizionario gramsciano 1926­1937, a cura di G. Liguori e P. Voza, Carocci, Roma, 2009

9 Ivi, p. 447 (Nella voce Labriola curata da F. Frosini)

10 A. Burgio, Gramsci. il sistema in movimento, DeriveApprodi, Roma, 2014

11 n. 8, luglio 1947

12 n. 10, 1948, pp. 78­79

13 In realtà Hobsbawm viene citato o in modo indiretto, ricorrendo a pubblicazioni in cui si fa riferimento alla questione del Gramsci citato nel mondo, oppure in modo molto superficiale come nella nota 16 del capitolo 4. Da come lo cita Fusaro sembra che lo storico inglese debba essere considerato l’autore del terzo volume della einaudiana Storia del marxismo (1978­1982) quando, nella realtà, egli scrisse contributi per quell’opera collettiva venendo indicato, nei volumi dell’opera, come primo del gruppo di intellettuali che diedero impulso al progetto.

14 E. J. Hobsbawm, Per capire le classi subalterne in “Rinascita­Il Contemporaneo”, Gramsci nel mondo, 8, 1987.
La fonte dello storico inglese era The 250 most­cited authors in the Arts and Humanities Citations Index, 1976­1983 in E. Garfield, Institute for Scientific Information, “Current Comments”, n. 48, dicembre 1986. Per conoscenza, gli altri 4 italiani più citati dal XVI secolo in poi sono Vasari, Verdi, Croce ed Eco.

15 L. Sichirollo, Dialettica, a cura di Antonio A. Santucci, Editori Riuniti, Roma, 2003

20/02/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Lelio La Porta

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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