Civiltà senza eros

Corpi del reato, corpi senza vita e corpi estranei.


Civiltà senza eros

Nel sistema capitalistico le persone perdono la possibilità di essere interamente umane e di vivere relazioni che vadano oltre la mera riproduzione dei rapporti di scambio economico o di potere. Gli oggetti, le cose, diventano i soggetti predominanti della nostra realtà, i corpi umani macchine al servizio della prestazione produttiva, senza eros, oggetti tra gli oggetti.

di Laura Nanni

Nella società dell’immagine, del benessere, dell’ovunque tecnologicamente avanzato vediamo… corpi offesi, corpi violati, piccoli corpi senza vita, corpi plastificati e luccicanti, cyber-corpi, corpi senz’ anima, corpi dimenticati…

Il modo in cui il Capitalismo, col suo figlio prediletto Consumismo, domina o cerca di dominare le menti della maggioranza, troppo spesso aliena le persone dalla possibilità di essere interamente uomini, donne e di vivere una vita di relazioni che abbiano un valore ontologico trascendente la mera riproduzione dei rapporti di scambio economico o di potere. In molte situazioni, gli oggetti, le cose, sono diventati i soggetti predominanti della nostra realtà di cui rischiamo di essere succubi. Il sistema di produzione vorrebbe trattare i corpi umani come macchine al servizio della prestazione produttiva; il sistema sociale borghese come merci più o meno appetibili, per riprodurre rapporti utili, asimmetrici e senza eros, oggetti tra gli oggetti anche noi.

La vicenda del Capodanno di Colonia e delle altre città, come tante altre storie riemerse e narrate in questi giorni su tutti i media, ci raccontano di aggressività e violenza maschile sulle donne, che è tanto facile quanto complessa da capire quando ne ricerchiamo le motivazioni, così come è ingiusta e disumana, in tutte le forme che assume. Ma in questo caso si può notare come sia del tutto funzionale ad un Sistema che vuole creare rifiuti da espellere come corpi estranei dal suo organismo, ovvero tutti coloro e tutto ciò che non gli è congeniale, in quest’ultimo caso, come esito finale, i migranti.

Tutta questa freddezza e insensibilità nei confronti della vita stessa nella sua concretezza è aberrante, ho cercato di analizzare la questione con uno sguardo puntato sui corpi, manifestazione della nostra esistenza e presenza al mondo. Ho scelto una definizione di Weber [2], quella della gabbia d’acciaio per descrivere la società moderna-tecnologico-scientifica: una recinzione che gli uomini, nel senso soprattutto di maschi, dal momento che è l’ Universale maschile quello che ha prevalso in questi secoli, si sono costruiti nel corso dei secoli, quella della razionalizzazione a tutti i costi, con conseguente disumanizzazione. L’intellettualizzazione imperante recide i contatti con la concretezza della vita, la sua fragilità, le sue emozioni, le sue infinite particolarità. È proprio quella stessa razionalizzazione in nome della quale il governo Monti-Fornero ha creato la categoria degli esodati e ha trovato una giustificazione al taglio netto dei fondi per pensioni, lavoro e sanità. La razionalizzazione che nel mondo del lavoro oggi si traduce in Jobs Act e sono tante altre le razionalizzazioni sventolate come simbolo di Nuovo e di Moderno.

Weber disse che la civiltà occidentale era stata travolta da una razionalizzazione radicale e onnipervasiva, che aveva investito i sistemi di credenza, le strutture familiari, gli ordinamenti giuridici, politici ed economici, la scienza e addirittura le realizzazioni artistiche. E’ il mito della modernità. “Sotto la legge del principio di prestazione, corpo e anima vengono ridotti a strumenti di lavoro alienato; come tali possono funzionare soltanto se rinunciano alla libertà di quel soggetto‐oggetto libidico che originalmente l’organismo umano è, e che desidera essere.” Ha scritto Herbert Marcuse in L’uomo a una dimensione. [3] L'uomo a una sola dimensione è l'individuo alienato della società attuale, è colui per il quale la ragione strumentale è identificata con la realtà. La gabbia d’acciaio di Weber.

Pensiamo di essere liberi-e? La libertà ha luogo nella democrazia, ma non c’è libertà senza civiltà e cultura. Ma non c’è neppure quando si nasconde che non ci può essere se non c’è il riconoscimento dei diritti di tutti, la risposta ai bisogni primari e a quelli particolari delle persone nella loro interezza di menti-corpi-emozioni-storie. Non viviamo affatto in una società dove fare sesso con persone in carne ed ossa perché desiderate e amate sia la cosa più naturale… Il sesso è iper-mostrato ma sub-vissuto con buona pace di Herbert Marcuse, Wilhelm Reich e tutti i profeti della rivoluzione sessuale. Non vorrei ripetere quello che le femministe dicono, che la pornografia è la teoria e lo stupro la pratica, ma il mercato della pornografia è incredibilmente florido, intercetta un immaginario sedimentato in stratificazioni inconsce, attiva un’eccitazione scollegata da un contesto concreto. L’incapacità di vivere questa sfera nella coppia è una delle maggiori cause di divorzi e separazioni. Molti sono quelli che sostituiscono del tutto i rapporti reali, che vengono coinvolti in un immaginario violento le cui conseguenze sono visibili nei comportamenti sociali.

Marcuse scrisse che la repressione con relativa nevrosi o sublimazione, può essere evitata, con una gestione diversa del tempo e del lavoro, in cui all’eros come istinto vitale e creativo venga lasciato lo spazio dovuto. Niente di più semplice, in una società in cui la tecnologia dovrebbe alleggerire il lavoro e lasciare più spazio libero alle persone…

Parlo di persone perché vorrei tornare al fatto che i corpi disconosciuti e dimenticati non sono solo quelli delle donne, la differenza qui non la fa il sesso, perché la situazione di alienazione descritta riguarda ogni persona.

Esistiamo, siamo su questa terra, veniamo al mondo nella concretezza che è il nostro corpo, da una madre terrena. Noi siamo il nostro corpo proprio e spesso non ne siamo consapevoli. Siamo immersi nella concretezza del mondo, viviamo la fisicità dall’interno attraverso le emozioni, e allo stesso tempo dall’esterno attraverso i nostri sensi. Attraverso questi conosciamo e raccogliamo elementi dei saperi che costruiamo.

Ci basta osservare i bambini e le bambine che agiscono spontaneamente, mentre giocano, quando sono in relazione con gli altri e con gli oggetti. Per loro è naturale esprimere le proprie emozioni con salti, abbracci, corse e azioni, così come ridere per un piacere o piangere di fronte a un mancato abbraccio o a un’ingiustizia.

Note

[1] Ispirato a Herbert Marcuse, Eros e civiltà 1955. In questo testo affronta il rapporto Uomo-Natura e la questione, già analizzata da Freud, circa la relazione tra istinto e civiltà. Herbert Marcuse (1898 – 1979), è stato un filosofo, sociologo e politologo tedesco naturalizzato statunitense.

[2] Karl Emil Maximilian Weber (1864 – 1920) è stato un economista, sociologo, filosofo e storico tedesco. È considerato uno dei padri fondatori dello studio moderno della sociologia e della pubblica amministrazione.

[3] L’uomo a una dimensione, H. Marcuse 1967

15/01/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Laura Nanni

Roma, docente di Storia e Filosofia nel liceo. Fondatrice, progetta nell’ A.P.S. Art'Incantiere. Specializzata in politica internazionale e filosofia del Novecento, è impegnata nel campo della migrazione e dell’integrazione sociale. Artista performer. Commissione PPOO a Cori‐LT; Forum delle donne del PRC; Stati Generali delle Donne.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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