Una domanda che apre un orizzonte
Durante una recente intervista con Renato Caputo per La Città Futura, dedicata al mio libro Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile, mi è stata posta una domanda tanto semplice quanto rivoluzionaria: se il cyberfascismo rappresenta il volto tecnologico del capitalismo contemporaneo, come potrebbe configurarsi un cybercomunismo?
La domanda merita una riflessione approfondita, e questo articolo intende svilupparla con il sostegno dei dati, in attesa della recensione che la rivista sta preparando. Perché una tesi politica, per essere credibile, deve misurarsi con i numeri. E i numeri del capitalismo digitale, come vedremo, parlano un linguaggio inequivocabile. Troppo spesso il dibattito sulla tecnologia viene affrontato in modo superficiale. Da una parte troviamo gli apologeti del mercato digitale, convinti che l’innovazione privata rappresenti automaticamente un progresso per l’umanità. Dall’altra incontriamo una parte della sinistra che guarda con sospetto ogni avanzamento tecnologico, come se la tecnica fosse di per sé uno strumento di dominio.
Entrambe le posizioni risultano insufficienti. La vera questione non riguarda la tecnologia in sé. Riguarda il controllo della tecnologia. Chi possiede i mezzi di produzione digitali? Chi controlla i dati? Chi governa gli algoritmi? Chi decide il funzionamento delle piattaforme che organizzano una parte crescente della nostra vita sociale, economica e politica?
Sono queste le domande decisive del XXI secolo.
Da Marx a Lenin: il controllo dei mezzi di produzione
Per comprendere il significato di un possibile cybercomunismo bisogna partire dalle basi teoriche del socialismo. Karl Marx non era un nemico della tecnologia. Al contrario. Nelle sue opere individuava nello sviluppo delle forze produttive una delle condizioni necessarie per l’emancipazione umana. Il problema non era la macchina. Il problema era la proprietà della macchina.
Nei Grundrisse, nel celebre Frammento sulle macchine, Marx intuiva che la conoscenza scientifica incorporata nei sistemi tecnici, il general intellect, sarebbe diventata la principale forza produttiva. L’automazione avrebbe potuto liberare gli esseri umani da una parte significativa del lavoro necessario. Nel capitalismo, però, questa possibilità si trasformava nel suo contrario: maggiore sfruttamento, concentrazione della ricchezza e subordinazione del lavoro al profitto. La stessa riflessione può essere applicata oggi all’intelligenza artificiale, alla robotica e alle tecnologie digitali.
Non è l’algoritmo il problema. Il problema è chi possiede l’algoritmo. Non è il dato il problema. Il problema è chi controlla il dato. Lenin sviluppò ulteriormente questo ragionamento. Quando affermava che il comunismo fosse il potere dei soviet più l’elettrificazione di tutto il Paese, non stava esaltando semplicemente una tecnologia. Stava indicando un principio politico fondamentale: le conquiste tecniche prodotte dal capitalismo devono essere sottratte al controllo delle élite economiche e poste al servizio dell’intera collettività.
L’elettrificazione era il simbolo della modernità industriale del Novecento. Le reti digitali rappresentano la modernità del XXI secolo. Se Lenin fosse vivo oggi probabilmente parlerebbe di data center, cloud pubblici, intelligenza artificiale, reti di telecomunicazione e controllo democratico delle infrastrutture digitali.
I nuovi mezzi di produzione
Nel capitalismo industriale il potere economico derivava dal possesso delle fabbriche, delle miniere, delle ferrovie e delle centrali energetiche.
Nel capitalismo digitale il potere si è spostato. I nuovi mezzi di produzione sono:
- I data center.
- Le infrastrutture cloud.
III. Le reti di telecomunicazione.
- I sistemi operativi.
- Le piattaforme sociali.
- Gli algoritmi di intelligenza artificiale.
VII. I semiconduttori.
VIII. Le grandi banche dati.
- Le reti satellitari.
- Le infrastrutture globali della comunicazione.
Chi controlla questi strumenti controlla una parte crescente dell’economia mondiale. Ma soprattutto controlla l’informazione, la conoscenza e la capacità di influenzare i comportamenti collettivi.
La questione centrale del socialismo contemporaneo diventa quindi inevitabilmente una questione tecnologica. E qui i dati ci aiutano a misurare la portata del fenomeno.
I numeri del dominio: la concentrazione del capitale digitale
Mai nella storia del capitalismo una quota così grande di ricchezza era stata concentrata in così poche mani in così poco tempo.
A giugno 2026 Nvidia, il produttore dei chip che alimentano l’intelligenza artificiale, supera i 5.200 miliardi di dollari di capitalizzazione di borsa: più del prodotto interno lordo del Giappone, più di duemila volte il valore dell’intero indice azionario di molti Paesi del Sud globale. Apple e Microsoft viaggiano nello stesso ordine di grandezza, mentre Alphabet, la casa madre di Google, ha superato a gennaio la soglia dei 4.000 miliardi. Le prime quattro big tech, da sole, valgono in borsa circa 12.000 miliardi di dollari, oltre cinque volte il PIL italiano.
Gli analisti finanziari osservano che la concentrazione del mercato azionario statunitense sui cosiddetti Magnifici Sette è oggi superiore persino a quella registrata al culmine della bolla delle dot-com alla fine degli anni Novanta. Lo dicono loro, non i marxisti.
Ancora più impressionante è la dinamica degli investimenti. Nel solo 2026 Alphabet, Amazon, Microsoft e Meta hanno messo in programma spese in conto capitale per oltre 700 miliardi di dollari, con un aumento di circa il 77 per cento rispetto ai già record 410 miliardi dell’anno precedente: Amazon intorno ai 200 miliardi, Alphabet e Microsoft circa 190 ciascuna, Meta tra 115 e 135. Circa tre quarti di questa montagna di denaro è destinata direttamente all’infrastruttura dell’intelligenza artificiale: server, processori grafici, data center, reti. Goldman Sachs stima che tra il 2025 e il 2030 i quattro grandi hyperscaler spenderanno complessivamente 5.300 miliardi di dollari.
Per dare un termine di paragone: il Piano Marshall, che ricostruì l’Europa occidentale dopo la Seconda guerra mondiale, valeva circa 13 miliardi di dollari dell’epoca, equivalenti a meno di 200 miliardi attuali. Le big tech spendono ogni anno più di tre Piani Marshall per costruire l’infrastruttura del loro dominio.
Nick Srnicek ha definito questo assetto capitalismo delle piattaforme: un modello in cui il valore non nasce più soltanto dalla produzione di merci, ma dall’estrazione e dall’elaborazione dei dati generati dagli utenti, trasformati in materia prima gratuita. Yanis Varoufakis si è spinto oltre, parlando di tecnofeudalesimo: i giganti del cloud non si limiterebbero a competere sul mercato, lo avrebbero progressivamente sostituito con feudi digitali nei quali imprese e cittadini pagano una rendita per il semplice diritto di accesso. Che si accolga o meno la tesi del superamento del capitalismo, la sostanza analitica converge: la rendita estratta dal controllo proprietario delle infrastrutture digitali è diventata la forma dominante di accumulazione del nostro tempo.
Questi numeri raccontano una verità politica prima ancora che economica. Si sta costruendo, sotto i nostri occhi, il sistema nervoso del capitalismo del XXI secolo. Ed è interamente in mani private.
L’energia del capitale: i data center come fabbriche del XXI secolo
Se i dati sono il petrolio del nostro tempo, i data center sono le raffinerie. E come tutte le raffinerie, divorano energia.
Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, i data center assorbono oggi circa l’1,5 per cento dell’elettricità mondiale, tra i 416 e i 460 terawattora l’anno. Entro il 2030 questo consumo è destinato più che a raddoppiare, fino a circa 945 terawattora: l’equivalente del fabbisogno elettrico di un intero Paese come il Giappone. Nel solo 2025 la domanda elettrica dei data center è cresciuta del 17 per cento, contro un aumento del 3 per cento della domanda mondiale complessiva, e i siti dedicati all’intelligenza artificiale potrebbero triplicare i propri prelievi entro la fine del decennio.
La capacità installata globale passerà da 97 gigawatt nel 2024 a circa 226 gigawatt nel 2030. La geografia di questa potenza è eloquente: gli Stati Uniti assorbono il 44 per cento dei consumi, la Cina il 25, l’Europa appena il 16.
La metafora della nuvola, il cloud, è una delle più riuscite operazioni ideologiche del capitalismo digitale. Suggerisce qualcosa di leggero, immateriale, evanescente. La realtà è fatta di capannoni grandi come quartieri, turbine, sistemi di raffreddamento che consumano milioni di litri d’acqua, centrali a gas riaccese e reattori nucleari prenotati in esclusiva dalle corporation.
Anche su questo terreno la domanda socialista è inevitabile: chi decide dove costruire queste infrastrutture, con quale energia alimentarle, a quali comunità imporre i costi ambientali e a chi destinare i benefici? Oggi decidono i consigli di amministrazione. Domani dovrebbero decidere i popoli.
Il grande equivoco della sinistra
Una parte significativa della sinistra occidentale ha sviluppato nel corso degli ultimi decenni un atteggiamento ambiguo verso la tecnologia. L’errore consiste nell’aver identificato il progresso tecnico con il capitalismo. Eppure la stampa non era capitalista. L’elettricità non era capitalista. La ferrovia non era capitalista. Internet non è capitalista. Capitalista è il rapporto sociale che determina la proprietà e l’utilizzo di queste tecnologie. Confondere la tecnologia con il sistema economico che la gestisce significa rinunciare a combattere sul terreno decisivo del nostro tempo. Il risultato è stato paradossale. Mentre una parte della sinistra diffidava delle nuove tecnologie, le grandi corporation digitali costruivano un potere senza precedenti nella storia moderna. I numeri citati sopra misurano esattamente il prezzo di quella ritirata culturale.
Il laboratorio dimenticato di Allende
Esiste un episodio storico che merita di essere riscoperto.
All’inizio degli anni Settanta il governo di Salvador Allende in Cile avviò il progetto Cybersyn, affidato al cibernetico britannico Stafford Beer. L’obiettivo era straordinariamente moderno: utilizzare computer e reti di comunicazione per coordinare democraticamente l’economia nazionale.
In un’epoca in cui i computer occupavano intere stanze e Internet non esisteva ancora, si tentò di costruire una rete di telescriventi capace di raccogliere quotidianamente informazioni dalle imprese pubbliche e supportare decisioni economiche rapide e partecipate. Durante lo sciopero padronale dei camionisti dell’ottobre 1972, quella rete permise al governo di coordinare i rifornimenti e tenere in piedi il Paese.
Per molti aspetti si trattò del primo tentativo storico di utilizzare la tecnologia informatica per finalità socialiste. Il colpo di Stato dell’11 settembre 1973 interruppe quell’esperienza con la violenza, e la sala operativa di Cybersyn fu distrutta dai militari di Pinochet.
Ma il suo significato rimane attuale. Cybersyn dimostra che esisteva già mezzo secolo fa la consapevolezza che la tecnologia potesse diventare uno strumento di pianificazione democratica e non soltanto di profitto privato. Con la potenza di calcolo odierna, ciò che Beer e Allende potevano solo immaginare è tecnicamente alla nostra portata. Manca la volontà politica, non la tecnologia.
Il modello cinese e il controllo strategico della tecnologia
Nel dibattito contemporaneo la Cina rappresenta inevitabilmente un punto di riferimento.
Pur all’interno di un sistema complesso che combina pianificazione statale e mercato, il governo cinese considera le infrastrutture tecnologiche una questione di interesse nazionale e strategico. Le grandi piattaforme digitali non operano come poteri autonomi al di sopra dello Stato: la mano pubblica mantiene una capacità di indirizzo, pianificazione e controllo che sarebbe impensabile nelle economie occidentali, e la orienta verso obiettivi di lungo periodo attraverso i piani quinquennali, gli investimenti massicci su semiconduttori, intelligenza artificiale, reti e capacità di calcolo, e una regolazione che ha saputo ridimensionare le ambizioni oligarchiche dei propri colossi digitali quando entravano in conflitto con l’interesse generale.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti. In pochi decenni la Cina è passata dalla dipendenza tecnologica alla frontiera dell’innovazione, dimostrando che la pianificazione economica e finanziaria pubblica non è una reliquia del Novecento, ma uno strumento perfettamente compatibile con la modernità digitale: anzi, il più efficace per governarla. In questo senso l’esperienza cinese raccoglie, su scala incomparabilmente maggiore, l’intuizione che fu di Allende e di Cybersyn: la tecnologia può essere pianificata e orientata a fini collettivi.
Ciò non significa che il modello cinese debba essere trasposto meccanicamente in Europa: ogni percorso storico è figlio delle proprie condizioni materiali e culturali. Significa però che la Cina dimostra nei fatti ciò che l’ideologia neoliberale nega da quarant’anni: il primato della politica sull’economia è possibile, e le infrastrutture decisive per il futuro dell’umanità possono essere trattate come beni strategici collettivi anziché come terreno di caccia degli interessi privati.
È accettabile che infrastrutture decisive per il futuro dell’umanità siano controllate esclusivamente da interessi privati? Oppure esistono settori che devono essere considerati beni strategici collettivi? La Cina risponde affermativamente a questa seconda domanda. L’Occidente continua a eluderla.
L’Europa dovrebbe trarne la lezione giusta: non copiare la Cina, né sostituire la dipendenza dagli Stati Uniti con una dipendenza da Pechino, ma costruire una propria infrastruttura pubblica e una propria capacità di pianificazione, fondate sul controllo democratico. Come vedremo più avanti, è esattamente il salto che il continente non ha ancora avuto il coraggio di compiere.
Il cyberfascismo come nuova forma di dominio
Nel libro Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile ho cercato di descrivere, lungo quattro parti e tredici capitoli, una trasformazione profonda del capitalismo contemporaneo, intrecciando le analisi di Shoshana Zuboff sul capitalismo della sorveglianza, di Nick Srnicek sul capitalismo delle piattaforme e di Yanis Varoufakis sul tecnofeudalesimo con le categorie storiche del fascismo elaborate da Robert Paxton ed Emilio Gentile, con la riflessione di Umberto Eco sull’Ur-Fascismo, quel fascismo eterno capace di ripresentarsi sotto le vesti più innocenti e in abiti sempre nuovi, e con la lezione di Stefano Rodotà sui diritti nell’era digitale.
Il fascismo storico si basava sulla propaganda, sul controllo dell’informazione e sulla mobilitazione delle masse. Il cyberfascismo perfeziona questi strumenti grazie alle tecnologie digitali.
Gli algoritmi analizzano preferenze e comportamenti. Le piattaforme decidono la visibilità delle informazioni. L’intelligenza artificiale elabora enormi quantità di dati personali. La profilazione costruisce modelli predittivi sempre più accurati.
La sorveglianza diventa invisibile. Il controllo assume la forma di un servizio. La manipolazione si presenta come personalizzazione. La censura lascia il posto al filtraggio algoritmico.
Nel libro ho definito questo processo come la nascita di una democrazia post-parlamentare: istituzioni formalmente intatte, svuotate però della loro sostanza, mentre le decisioni che contano migrano verso infrastrutture private prive di qualsiasi legittimazione democratica. Quando un singolo imprenditore può spegnere una rete satellitare durante una guerra, alterare l’algoritmo di una piattaforma globale durante una campagna elettorale o negare i propri servizi cloud a un governo, non siamo più di fronte a un’impresa: siamo di fronte a un potere politico. Non siamo di fronte a una semplice evoluzione tecnologica. Siamo di fronte alla nascita di nuove forme di potere.
Libertà apparente e libertà reale
Uno dei grandi paradossi del nostro tempo consiste nel fatto che milioni di persone si sentono più libere che mai mentre sono sottoposte a livelli di monitoraggio senza precedenti. Possiamo pubblicare un commento. Possiamo condividere un video. Possiamo esprimere un’opinione. Ma chi decide quali contenuti saranno visibili? Chi stabilisce quali informazioni verranno promosse? Chi determina gli argomenti che diventeranno centrali nel dibattito pubblico? Dietro queste scelte troviamo algoritmi progettati da aziende private che rispondono principalmente a logiche economiche. La libertà formale continua a esistere. La libertà sostanziale rischia di restringersi.
È proprio questa la contraddizione che alimenta il cyberfascismo. Non elimina la democrazia. La svuota progressivamente dall’interno.
Il controllo predittivo delle menti: il laboratorio palestinese
Il cuore del cyberfascismo, ed è il fuoco del libro, non è la sorveglianza in sé. È il controllo predittivo: la capacità di anticipare, orientare e modellare i comportamenti e le opinioni collettive prima ancora che si formino. Chi possiede le piattaforme non si limita a registrare ciò che pensiamo. Decide ciò che vedremo e ciò che non vedremo, e quindi contribuisce a determinare ciò che penseremo. La proprietà economica dell’infrastruttura si traduce direttamente in potere politico predittivo sulle menti. I due ragionamenti, quello sui proprietari e quello sul controllo, sono in realtà un solo ragionamento.
Non esiste oggi dimostrazione più tragica di questo meccanismo della Palestina e della Striscia di Gaza.
Human Rights Watch, nel rapporto Meta’s Broken Promises, ha documentato la censura sistematica dei contenuti palestinesi su Instagram e Facebook, individuando sei modelli ricorrenti: rimozione dei post, sospensione o eliminazione degli account, limitazione delle interazioni, riduzione occulta della visibilità, il cosiddetto shadow banning, e altre forme di soffocamento algoritmico delle voci che denunciavano le sofferenze della popolazione di Gaza nel momento in cui avevano più bisogno di essere ascoltate.
Documenti interni di Meta, ottenuti dalla testata investigativa Drop Site News, indicano che l’azienda avrebbe accolto circa il 94 per cento delle richieste di rimozione presentate dal governo israeliano, il più attivo al mondo in questo campo, con oltre 90.000 contenuti eliminati e decine di milioni di post trattati dai sistemi automatici. Secondo l’organizzazione Access Now, la soglia algoritmica di tolleranza applicata ai contenuti palestinesi sarebbe stata abbassata fino al 25 per cento, rendendo la macchina della moderazione strutturalmente più severa verso un popolo intero. Non un incidente tecnico, dunque, ma una scelta di architettura.
Sul versante militare, le inchieste del magazine israeliano +972 e di Local Call hanno rivelato l’impiego di sistemi di intelligenza artificiale come Lavender, The Gospel e Where’s Daddy, utilizzati per generare automaticamente obiettivi umani, attribuendo punteggi di rischio a praticamente tutti i 2,3 milioni di abitanti della Striscia. La profilazione commerciale e la profilazione militare condividono la stessa logica: trasformare le vite in dati, i dati in previsioni, le previsioni in decisioni. A Gaza quelle decisioni erano di vita e di morte.
Il punto, ed è il punto economico e finanziario da non perdere mai di vista, è che tutto questo avviene su infrastrutture private. Le stesse corporation che valgono in borsa migliaia di miliardi e investono ogni anno centinaia di miliardi in intelligenza artificiale sono quelle che decidono quali sofferenze il mondo potrà vedere e quali resteranno invisibili. Il controllo predittivo non è un eccesso accidentale del sistema: è il prodotto stesso che le piattaforme vendono, agli inserzionisti in tempo di pace e agli apparati statali in tempo di guerra. E le tecnologie collaudate sui corpi dei palestinesi vengono poi esportate sui mercati globali della sicurezza con il marchio di garanzia del campo di battaglia.
Il dominio invisibile descritto nel libro è esattamente questa saldatura: rendita economica da una parte, potere predittivo sulle menti dall’altra. Gaza è il punto in cui la saldatura diventa visibile a occhio nudo.
L’Europa come colonia digitale: i dati della subalternità
Se vogliamo capire cosa significhi concretamente la perdita di sovranità tecnologica, basta guardare all’Europa.
Il mercato cloud europeo vale oltre 60 miliardi di euro ed è dominato per circa il 70 per cento da tre sole aziende americane: Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud. I provider europei, da OVHcloud a Deutsche Telekom fino a Telecom Italia, si spartiscono una quota marginale, scesa dal 29 per cento del 2017 a circa il 13-15 per cento attuale, mentre il mercato si moltiplicava. Più il continente si digitalizza, più diventa dipendente.
La dipendenza non è solo commerciale. È giuridica. Il Cloud Act statunitense del 2018 consente alle autorità americane di richiedere a qualsiasi fornitore soggetto alla propria giurisdizione la consegna dei dati, ovunque essi siano fisicamente conservati, anche nei data center situati sul suolo europeo. La sentenza Schrems II della Corte di giustizia dell’Unione europea ha certificato questa incompatibilità di fondo con il diritto europeo alla protezione dei dati. Eppure la migrazione verso il cloud americano è continuata.
I costi della subalternità sono misurabili. Il governo federale tedesco versa quasi mezzo miliardo di euro l’anno in licenze software a Microsoft. Le importazioni di servizi di proprietà intellettuale dagli Stati Uniti verso l’area euro hanno raggiunto i 200 miliardi di dollari annui. Secondo l’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano, il mercato cloud europeo ha toccato nel 2025 i 112 miliardi di dollari, con una quota di circa il 90 per cento concentrata nelle mani degli hyperscaler statunitensi e degli altri provider extraeuropei. E l’economista Cristina Caffarra ha calcolato che ogni anno circa 300 miliardi di euro di risparmio europeo prendono la via degli Stati Uniti per finanziare l’innovazione americana. È un tributo coloniale, pagato in cambio dell’accesso a infrastrutture che l’Europa avrebbe le competenze scientifiche per costruire da sé.
Qualcosa, lentamente, si muove. La Francia ha abbandonato Teams, Zoom e Google Meet per le comunicazioni ministeriali a favore di una piattaforma nazionale. La Germania sta migrando decine di migliaia di postazioni pubbliche verso software liberi. Il 3 giugno 2026 la Commissione europea ha presentato il Tech Sovereignty Package, con il Cloud and AI Development Act che introduce livelli obbligatori di sovranità per i fornitori cloud della pubblica amministrazione, e cinque grandi operatori di telecomunicazione hanno avviato un progetto di cloud federato paneuropeo.
Sono passi nella direzione giusta, ma restano dentro una logica di mercato che non mette in discussione il punto essenziale: la proprietà e il controllo democratico delle infrastrutture. Senza questo salto, la sovranità digitale europea rischia di ridursi alla sostituzione di un oligopolio con un altro.
Cybercomunismo e democrazia digitale
A questo punto emerge la domanda inevitabile. Come evitare che il controllo pubblico delle tecnologie si trasformi in una nuova forma di autoritarismo?
La risposta è semplice nella sua formulazione ma complessa nella sua realizzazione. Il cybercomunismo non può limitarsi alla nazionalizzazione delle infrastrutture digitali. Deve costruire forme nuove di controllo democratico.
I principi fondamentali dovrebbero essere:
- Trasparenza completa degli algoritmi utilizzati nelle funzioni pubbliche.
- Utilizzo prioritario di software open source.
III. Controllo parlamentare e popolare delle infrastrutture strategiche.
- Tutela costituzionale dei diritti digitali.
- Accesso pubblico alle informazioni sul funzionamento dei sistemi automatizzati.
- Partecipazione di università, comunità scientifiche, sindacati e associazioni civiche ai processi decisionali.
VII. Divieto di concentrazione oligarchica del potere tecnologico.
VIII. Riconoscimento dei dati come bene comune, gestito da istituzioni pubbliche e cooperative sotto controllo democratico, sul modello di quanto Stefano Rodotà proponeva per i beni comuni della conoscenza.
- Costituzione di un polo pubblico europeo del calcolo e dell’intelligenza artificiale, finanziato come si finanziarono le ferrovie e l’elettrificazione, aperto a ricercatori, imprese sociali e amministrazioni.
L’obiettivo non è sostituire un’oligarchia privata con una burocrazia statale. L’obiettivo è democratizzare il potere tecnologico.
La nostra Costituzione, all’articolo 43, prevede già questo orizzonte quando consente di riservare o trasferire alla collettività le imprese che si riferiscono a servizi pubblici essenziali o a situazioni di monopolio e che abbiano carattere di preminente interesse generale. Difficile immaginare una definizione più calzante per le piattaforme e le infrastrutture digitali del nostro tempo.
Sovranità digitale e nuova lotta di classe
La lotta di classe del XXI secolo non si svolge soltanto nelle fabbriche.
Si svolge nei data center. Nei laboratori che progettano microprocessori. Nelle infrastrutture cloud. Nei cavi sottomarini che trasportano informazioni. Nei sistemi di intelligenza artificiale. Nelle piattaforme che organizzano la comunicazione globale.
E si svolge, va aggiunto, sul terreno del lavoro. Le stesse aziende che investono centinaia di miliardi in intelligenza artificiale licenziano decine di migliaia di lavoratori dichiarando apertamente che l’automazione li rende superflui. I profitti della transizione tecnologica vengono privatizzati, i costi sociali vengono scaricati sulla collettività. È la dinamica che Marx descriveva a proposito della grande industria, riprodotta su scala planetaria e a velocità algoritmica.
Chi controlla queste infrastrutture controlla una parte crescente della vita collettiva. Per questa ragione il tema della sovranità digitale diventa decisivo, ma a una condizione: che sovranità significhi controllo democratico e popolare, non semplice campionismo industriale europeo.
Tra il predominio tecnologico statunitense e l’ascesa della Cina, il continente europeo dovrebbe costruire una propria autonomia strategica fondata sul controllo democratico delle infrastrutture digitali. Altrimenti resterà ciò che i dati già descrivono: una colonia digitale, formalmente sovrana ma sostanzialmente subordinata.
La nuova frontiera del socialismo
Per oltre due secoli il socialismo ha combattuto per democratizzare i mezzi di produzione dell’epoca industriale. Oggi quei mezzi di produzione sono cambiati. Accanto alle fabbriche troviamo gli algoritmi. Accanto alle acciaierie troviamo i data center. Accanto alle miniere troviamo le immense banche dati che alimentano l’intelligenza artificiale. Il cybercomunismo nasce da questa consapevolezza. Non rappresenta un ritorno al passato. Non rappresenta una nostalgia del Novecento. Rappresenta il tentativo di applicare i principi della democrazia economica e della proprietà collettiva alla realtà tecnologica del XXI secolo. La domanda che Marx poneva oltre centocinquant’anni fa continua a risuonare con sorprendente attualità. Chi possiede i mezzi di produzione? Oggi quella domanda assume una forma nuova. Chi possiede i dati? Chi controlla gli algoritmi? Chi governa l’intelligenza artificiale? Chi decide il funzionamento delle reti che organizzano la vita collettiva? I numeri presentati in queste pagine danno una prima risposta: oggi li possiede un pugno di corporation che vale in borsa quanto interi continenti, spende ogni anno più di tre Piani Marshall e consuma l’elettricità di una grande potenza industriale. Il cyberfascismo è il nome politico di questo assetto proprietario. Il cybercomunismo è il nome politico dell’alternativa. Perché il problema non è l’esistenza della tecnologia. Il problema è decidere se essa sarà utilizzata per rafforzare il potere di pochi o per ampliare la libertà di tutti.
Questa è la vera sfida politica del XXI secolo. Ed è su questo terreno che si misurerà il futuro del socialismo nell’era digitale.
Mario Sommella — blogger e attivista politico
Fonti
Agenzia internazionale dell’energia (IEA), rapporti Energy and AI e Key Questions on Energy and AI, 2025-2026, sui consumi elettrici dei data center.
Istituto per la Competitività (I-Com), rapporto Dare Energ-IA all’Italia, novembre 2025.
Goldman Sachs, stime sugli investimenti in conto capitale degli hyperscaler 2025-2030, riprese dalla stampa finanziaria internazionale, giugno 2026.
Milano Finanza, dati sulle trimestrali e sugli investimenti delle big tech, gennaio-aprile 2026.
Money.it, classifica delle società per capitalizzazione di mercato, giugno 2026.
Morningstar, rapporto globale 2026 sulla concentrazione del mercato azionario statunitense.
Synergy Research Group, dati sulle quote del mercato cloud europeo, ripresi dalla stampa specializzata.
The Economist, rubrica Bytebreak, dati sulla spesa pubblica europea in software e servizi statunitensi, 2026.
Osservatorio Cloud Transformation, Politecnico di Milano, dati 2025 sul mercato cloud europeo.
Cristina Caffarra, interventi del collettivo EuroStack sui flussi di capitale Europa-Stati Uniti, 2025-2026.
Commissione europea, Tech Sovereignty Package e proposta di Cloud and AI Development Act, 3 giugno 2026.
Corte di giustizia dell’Unione europea, sentenza Schrems II, causa C-311/18.
Human Rights Watch, Meta’s Broken Promises. Systemic Censorship of Palestine Content on Instagram and Facebook, dicembre 2023.
+972 Magazine e Local Call, inchieste sui sistemi di intelligenza artificiale Lavender, The Gospel e Where’s Daddy, 2023-2024.
Access Now, rapporti sulla moderazione algoritmica dei contenuti palestinesi, 2023-2024.
Drop Site News, documenti interni di Meta sulle richieste di rimozione del governo israeliano, 2025.
Eden Medina, Cybernetic Revolutionaries. Technology and Politics in Allende’s Chile, MIT Press, 2011.
Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss University Press, 2019.
Nick Srnicek, Capitalismo digitale. Google, Facebook, Amazon e la nuova economia del web, Luiss University Press, 2017.
Yanis Varoufakis, Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo, La nave di Teseo, 2023.
Umberto Eco, Il fascismo eterno, La nave di Teseo, 2017.
Mario Sommella, Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile, 2026.
