“Donbass, i neri fili della memoria rimossa”

In Ucraina la repressione conta oltre 50 mila vittime e un milione di sfollati sotto una coltre di silenzio e mistificazione.


“Donbass, i neri fili della memoria rimossa” Credits: www.noisaremotutto.org

Un importante saggio dell’antropologo Silvio Marconi denuncia la rimozione della memoria di un passato che riguarda anche gli Italiani. Un contributo alla rottura di una rimozione storica sulle più rilevanti vicende europee. In Ucraina la repressione conta oltre 50 mila vittime e un milione di sfollati sotto una coltre di silenzio e mistificazione. E le cancellerie occidentali fanno finta di non vedere.

di Alba Vastano

“L’Ucraina è un laboratorio nazista, lo è da prima della seconda guerra mondiale. Non c’è uno stato, un’etnia, un popolo. È l’equivalente della Padania. Come stato, come popolo, come lingua non è mai esistita” (Silvio Marconi)
“Non vi è dubbio che la guerra in Ucraina non sia periferica e marginale, ma sia una guerra europea” (dall’introduzione del saggio, di Giovanni Russo Spena)

L’antifascismo e le sue lotte non muoiono, non possono, non devono. Le voci di chi aderisce per convinzione, per cultura, per idea irremovibile alle lotte contro la repressione sui diritti umani si fa sempre più altisonante. La Resistenza alle guerre imperialiste è la nostra. Non ci si piega all’oppressore e siamo tutti partigiani. Abbiamo dei fratelli, anch’essi partigiani, nel cuore dell’Europa, in Ucraina, nel Donbass. Si stanno battendo per la libertà e per la liberazione dall’oppressore. Per ora solo massacri, solo atrocità, torture e vessazioni su chi manifesta ideologie diverse, come per quella comunista. La mano “nera” è quella del presidente Petro Porošenko, dominante a Kiev.

Il cuore della guerra batte nel Donbass, una regione dell’Ucraina sul bacino del Donec, affluente del Don. Una terra ricca di giacimenti carboniferi comprensiva dell’oblast di Rostov in Russia. Nasce, il Donbass, come presidio militare. La fortezza di Tor servì a difendere i territori meridionali della Russia dagli attacchi della Crimea. Nel diciassettesimo secolo divenne una fiorente città la cui principale fonte di ricchezza naturale si deve all’estrazione del sale dai caratteristici laghi salati. Fino al boom economico per la scoperta dei giacimenti di carbone.

Nell’aprile del 2014 gruppi filo russi armati hanno invaso le regioni del Donestk, Luhansk e Karkiv. Dopo il referendum richiesto dai separatisti le due repubbliche popolari Donetsk e Luhansk si proclamarono indipendenti. Con un referendum nel maggio 2014 nacque lo stato federale della Nuova Russia. Lo Stato rivendica il possesso del loro territorio e le imputa di organizzazioni terroristiche. La repressione armata messa in atto sul Donbass dal governo golpista conta oltre 50 mila vittime e un milione di sfollati.

Per comprendere la filiera che lega fra loro i poteri nazifascisti internazionali basta fare un tuffo nel passato e nella memoria che riconduce a ciò che è avvenuto e sta accadendo in questa terra. L’occasione per ricordare e capire i problemi mai risolti della terra ucraina e il nero filo che collega i neonazisti di oggi agli invasori precedenti ci è data dall’antropologo Silvio Marconi che ha scritto un saggio “illuminante” sulla storia del Donbass.

Il saggio, presentato recentemente alla Biblioteca popolare Gramsci (circolo Prc, terzo municipio di Roma) “vuole essere un contributo alla rottura di un’operazione di rimozione storica che si compie non solo nel caso dell’Ucraina, ma più in generale su aspetti rilevanti di vicende europee la cui eredità è tutt’altro che estinta. Grazie alla guerra fredda, agli interessi della elite conservatrice occidentale, alle complicità fra mandanti ed esecutori dei crimini dei nazisti e dei loro collaborazionisti. Una coltre di silenzio e mistificazione è calata su molti aspetti di quei crimini. È il problema dell’Ucraina, che i media e le cancellerie occidentali fanno finta di non vedere”.

Il battaglione Azov combatte nel Donbass dall’aprile del 2014, al servizio del governo ucraino. Il suo simbolo è la “runa Wolfsangel”, lo stesso simbolo utilizzato dalle “SS das Reich” nazista durante la seconda guerra mondiale. È ovvio che sono esplicitamente richiami esoterici a radici naziste che fecero “germogliare l’idea dello sterminio della razza ebrea, dei rom, dei prigionieri di guerra e dei partigiani. Affamarono la popolazione, distrussero sistematicamente la cultura, deportarono e schiavizzarono le masse”. La realizzazione di questo genocidio venne supportata dagli alleati dei nazisti, fra cui i collaborazionisti ucraini. Fra cui anche le truppe italiane.

Gli Italiani nelle dinamiche belliche di 70 anni fa hanno delle strette responsabilità con l’occupazione del Donbass. “In quella guerra - ricorda l’autore - partecipammo all’aggressione nazifascista all’Urss e occupammo per un certo periodo proprio il Donbass”. Ne parla Silvio Marconi, nel corso della presentazione del suo saggio: “Nel 1941 nel Donbass, a fianco delle truppe tedesche che invasero quelle terre, c’erano anche le truppe italiane”. E rimarca il fatto che durante l’invasione nazifascista della Russia le truppe italiane “operarono sempre subordinate a comandi militari tedeschi”. In Ucraina alle italo-truppe venne assegnata una zona “da gestire autonomamente” considerando che tutto il territorio ucraino era fonte di ricco ricavato agroalimentare, metallurgico e carbonifero.

Gli Italiani sono coinvolti da sempre nel Donbass, ma non sono mai apparsi, come i Tedeschi, criminali nazisti, perché avvolti nel mito di “Italiani brava gente”, una mitologia che si è voluta estendere al comportamento degli Italiani in tutte le fasi in cui essi si sono resi protagonisti di invasioni e occupazioni, da quella in Etiopia, Libia e Somalia a quelle in Grecia, Albania e Jugoslavia, a quella nei territori dell’Unione Sovietica. Una verità descritta in saggi che la confermano: “L’occupazione italiana dei Balcani. Crimini di guerra e mito della brava gente” di Davide Conti, “Italiani, brava gente?” di Angelo Del Boca, “Si ammazza troppo poco. I crimini di guerra italiani” di Gianni Oliva.

La Corte di Cassazione tra il 1947 e il 1949 nel giudicare i crimini di guerra si mostrò particolarmente benevola nei confronti dei fascisti, considerando i crimini dei fascisti italiani come “incidenti involontari”. Ricorda Marconi nel suo saggio che “nella sentenza Carrera si sostenne che non poteva essere considerata sevizia efferata appendere per i piedi un partigiano e giocare a calci con la sua testa penzolante, ma normale forma di violenza”. Nella sentenza Falanga fu amnistiato un fascista che aveva ucciso un partigiano, con la motivazione “per le ferite che già aveva riportato sarebbe morto lo stesso”.

“L’Ucraina non esiste. È solo un laboratorio nazista” sostiene l’autore che definisce questo territorio nel cuore dell’Europa come uno Stato inesistente che non ha mai avuto una lingua propria, affermando che la lingua ucraina nasce a tavolino, nascono i riti “si prende un dialetto locale di Leopoli e lo si fa assurgere a lingua nazionale”. Prova ne è che il poeta nazionale ucraino Ševcenko non ha scritto una sola riga in ucraino, adottando per le sue opere letterarie la lingua russa. L’Ucraina, presunto Stato, nasce con la spartizione della Polonia, fine settecento, fatta tra lo zar di Russia, l’impero asburgico e la Prussia. “Una pura invenzione nazionalista fatta a tavolino per motivi politici contro lo zarismo” così lo scrittore.

Su quanto sta accadendo in questo territorio, massacri e repressioni, scandalizzarsi per la politica russofoba della Nato non basta. C’è dell’altro, c’è molto di più da sapere ed è inquietante. Non si tratta solo del battaglione Azov e non si tratta solo dei nazisti con i simboli della svastica che vanno ad uccidere le donne o che hanno bruciato vive 38 persone a Odessa, non sul fronte, e poi hanno scritto su Facebook “Abbiamo fatto una bella grigliata”. Si tratta di altro. Il responsabile di quei fatti è stato eletto pochi giorni fa presidente del parlamento ucraino e il ministro della difesa è un nazista. È stato messo fuori legge il Partito comunista e tutti i simboli sovietici. Stanno distruggendo tutte le statue di Lenin e tutti i monumenti ai partigiani sovietici, tutti i monumenti antifascisti che sono 27 mila in Ucraina.

“Stanno imbrattando e distruggendo tutte le lapidi che rappresentano i massacri degli Ebrei, scrivendoci sopra “Morte agli Ebrei”, in una zona in cui non c’è più un ebreo vivo - riferisce Marconi. Questo è davvero un laboratorio nazista che non è cominciato adesso. Nel 1945 la quattordicesima divisione SS Galizien, formata tutta da soldati ucraini, benedetta da un cardinale cattolico di Leopoli che faceva gli appelli ai giovani ucraini perché si arruolassero per combattere contro il bolscevismo, quella divisione non ha combattuto solo per l’Ucraina, ma facevano parte delle SS dei campi di concentramento di Treblinka e Stutthof, del personale della Risiera san Saba a Trieste, delle bande che combattevano contro i partigiani in Carnia e in Piemonte. Non avrebbero potuto fare i nazionalisti in Ucraina, perché i Russi li avrebbero uccisi tutti”

L’Ucraina è oggi un laboratorio di nazismo che serve a nazificare il resto dell’Europa. Nei paesi baltici si sta già applicando la stessa ricetta. Sta avvenendo questo. Non si può stare in silenzio. Non si possono più ignorare “i neri fili della memoria rimossa”.

 

Fonte:

Silvio Marconi, “Donbass, i neri fili della memoria rimossa” (Introduzione di Giovanni Russo Spena) Edizioni Croce, 2016

06/05/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: www.noisaremotutto.org

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Alba Vastano

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