Enrico Berlinguer: l'illusione dell'austerità “da sinistra”

Prosegue l’indagine sull’operato del famoso dirigente del PCI. La grave crisi economica del ‘73 aveva imposto l’adozione di pesanti misure restrittive: quarant’anni fa, così come oggi, non si parlava che di austerità.


Enrico Berlinguer: l'illusione dell'austerità “da sinistra”

Prosegue l’indagine sull’operato del famoso dirigente del PCI e sul suo contributo all’evoluzione del movimento operaio italiano così come lo vediamo oggi. La grave crisi economica del ‘73 aveva imposto l’adozione di pesanti misure restrittive: quarant’anni fa, così come oggi, non si parlava che di austerità. E proprio tra le fila del partito allora guidato da Berlinguer nacque l’illusione di poter praticare l’austerità con un “modo di sinistra”.

di Alberto Pantaloni


Enrico Berlinguer: fra austerità, compromesso storico ed eurocomunismo.

Seconda parte: l'illusione dell'austerità “da sinistra”

prosegue da:
http://www.lacittafutura.it/dibattito/enrico-berlinguer-austerita-compromesso-storico-eurocomunismo.html

La crisi economica internazionale aperta dalla fine del sistema monetario di Bretton Woods (1971) e dallo shock petrolifero del 1973 contribuì a rendere drammatica una già difficilissima situazione economica italiana. L'impatto più duro si ebbe sul terreno produttivo e su quello dei consumi. Gli aumenti dei prezzi e degli affitti (nel 1975 l'inflazione era arrivata al 25% circa) di fatto annullavano gli avanzamenti salariali che i lavoratori ottenevano grazie a una forza e ad una capacità di lotta rivendicativa mai viste prima dell'autunno caldo. Inoltre, le riforme tante volte promesse (edilizia popolare, scuola, università, urbanistica, assistenza, pubblica amministrazione, ecc.) o non avvenivano o non erano all'altezza delle drammatiche necessità della società. Il debito pubblico (che fra il 1960 e il 1983 arrivò dal 31,2% al 62,5% del PIL) era spesso utilizzato in finanziamenti di aziende decotte o carrozzoni come la “Cassa del Mezzogiorno”: somme ingentissime che invece che migliorare le condizioni di lavoratori e popolazioni delle aree depresse, venivano intascate da imprenditori e lobbies politico-finanziarie legate ai partiti. Di contro, un sistema fiscale a dir poco inadeguato (negli anni '70 il gettito era al di sotto del 30% del PIL) si accompagnava a massicce fughe di capitali all'estero. La ricetta dei vari governi democristiani (i cui ministri rimanevano invischiati peraltro in frequentissimi scandali, come quello Lockheed o quello delle tangenti petrolifere), era un misto fra aumento dell'inflazione e svalutazione della lira per favorire le esportazioni, ma a prezzo di una sempre più debole domanda interna. Aumentava costantemente, infine, il “lavoro nero”: circa 7 milioni di lavoratori “clandestini” per un reddito “sommerso” di circa 12.000 miliardi.

Di fronte a questo quadro e a seguito della crisi petrolifera - nel 1973 il petrolio costituiva il 75% del fabbisogno energetico italiano - nel gergo di massa entrò a far parte un termine che oggi è tornato tristemente alla ribalta: austerità. Attraverso diversi decreti governativi furono varate alcune misure come il divieto di circolazione delle auto nei giorni festivi, la chiusura anticipata di uffici, negozi e luoghi di svago come cinema e teatri, la sospensione o riduzione delle attività produttive, con conseguente aumento delle ore di cassa integrazione, l'aumento del prezzo di benzina e carburanti, il razionamento di alcuni generi alimentari. Lungi dall'intervenire sulle reali cause, sulle disfunzioni e sulle diseconomie che avevano portato l'Italia sull'orlo del baratro economico, la DC andava a poggiare tutto il peso della crisi sui soliti noti: i salariati, piccoli commercianti o produttori.

Le implicazioni della crisi e delle scelte dei governi produssero sia la radicalizzazione dei settori più combattivi della classe operaia (nelle battaglie sindacali, e anche nei movimenti trasversali al territorio, come quello per l'autoriduzione delle bollette e dei prezzi dei trasporti fra il 1974 e il '75), sia, però, anche l'inizio della disillusione. Una disillusione alimentata, soprattutto, dall'assenza di risposte complessive da parte delle forze organizzate “storiche” del movimento operaio, PCI e sindacati in primis.

In coerenza con la strategia del “compromesso storico” (che verrà analizzata più complessivamente nel prossimo articolo), bisognò attendere il 15 gennaio 1977, durante un convegno degli intellettuali vicini al PCI che si teneva al teatro Eliseo di Roma, affinché Berlinguer annunciasse “un progetto di trasformazione della società” che, sebbene contenesse “obiettivi e traguardi tali da poter e dover essere perseguiti e raggiunti nei prossimi tre-quattro anni”, comportasse però “atti, provvedimenti, misure” immediati.

La proposta si basava sull'idea “forte” non solo che ci potesse essere un modo “di sinistra” per praticare l'austerità ma che, anzi, questo modo avrebbe posto le basi per il superamento di un sistema “entrato in una crisi strutturale e di fondo, non congiunturale, di quel sistema i cui caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero, l'esaltazione di particolarismi e dell'individualismo più sfrenati, del consumismo più dissennato”. Una “austerità di classe”, quindi, che avrebbe finalmente sconfitto un modello economico-sociale “fonte di sprechi, di parassitismi, di privilegi, di dissipazione delle risorse, di dissesto finanziario”. Se lo scopo era quello di “instaurare giustizia, efficienza, ordine, e [...] una moralità nuova”, valeva la pena, secondo Berlinguer, accettare “certe rinunce e certi sacrifici”. Così egli candidava il PCI alla guida “democratica” (nel senso togliattiano di “via democratica al socialismo”) del Paese per “il risanamento economico, produttivo, finanziario della società e dello Stato”.

In cosa consisteva, però, materialmente questo progetto? Non lo sappiamo. Per provare a districarci nella fumosità di dichiarazioni utopistiche dai toni aulici e drammatici, possiamo quindi solo affidarci ai fatti. E i fatti sono i risultati dei governi democristiani che, fra il 1976 e il 1979 videro o l'astensione benevola del PCI, o l'entrata nella maggioranza, pur senza alcun incarico governativo. Risultati decisamente deludenti. Dal punto di vista del mondo del lavoro, si assistette al rovesciamento dei rapporti di forza fra movimento sindacale e padronale, sancito sia dai “decreti Andreotti” che frenavano salari e scala mobile (oltre che abolire sei festività infrasettimanali, bloccare la contrattazione articolata fra sindacati e aziende, aumentare i prezzi di una serie di beni, anche di prima necessità), sia dalla suicida tattica adottata da Lama con la “svolta dell'EUR” (febbraio 1978), nella quale, in cambio di “sacrifici” sul terreno salariale, della produttività e della mobilità, si promettevano avanzamenti sul terreno occupazionale, soprattutto al Sud. Dei due termini dello “scambio”, solo il primo fu rispettato, la disoccupazione, soprattutto a livello giovanile, toccando il suo massimo storico proprio nel 1977. La moderazione rivendicativa e il drastico abbassamento delle ore di sciopero contribuirono al risollevarsi - temporaneo- dell'economia italiana, ma a un prezzo durissimo per il proletariato - industriale e non- sia dal punto di vista economico, sia (lo si vedrà alla Fiat nell'80) politico.

Dal punto di vista delle riforme, il quadro è ugualmente desolante: le tre leggi sull'edilizia, emanate fra il 1977 e il '78, se da una parte portarono a miglioramenti dal punto di vista degli affitti, mantennero quasi inalterata la penuria di case sfitte e di edilizia popolare (su 600.000 case popolari annunciate, ne furono costruite 125.000, delle quali solo la metà vennero affittate); la riforma della Sanità del dicembre 1978, pur uniformando, criteri, metodologie e strutture organizzative sul territorio nazionale, divenne da subito, come peraltro la RAI, terreno di lottizzazioni partitiche, alle quali neanche il PCI si sottrasse, con la conseguenza di enormi sperperi di denaro pubblico di cui proprio oggi stiamo pagando il prezzo. Per non parlare delle annunciate riforme della Scuola e dell'Università che produssero solo la tristemente nota “circolare Malfatti” che, di fatto, diede il via al Movimento del '77. Anche le esperienze di amministrazione locale che videro il PCI impegnato nella seconda metà degli anni '70 nei principali capoluoghi del Paese furono (con l'eccezione forse di Bologna) dei sostanziali fallimenti, non fosse altro perché, molto spesso, gli amministratori comunisti, per coerenza con la strategia del “compromesso storico”, avrebbero dovuto collaborare con quegli esponenti democristiani (o anche dei partiti laici) che sullo sfacelo economico-sociale delle città si erano arricchiti o avevano costruito le proprie basi di potere.

Sono solo pochi, ma significativi, esempi della lacerante contraddizione, nel progetto berlingueriano, fra obiettivi dichiarati di riforma economico-sociale e risultati fallimentari ottenuti. Sul tema dell'austerità “di sinistra”, il PCI e il suo segretario ottennero solo la delusione e la demoralizzazione di una parte consistente della sua base, nonchè l'ostilità aperta e dispiegata delle nuove generazioni di lavoratori, disoccupati e studenti tagliate fuori da qualsiasi futuro.

 

Bibliografia

G. Crainz, Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni ottanta, Donzelli, Roma, 2005;

P. Ginsborg, Storia d'Italia dal dopoguerra ad oggi, Einaudi, Torino, 2006;

A. Sangiovanni, Tute blu. La parabola operaia nell'Italia repubblicana, Donzelli, Roma, 2006;

E. Berlinguer, La passione non è finita (a cura di M. Gotor), Einaudi, Torino, 2013.

11/09/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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