Ernesto “Che” Guevara: l’uomo nella rivoluzione, la rivoluzione nell’uomo

Il Che entra nella storia, si impantana nella melma. Accetta l’aleatorietà totale degli avvenimenti. Ma anche la storia entra in lui. La rivoluzione è una trasformazione bidirezionale: da una parte Cuba, la prima tappa di un orizzonte risolutamente internazionalista; dall’altra l’uomo in costante divenire.


Ernesto “Che” Guevara: l’uomo nella rivoluzione, la rivoluzione nell’uomo Credits: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:El_Che_leyendo_La_Naci%C3%B3n.JPG

Ernesto Guevara de la Serna, meglio conosciuto come il Che, medico argentino di 28 anni, ha paura. Ha scelto lui di seguire quegli uomini capeggiati da Fidel Castro, per liberare Cuba dal regime di Batista. Sa che non vi è altro modo per fare una rivoluzione. In lui è ancora vivido il ricordo della repressione operata dagli Stati Uniti contro il governo democratico e progressista di Arbenz.

Adesso imbraccia un fucile. Ne farebbe volentieri a meno, ma sa che non c’è alternativa. Ed ha paura.

Sono quelli i momenti nei quali anche coloro che hanno i nervi più saldi avvertono un certo tremore alle ginocchia e tutti aspettano con ansia che si inizi finalmente il combattimento. Ma noi non avevamo tutto questo desiderio di combattere: lo facevamo perché era necessario. [1]

Le sue mani erano pronte ad alleviare dolori, a guarire malattie. Ora resistono al rinculo di uno sparo.

Credo che non si sia mai riflettuto abbastanza sull’impetuoso autodisciplinamento del Che, sull’itinerario percorso da una struttura psicologica pronta a modificare l’esistente nella dimensione intellettuale, e che approda alla consapevolezza di dover accettare le estreme conseguenze dello scontro militare: divenire arbitri della conservazione e della soppressione di vite umane.

Sul punto da cui parte questa trasformazione soggettiva, può essere interessante ricordare la rilevanza che il Che attribuisce al ruolo dello scrittore.

Stimato compatriota…quando ho letto il suo libro Uno e L’universo…non pensavo che sarebbe stato lei – detentore di ciò che era per me la cosa più sacra al mondo, il titolo di scrittore – a chiedermi con l’andar del tempo una definizione, un impegno di ridiscussione…[2]

Quanti milioni di soldati hanno subito nella storia dell’umanità, la stessa “conversione” del Che. Il meccanismo adoperato è sempre stato quello della disciplina imposta da una struttura gerarchica, terminale militare dei rapporti sociali.

Un impiegato, un insegnante, un fresatore si son trovati catapultati in quei frangenti, dalla loro consueta realtà a quella della guerra.

Nel Che, come abbiamo visto, questo processo è innescato da una scelta. Non che ciò rappresenti un caso unico. Non è l’aspetto “eroico” che colpisce. È esattamente il contrario, cioè il fatto che la scelta scaturisca dall’incontro tra una volontà ferrea e le condizioni storiche. E che tale scelta produca un impatto forte, sulla sua natura primigenia, impatto che trapela dalle sue parole, pur non assurgendo ad ostacolo sulla strada intrapresa.

Così non sorprende che non vi sia cesura alcuna tra il modus operandi del Che guerrigliero rispetto a quello che assume responsabilità di governo. La natura profonda del Che è sempre la stessa, non è un guerrigliero che si riconverte al tempo di pace. La guerra, l’accettazione dell’irreversibilità degli effetti che essa comporta, è l’innesto forzoso dell’uomo “materiale”, che egli opera sull’uomo “ideale”, venutosi costruendo con instancabile tenacia fino a quel momento, e frutto di un impetuoso sviluppo intellettuale e fisico, quest’ultimo in costante sfida dei limiti posti dall’asma.

La disciplina deve essere […] una delle basi d’azione della forza guerrigliera […] una forza che nasce da una convinzione interna…

Perciò diciamo che il lavoro volontario non va considerato per l’importanza economica che al giorno d’oggi riveste per lo Stato, quanto, fondamentalmente, come il fattore che più di ogni altro contribuisce a sviluppare la coscienza dei lavoratori [3]

Il Che entra nella storia, si impantana nella melma. Accetta l’aleatorietà totale degli avvenimenti.

Ma anche la storia entra in lui. La rivoluzione è una trasformazione bidirezionale: da una parte Cuba, la prima tappa di un orizzonte risolutamente internazionalista; dall’altra l’uomo in costante divenire.

Questa concezione in fieri, mai statica, sempre aderente alla realtà effettuale, influenza profondamente il pensiero del Che.

La posizione che egli assume nel “Gran debate”, che lo vede contrapposto ad economisti di primaria importanza, difensori del sistema del calcolo economico prevalente in Unione Sovietica, ne è un chiaro esempio.

Propugnando il sistema di finanziamento tramite il bilancio, il Che concepisce l’impresa non come un’unita produttiva autonoma, ma come insieme produttivo avente una analoga base tecnologica. In altre parole come un intero ramo produttivo. Alla mancanza di personalità giuridica delle imprese, si accompagna la loro dipendenza finanziaria dal piano centrale.

Nel calcolo economico invece, che dota le singole imprese di autonomia finanziaria, il Che vede un elemento che ne avvicina la natura alle imprese del sistema capitalistico. Le possibilità offerte dalla gestione monetaria divengono la principale leva per il coinvolgimento dei lavoratori nel perseguimento degli obiettivi del piano. L’accento posto dal Che sulla maggiore rilevanza da riservare agli incentivi morali, assume un significato più ampio, non ristretto a tale ambito specifico, che si ricollega all’inquadramento del processo rivoluzionario come una costante riscrittura delle categorie culturali e mentali, che si annidano profondamente nell’individuo. Quest’ultimo risente inevitabilmente dell’influenza del sistema sociale pregresso. Così in una società in transizione verso il socialismo, permangono tracce del capitalismo. Lo sviluppo dell’uomo nuovo è un grembo sempre gravido.

Se vogliamo dire che per un certo tempo sopravvivono le categorie del capitalismo e che non si può fissare in anticipo un temine per la loro sparizione, dobbiamo anche tener presente che le caratteristiche del periodo di transizione sono quelle di una società che liquida le sue vecchie storture […] La tendenza deve essere […] quella di liquidare il più energicamente possibile i vecchi criteri, tra i quali quello di moneta e di mercato e, perciò la molla dell’interesse materiale [4]

Il Ministro che studia la notte il calcolo differenziale o che segue attentamente gli sviluppi della cibernetica, presagendo gli enormi vantaggi che essa potrà recare ad una pianificazione più efficiente, non vanno inquadrate esclusivamente come “imprese esemplari dell’uomo pubblico”, almeno quanto non vi è “eroismo”, nel senso retorico del termine, nel guerrigliero. Il Che rappresenta in tali casi, l’espressione anacronistica, anticipatoria, di quello che sarà l’approdo dello sviluppo umano diffuso, in una società affrancata dallo sfruttamento.

Nella sua più piena maturazione politica, interrotta dalla morte, il Che assurge a variabile difficilmente contenibile nella cornice dei limiti plausibili, delle condizioni di contesto.

Vitali e foriere di ulteriori sviluppi, appaiono le declinazioni della teoria marxista che si leggono nelle posizioni assunte.

Sia sull’organizzazione del lavoro e la costruzione del potere direttivo degli operai:

Il consejo técnico asesor è poi il laboratorio sperimentale in cui la classe operaia si prepara per i grandi compiti futuri delle direzione generale del paese […] È molto importante che sin da ora si faccia il maggiore sforzo perché la classe operaia avanzi sulla strada della tecnica con la stessa rapidità con cui progredisce ideologicamente [5]

che sulla centralità della prospettiva rivoluzionaria internazionale, per la quale denuncia in modo cristallino, gli ostacoli posti dal prevalere di una tipologia di relazioni nel campo socialista, analoga a quella vigente tra i paesi capitalisti:

Da tutto ciò bisogna trarre una conclusione: i paesi socialisti devono pagare per lo sviluppo dei paesi che cominciano ora il loro cammino […] Il socialismo non può esistere se, nelle coscienze, non si opera una trasformazione che determini un nuovo atteggiamento di fratellanza nei confronti dell’umanità […] Pensiamo […] che non si debba mai parlare di sviluppare un commercio reciprocamente proficuo sulla base dei prezzi che la legge del valore e i rapporti internazionali di scambio impongono ai paesi arretrarti […] Come si può parlare di “reciproca utilità” quando si vendono ai prezzi del mercato mondiale le materie prime che costano sudore e patimenti senza limiti ai paesi arretrati, e si comprano ai prezzi del mercato mondiale le macchine prodotte dalla grandi fabbriche automatizzate di adesso? Se stabiliamo questo tipo di relazione tra i due gruppi di nazioni, dobbiamo convenire che i paesi socialisti sono, in un certo modo, complici dello sfruttamento imperialista…[6]

Prassi-teoria-prassi. Ma anche umanesimo-marxismo-umanesimo. Potrebbe essere questa la linea che sintetizza il percorso rivoluzionario del Che.

Bisogna ricordare sempre che il marxista non è una macchina automatica e fanatica, diretta come un siluro, mediante un servomeccanismo, verso un obiettivo determinato […] Chi ha detto che il marxismo significa non avere anima, non avere sentimenti? Se fu proprio l’amore verso l’uomo ciò che generò il marxismo […] ciò che fece sì che dalla mente di Carlo Marx sorse il marxismo, quando precisamente poteva sorgere […] la necessità storica della quale fu interprete Carlo Marx. Ma chi lo fece essere questo interprete, se non la causa di sentimenti umani di uomini come lui, come Engels, come Lenin? [7]

Chi scrive oggi del Che, chi ne divulga il pensiero ancora poco conosciuto, chi riconosce nelle sue intuizioni qualcosa di ancora valido, ha di fronte a sé, una analoga sfida autodisciplinatrice: un difficile, forse impossibile, distacco analitico, che trasformi in oggetto di studio quell’uomo definito come il più completo della sua epoca. Armarsi del suo pensiero come lui si armò di un fucile. Coltivando la tenerezza della sua presenza, in un canto intimo, soffuso. Perenne.


Note:

[1] Ernesto “Che” Guevara, Scritti, discorsi e diari di guerriglia 1959-1967 (a cura di Laura Gonsalez), Einaudi Editore, 1969, pag. 37

[2] Da una lettera a Ernesto Sabato, riportata in Roberto Massari, Che Guevara. Pensiero e politica dell’utopia, Erre Emme, 1987, pag. 37

[3] Ernesto “Che” Guevara, Scritti…pag. 1343

[4] Ernesto “Che” Guevara, Scritti, pag. 627

[5] Ibid., pag. 497, pag. 500

[6] Il cruciale discorso al II seminario economico afro-asiatico svoltosi ad Algeri nel febbraio del ’65, in Scritti…pag. 1421-1422

[7] Ernesto “Che” Guevara, Il partito marxista-leninista, in Giulio Girardi, Che Guevara visto da un cristiano, Sperling & Kupfer Editori, 2005, pag. 222

14/10/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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